La smania identitaria del decreto sicurezza, atto di guerra contro ong e migranti

Prendete tutte le leggi e le prescrizioni internazionali che riguardano i salvataggi in mare, il trattamento dei profughi, le garanzie sul rispetto del diritto alla richiesta di asilo politico e fate esattamente il contrario. A giudicare da quello che il Consiglio dei ministri ha varato dev’essere stata questa la direttiva che il titolare degli Interni e la presidente Meloni hanno dato ai tecnici incaricati di mettere a punto il testo del cosiddetto Decreto Sicurezza (ma sicurezza di chi?) relativo alla immigrazione e alle navi delle ONG.

Gli altri due capitoli del decreto che erano stati annunciati – misure per contrastare la violenza contro le donne e la lotta al fenomeno delle babygang – sono stati rinviati perché Meloni, così ci hanno fatto sapere, voleva portare al Parlamento provvedimenti assolutamente “puliti”, ovvero liberi da ogni sospetto di incostituzionalità. Lodevole intenzione, che non è stata però applicata alla dichiarazione di guerra alle ONG, la quale non viola solo tutto il violabile in fatto di diritto internazionale, ma fa a pugni anche con parecchi princìpi della nostra Costituzione.

Prima di vedere come e perché, è necessario chiedersi quale sia il senso di un’operazione che, se messa in atto davvero, metterebbe l’Italia fuori dalle regole riconosciute dal resto dell’Europa e del mondo e per molti versi anche da quelle suggerite dal semplice buon senso. Viene da pensare che si tratti di una partita che la destra al governo intende giocare solo sul piano della propaganda in casa, una di quelle iniziative “identitarie”, come si dice adesso, che non debbono incidere sulla realtà o risolvere i problemi che esistono – perché non risolvono proprio un bel niente, anzi – ma accarezzare gli istinti che si agitano in una parte della pubblica opinione. Pura demagogia.

Divieto di salvataggi multipli

Entriamo, allora, nei particolari. Il decreto proibirebbe, intanto, i “salvataggi multipli”. Ogni nave, cioè, dopo aver compiuto un’operazione di recupero di naufraghi dovrebbe rientrare subito alla base, scaricare le persone salvate e poi, eventualmente ripartire. Non sono permessi neppure i trasbordi, per esempio quelli da imbarcazioni più piccole alle navi più grandi. È evidente che si tratta di un tentativo di ridurre drasticamente il numero dei salvataggi e quindi delle persone salvate dalla morte. Le imbarcazioni delle organizzazioni umanitarie, che ora pattugliano il mare pronte a intervenire dove c’è un’emergenza, dovrebbero fare la spola con la costa continuamente, magari per portare a terra anche un solo naufrago.

ocean viking sos MediterranéeMa c’è un problema che i solerti tecnici di Piantedosi e Meloni evidentemente non hanno considerato: che cosa accadrebbe se una nave che ha effettuato già un salvataggio ricevesse direttamente una nuova richiesta di aiuto nella zona in cui si trova?  Oppure si imbattesse per caso in un’altra imbarcazione in difficoltà? Secondo il decreto dovrebbe tirare dritto perché ha effettuato già il salvataggio cui “ha diritto”. Ma se lo facesse mancherebbe all’obbligo di rispondere a tutte le richieste di aiuto cui sono tenuti gli equipaggi di tutti i natanti in mare secondo il diritto consuetudinario marittimo codificato in una serie di convenzioni. Le ricordiamo brevemente: Convenzione SOLAS (Safety Of Life At Sea), accordo internazionale del 1914, aggiornato nel 1974; Convenzione UNCLOS, detta anche convenzione di Montego Bay, firmata nell’ambito dell’ONU da 158 paesi, tra cui l’Italia, nel 1982;  Convenzione Salvage, ratificata dall’Italia nel 1989; Convenzione SAR del 1979; risoluzione MSC.167 (78) emanata dalla International Maritime Organization nel 2004.

Tutte quante non si limitano a “raccomandare” ai capitani delle navi il salvataggio di chi chiede aiuto, ma lo obbligano, pena sanzioni molto severe. Per avere un’idea del carattere cogente di queste disposizioni, si pensi che i salvataggi sono obbligatori persino in guerra nei confronti di nemici che rischino di affogare. Ma di questi scrupoli per la vita delle persone il decreto del governo italiano non ne vuole sapere. L’umanità costa e può costare molto cara ai comandanti e agli armatori delle navi che salvano vite in mare: sono previste multe che vanno da 2 mila euro al sequestro della nave.

Il porto sicuro

Veniamo a un altro aspetto. Il decreto riserverebbe alle autorità italiane il diritto di individuare il porto di destinazione delle navi impegnate nei soccorsi. Le disposizioni internazionali prescrivono che i naufraghi salvati vengano sbarcati in un “porto sicuro” (POS, Place of Safety). Anche se non è detto espressamente, si intende il più vicino porto sicuro.

Per le imbarcazioni che operano nel Mediterraneo centrale POS non sono i porti della Libia perché in quel paese i migranti sono sottoposti a maltrattamenti e torture e neppure quelli della Tunisia, giacché là non esistono strutture in grado di gestire le richieste di asilo e i profughi vengono generalmente respinti oltre frontiera, spesso proprio in Libia. Restano i porti delle isole Pelagie, della Sicilia, della Sardegna o dell’Italia meridionale e poi quelli di Malta. Dopo gli avvenimenti di novembre a Catania, quando il ministero dell’Interno cercò di impedire lo sbarco da due navi ONG e fu costretto alla fine a cedere, il governo ha adottato la tattica di indicare porti molto lontani dal Canale di Sicilia: Bari, Livorno, La Spezia, addirittura, in un caso proprio di queste ore, Ravenna. Si tratta di un trasparente tentativo di mettere in difficoltà le organizzazioni umanitarie, i cui operatori sono costretti a gestire le persone salvate, compresi bambini, donne incinte, malati, persone torturate nei campi libici, per giorni e giorni di navigazione. Che cosa cambia per le autorità di governo se lo sbarco avviene in un porto del sud o del nord? Perché si scelgono quelli più lontani? Qualche tribunale italiano o la Corte europea dei diritti umani avrebbero materia per intervenire contro quello che appare come un evidente e evidentemente inutile accanimento contro persone già tanto provate.

Le domande d’asilo a bordo

Ma il peggio deve ancora venire. E arriva con l’idea, già tirata fuori da Matteo Salvini a suo tempo e ora, pare, fatta propria da tutto il governo, di far valere il principio per cui i profughi che hanno intenzione di presentare domanda di asilo politico lo debbono fare sulle navi che li hanno salvati, considerate anch’esse POS e territorio dello stato di cui battono bandiera. Il progetto sfonda ogni record di insensatezza. Intanto sarebbe illegale, giacché secondo le leggi internazionali e la Carta dell’ONU i migranti che chiedono asilo hanno diritto a tutte le informazioni giuridiche e alla mediazione linguistica che solo una commissione di esperti, e non certo l’equipaggio di una nave (ammesso che voglia farlo) può fornire.

Inoltre, gli stati in generale (e anche l’Italia, peraltro) considerano che le richieste di asilo debbano avvenire in luoghi preposti all’interno del loro territorio e c’è da scommettere che nessun governo di paesi di bandiera accetterebbe di fare un favore all’Italia estendendo alle navi la territorialità per la giurisdizione sull’asilo. Infine, come funzionerebbe in pratica l’asilo dato sulle navi? Le navi stesse continuerebbero a navigare finché non raggiungerebbero il paese di bandiera, magari la Norvegia o la Germania, se non un altro paese chissà dove? Oppure i profughi la cui richiesta è stata accettata verrebbero fatti sbarcare in Italia che però a quel punto in base al regolamento di Dublino diventerebbe il paese che se ne deve occupare? E tutti gli altri naufraghi salvati che non ricevessero o neppure chiedessero l’asilo che fine farebbero?

giorgia meloniTorniamo, a questo punto, alla domanda formulata all’inizio: che senso ha questa farsa sconclusionata su un problema serissimo, una tragedia che riguarda i diritti umani fondamentali e anche la vita o la morte di migliaia di esseri umani? Il governo Meloni in queste ore tra l’affanno sui tempi di approvazione e le tragicomiche disavventure della legge di stabilità e del decreto Rave sta dando già il peggio di sé. Doveva proprio dedicarsi alla sua propria smania “identitaria” con le “disposizioni urgenti – leggiamo nel burocratese di palazzo Chigi – per la gestione dei flussi migratori e la semplificazione procedimentale in materia di immigrazione”? Ma semplificazione di che?

 

 

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