O in piazza o al governo
Il Pd non può fare come Salvini:
bisogna scegliere

Nella discussione politica che si è aperta – soprattutto a sinistra – sullo sciopero generale di Cgil e Uil, c’è un dato che viene curiosamente rimosso: il Pd e la sinistra non hanno vinto le ultime elezioni politiche, al contrario le hanno perse rovinosamente. Il risultato ultimo di quell’esito è stata la nascita del governo Draghi, un governo di “unità nazionale”, al quale partecipano forze normalmente in competizione tra loro e con idee molto diverse sul futuro del Paese.

Una manovra di compromesso

La manovra di bilancio che è stata messa in campo è un tipico frutto di quel compromesso, in particolare sul tema della riforma fiscale. Da una parte chi invocava una maggiore progressività del sistema e di conseguenza una più sostanziale equità, dall’altra la flat tax cara alla destra e non solo, ovvero tutti i vantaggi ai redditi più alti. Si poteva ottenere di più? Forse sì, e in qualche modo si è tentato. Ma neppure facendo valere il peso dell’alleanza giallorossa che sosteneva il precedente governo, i numeri erano sufficienti. Anche perché – a dirla tutta – il Movimento 5 Stelle e il suo leader Giuseppe Conte, non sono mai sembrati appassionarsi troppo a questa battaglia: ben altro impegno hanno fin qui messo in campo, ad esempio, per i bonus fiscali da estendere alle villette unifamiliari…

Tutto questo non vuol dire sottovalutare le ragioni di profonda insoddisfazione che sono alla base dello sciopero, anche se c’è da chiedersi perché ricorrere a una scelta così radicale nel momento in cui delle risorse vengono comunque messe in campo per i lavoratori e le famiglie e tutto sommato sono la parte prevalente dell’intervento di bilancio. Ma qui è il tema politico che ci interessa. Cosa avrebbero dovuto fare i partiti di sinistra (Pd e Leu) che pur essendo più vicini al sindacato, fanno parte del governo di unità nazionale? Aderire allo sciopero vorrebbe dire colpire il governo in uno dei suoi atti fondamentali e quindi decretarne la caduta: un esito che anche i più critici con l’esecutivo considerano irrealistico. La posizione scelta finora, cioè cercare di mantenere aperta la trattativa fino all’ultimo, sembra la più responsabile. Ma se alla fine dovesse fallire, non sarebbe accettabile stare con un piede nella piazza dello sciopero e con un altro dentro al governo: queste cose meglio lasciarle fare a Salvini che all’inizio ha lucrato tanto sul “partito di lotta e di governo” ma che ora sta cominciando a pagare un certo prezzo all’ambiguità politica.

L’autocritica di Letta

A proposito del “partito di governo” o anche della condanna di governare, è passata abbastanza in sordina l’autocritica che il segretario del Pd Enrico Letta ha fatto alla festa di Fratelli d’Italia, ovvero che non è più accettabile un Pd sempre nell’esecutivo senza passare da un chiaro successo elettorale. E nonostante la stranezza di un leader che accredita le critiche solitamente rivolte dalla destra contro il partito che guida, è difficile dargli torto. Anche se forse sarebbe stato meglio accompagnare l’autocritica con un’analisi più approfondita. Un conto, infatti, è aver preso parte a dei governi in una situazione di “necessità”, come Letta ben sa: era stato proprio l’allora vice di Bersani a presiedere l’esecutivo con il Pd, i centristi e Forza Italia, davanti allo stallo che stava facendo deragliare il sistema politico a causa del sostanziale pareggio alle elezioni del 2013 con il centrodestra e i 5 Stelle, e che aveva costretto Napolitano ad accettare la riconferma al Quirinale.

In questa categoria di “necessità” rientra, con ogni evidenza, anche il governo Draghi nato nel periodo più drammatico della pandemia e davanti al fallimento di due compagini e di due maggioranze – i gialloverdi e i giallorossi – nell’arco di un paio d’anni. Altre volte, invece, continuare a sostenere e a far parte di esecutivi a “ogni costo” è apparso assai più discutibile: come nel caso del prolungamento a oltranza del governo Monti, anche dopo aver fatto il grosso del “lavoro sporco”, o quando – è storia di ieri – sotto l’iniziativa soprattutto di Renzi, è stato formato il cosiddetto “Conte bis”, anziché scegliere la strada delle urne. L’errore però, anzi l’illusione del leader dem, è che con un sistema elettorale maggioritario questa “condanna a governare” finalmente abbia termine: di fatto né il Mattarellum né il Porcellum hanno garantito sempre maggioranze certe in Parlamento, e neppure l’ibrido del Rosatellum. Nel Pd su questo punto è noto che molti abbiano un’idea diversa dal segretario ma finora non se ne parla. Forse servirebbe anche qui più trasparenza, ma questa è un’altra storia.