La sinistra senza storia non ha futuro, perché dobbiamo dirci socialisti e rivoluzionari democratici

E’ il nuovismo senza storia che a sinistra non ha avvenire. Il futuro ha un cuore antico, scriveva Carlo Levi. Il primo problema che ha il Partito Democratico, per il quale votano, pur in misura sempre minore, donne e uomini di sinistra, e pochi giovani, e che hanno anche in larga parte – al di là di piccoli gruppi nostalgici – le piccole sinistre frammentate, è quello di pensarsi e di non raccontare una storia; o meglio di averla, a singhiozzo e un po’ quando serve, come ora, solo nell’antifascismo.

Ci voleva Liliana Segre per alzare con forza, e senza strumentalità, questa bandiera. Ma la Resistenza stessa, che ha fondato la Repubblica, non sarebbe potuta esistere senza la storia del socialismo e delle lotte per i diritti degli sfruttati e per la libertà.

Il nuovismo che ha fondato il Partito Democratico – per i suoi dirigenti, non per molti elettori e militanti- presupponeva una rinuncia a una critica sociale. Sono confluite una componente socialdemocratica ormai slavata e una visione liberale e moderata. Nel dibattito di questi giorni, dopo la più grave sconfitta elettorale delle forze progressiste nella storia repubblicana, si parla di alleanze, di geometrie politiche, di istanze specifiche che nascondono nomi di candidati, quasi tutti maschi, per il prossimo rito delle primarie.

Non occorrerebbe prima di tutto dire che la storia del socialismo e del movimento dei lavoratori, quella della rivoluzione femminile e della lotta per la dignità e il riscatto delle persone sono la nostra storia e che bisogna riconnettersi ai suoi simboli? Possono cambiare le scelte e le politiche, ma non puoi sradicarti dalla tua identità in quelle storie.

Non si tratta solo del Psi e del Pci, dei sindacati, dei movimenti, ma di tutte le forze e le energie, collettive e individuali, che si sono battute per questi valori. Il socialismo è stato laico e cristiano, libertario e azionista, femminista e solidale, ispirato all’idea dell’amore per il prossimo, e della promozione di un’uguaglianza sostanziale, di cui parla il secondo comma dell’art.3 della Costituzione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Non possiamo più dirci riformisti

Occorre prima di tutto dirsi socialisti, e appartenere a una storia più grande di noi. Il socialismo è giovane, e può dare speranza a una generazione angosciata per il futuro.

Il secondo problema è che non possiamo più dirci riformisti. Il riformismo di questi anni è stato senz’anima. L’unico riformismo possibile è quello globale: perché il mercato è globale, e il lavoro rimane schiacciato nella dimensione nazionale. Il diritto del lavoro, e i diritti dei lavoratori sono stati via via frantumati in questi decenni. La resistenza offerta dalle lotte sociali ha rallentato questo processo, ma la sua natura non è mutata. Si è fatta strada la convinzione che “there is no alternative”, che i rapporti sociali, come già temeva cinquant’anni fa Pier Paolo Pasolini, possano apparire immodificabili. Gli schemi riformistici nazionali, ove ispirati dai valori del lavoro, anch’essi rallentano il processo, ma non lo cambiano.

Vent’anni fa il movimento di critica alla globalizzazione, pur in modo talvolta confuso, aveva aperto la riflessione sulle “riforme di struttura”, per citare Riccardo Lombardi, del mondo. La vecchia internazionale socialista era ed è poco più del luogo di una memoria (e non è poco), condizionata dai partiti nazionali e dalle loro scelte. In Italia la parola riformismo, inoltre, ha coinciso largamente con meno diritti, privatizzazioni, taglio delle spese sociali e di quelle per l’istruzione: è andato nella direzione opposta rispetto a quella tradizionale socialdemocrazia. Oggi solo da Francesco viene un forte messaggio di ri-voluzione globale.

Il primo riformismo globale su cui misurarsi è quello europeo: la lotta per una fiscalità europea, per tassare le grandi piattaforme globali e per i diritti sociali e civili comuni a tutto il Continente è una lotta costituente della nuova Europa.

 

La nuova coscienza di classe e il sapere digitale

Ci dobbiamo allora dire rivoluzionari democratici o semplicemente riformatori, non più riformisti senz’anima.

In cosa possono consistere queste ri-voluzioni democratiche, queste riforme di struttura? I nuovi socialisti dovrebbero avere l’ardimento e il coraggio intellettuale di mettere in discussione molti aspetti dell’organizzazione sociale, ragioni oggi del grande disagio in cui versano le persone che lavorano e quelle che non riescono a lavorare. Una riforma della società che deve avere un’ambizione globale, deve avere il coraggio di ripensare la scuola, l’organizzazione della salute, il fondamento maschile del sistema, la garanzia di un reddito minimo per tutti, e di condizioni salariali diverse, i beni comuni, le forme di regolazione del mercato, a partire da un fisco globale che tassi radicalmente i nuovi poteri economici globali, l’organizzazione delle città e dei servizi, la pubblicizzazione delle aziende dell’energia garantendo bollette adeguate ai redditi, la lotta allo spreco delle risorse, l’austerità – in senso berlingueriano – come riorientamento dell’organizzazione produttiva, la lotta al consumismo .

Belle parole, si può commentare, ma che fare? Impadronendosi, esattamente come aveva fatto l’operaio-massa del ‘900 con un conflitto per mettere in discussione il taylorismo e il fordismo, e la catena di montaggio come forma dell’organizzazione della produzione e della società, dell’algoritmo, dell’uso degli strumenti digitali, che hanno prodotto in pochi anni una loro moltiplicazione esponenziale nelle mani di una maggioranza della popolazione, come strumento di cultura, di partecipazione, di decisione. Oggi una televisione streaming, animata da migliaia di soggetti dei conflitti sociali, ambientali, di libertà, potrebbe avere un impatto simile a quello che ebbe la fondazione dei primi partiti dei lavoratori e socialisti. Nell’idea dei social, gestiti oggi da poche persone che ne controllano i dati – esattamente com’era per i vecchi padroni del vapore – c’è un’opportunità grandiosa. La lotta per sottrarre il controllo dei dati alle piattaforme che li usano e li manipolano, si deve fondare sul rifiuto di ogni visione nostalgica della precedente organizzazione sociale e tanto più di una visione luddista. Tutti i fenomeni di libertà, dalle lotte delle ragazze iraniane alla partecipazione civile alla resistenza ucraina, da Black lives matter a Fridays for future e a Me too, sono già forme di esercizio di questa nuova frontiera dei conflitti. E tutto ciò ha a che vedere con il tema del “popolo”, che in quanto tale non esiste, e del lavoro, che invece esiste ed è organizzato e dominato dalle piattaforme digitali.

Sapere e conoscenza sono il nuovo nome del lavoro.

Esserne consapevoli, sottrarne l’esclusività alle nuove élites, socializzare e condividere sapere e conoscenza è la nuova frontiera socialista, di una nuova generazione. Anzi: solo così, in assenza di luoghi fisici unificanti su cui costruire il conflitto, solo impadronendosi del sapere nel digitale e diffondendolo si può determinare una nuova coscienza di classe, delle nuove forme di sfruttamento e di spoliazione materiale e spirituale degli esseri umani.

Partito del lavoro e partito del sapere

Essere partito del lavoro oggi vuol dire essere partito del sapere.
Quali riforme di struttura vanno messe in agenda? Ne indico alcune.

Vladimir Putin, ph Gavriil Grigorov/TASS

1) il carattere multipolare di un nuovo ordine mondiale. Il nazionalismo è la causa delle guerre. La ferocia del nazionalismo fascistoide di Vladimir Putin non si vince con altri nazionalismi, né tantomeno con l’idea di un dominio unipolare del mondo, fondato sull’Occidente. La nozione stessa di Occidente è profondamente mutata, con l’allargamento ad Est dell’Europa e col turbocapitalismo asiatico. Solo il riconoscimento della multipolarità, con una conferenza internazionale volta a fermare la guerra, a rilanciare il disarmo nucleare e convenzionale e a riformare le istituzioni internazionali, dando ad esse democraticità ed efficacia, può impedire che il pianeta precipiti, anche solo per una piccola scintilla che fa esplodere un arsenale, verso un’autodistruzione. Euroshima no, recitava un vecchio poster del PCI. L’Europa, teatro di questa guerra, e delle due guerre mondiali del ‘900, gioca qui la sua stessa esistenza.
2) la lotta per la salvezza della specie. Di quella umana, delle specie viventi e della vita del pianeta, dichiarando l’acqua, le risorse naturali, la vegetazione, lo spazio come nuovi grandi beni comuni, da liberare dal mercato e da una selvaggia privatizzazione, come avviene oggi coi satelliti di Elon Musk e di altre grandi piattaforme che controllano il pianeta. L’obiettivo delle prossime generazioni è la salvezza della specie, cambiando gli indirizzi economici e bloccando le tendenze predatorie. I beni comuni del pianeta vanno liberati da ogni forma di sfruttamento. La lotta per la salute delle persone, attraverso un riorientamento della ricerca e della tecnologia per questo fine, e quella per una corretta e sana alimentazione per tutti, a partire dalle popolazioni che muoiono di fame e di sete, o che sono costrette a migrazioni dolorose e pericolose sono straordinarie battaglie socialiste.

3) l’affermazione di un’ordine sociale femminile. Col fallimento di un ordine sociale maschile, che ha portato a questo punto la storia dell’umanità, essere nuovi socialisti vuol dire riconoscere quanto la rivoluzione femminile del ‘900 ha contribuito a mettere in crisi il vecchio sistema, e come la vita, il lavoro, i servizi, la cultura, il potere vadano ripensati dalle donne, dai loro movimenti, e dalla fine di una concezione arcaica delle relazioni interpersonali, di quelle sociali e di quelle istituzionali.

4) il lavoro è sapere. La nuova frontiera della lotta per i diritti di chi lavora è quella del controllo dei processi decisionali che avvengono coi sistemi digitali e col monopolio degli algoritmi. La battaglia contro lo sfruttamento e la svalorizzazione del lavoro consiste oggi nel conflitto sul controllo dei dati, che deve essere sottratto ai privati, e sulla possibilità di acquisire una nuova consapevolezza attraverso una piena socializzazione degli apparati e dei mezzi di comunicazione-produzione. Ripensare alla radice l’istituzione scolastica, fattore primario dell’uguaglianza, ancorata a una visione gerarchica e per questo travolta dalla pandemia, in senso sociale e orizzontale, riconnettendosi alle domande di sapere della condizione adolescenziale, richiede una grande mobilitazione di forze intellettuali, a partire dal mondo degli insegnanti sottopagati.

5) la democrazia è partecipazione. La sinistra del passato ha fatto sua un’idea ristretta della democrazia rappresentativa, l’efficacia della quale è stata messa in causa dalla globalizzazione ingiusta e dalla rivoluzione digitale. Non si tratta di perseguire un’idea di democrazia diretta versus la rappresentanza, ma di socializzare, allargare e riformare le modalità della delega democratica, e di riconoscere, in forme ancora non sperimentate, le nuove possibilità di informazione e di decisione che i cittadini hanno democratizzando gli strumenti digitali. Le riforme elettorali e democratiche si dovranno ispirare a questa frontiera.

6) il rifiuto dell’omologazione. Essere universalisti non vuol dire accettare l’omologazione dei consumi e dei comportamenti decisa dal mercato. Contrasteremo il nazionalismo, il razzismo e la xenofobia, e le nuove forme di fascismo solo valorizzando le tradizioni culturali, le diversità linguistiche (con un Occidente oggi dominato dal monopolio della lingua inglese), il rispetto attivo di tutte le specificità, facendole uscire da concezioni e pratiche violente, maschiliste, fondamentaliste, con una nuova cultura dei diritti umani.

L’alleanza tra i nuovi migranti e i popoli dell’accoglienza può avvenire solo da socialisti, immaginando una società che abbia grandi valori comuni e un rispetto assoluto della Costituzione e della dignità umana.

Mettere in rete i conflitti

Il soggetto politico, quale che sia l’evoluzione delle vicende della sinistra nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, deve uscire dal recinto istituzionale, e fondarsi nella società. La possibilità di mettere in rete tutte le realtà attive e promotrici dei conflitti fonda l’idea di un partito a vocazione sociale, capace di espugnare palmo a palmo il territorio con attività umane utili, dal sostegno ai più deboli alla promozione della cultura per tutti, riconquistando o aprendo le case del popolo ovunque.

E’ una lotta da fare in un congresso del PD che davvero si apre a chi non partecipa alle correnti? E’ un processo che nasce coinvolgendo i delegati dei posti di lavoro e le associazioni che operano nel territorio? E’ un’iniziativa che dialoga con le tendenze di sinistra del nuovo Movimento Cinque Stelle? Non lo so.

Ma so con certezza che preliminarmente occorre sapere che veniamo da lontano e che per questo possiamo immaginare coi ragazzi e con le ragazze di oggi di andare lontano.