La sinistra non sia solo di governo, ma anche di conflitto

La scomposizione delle grandi classi non ha messo fine alla lotta di classe. Se nella società a centralità dell’industria, e soprattutto della grande industria, il conflitto di lavoro si esprimeva e si rappresentava in una più che evidente forma dicotomica, nella società cosiddetta postindustriale, comunque la si voglia chiamare, ordoliberale, mercatista, economicamente e finanziariamente globalizzata, il conflitto di lavoro, che è sempre lotta di classe, si frantuma, ma non scompare, si esprime in altre forme, ma non perde di materialità.

operai 69È accaduto che mentre il Capitale si unificava sempre più a livello mondiale, secondo la sua vocazione storica, non è accaduto che il lavoro sempre più si unificasse internazionalmente, secondo la sua di vocazione storica antagonista. Di qui, uno spaventoso squilibrio nel rapporto di forza, che è il vero actus tragicus della storia contemporanea, da cui tutto il resto forse discende. Il sistema capitalistico è ben vivo, malgrado i non pochi acciacchi della vecchiaia, il movimento operaio è malamente morto e per la sua eredità non ha lasciato successori. Questa è la condizione oggettiva in cui si trova chi soggettivamente si propone di voler correggere l’attuale stato delle cose, a favore di quello che ormai è un pluriverso di lavoro. E da qui occorre partire per qualsiasi considerazione a riguardo del mestiere della Sinistra. Ripeto: questo libro lo fa correttamente, perché intende farlo realisticamente.

Una citazione a prova:

Si sarebbe potuto mettere il lavoro al centro del PNRR. Ma in Parlamento è sostanzialmente assente la cultura politica necessaria a raggiungere l’obiettivo. […] Il riconoscimento della differenza di interessi in campo economico e sociale e dell’asimmetria della forza contrattuale tra chi domanda lavoro e chi cerca lavoro è la prima tappa da conquistare per re-imparare il mestiere della Sinistra. Perché il lavoro è merce, ma dovrebbe essere una merce speciale, non come le altre. È una lezione difficile da assimilare sul versante politico, perché conduce a riscoprire la necessità o almeno l’utilità potenziale del conflitto… Ma il conflitto è diventato tabù per la sinistra di governo. Nel circuito istituzionale, soltanto Fabrizio Barca ne ripropone la funzione politica e sociale. Riabilitare il conflitto commento 121 implica il disvelamento della irriducibile differenza tra gli interessi in gioco e allontana dai workshop esclusivi. Allora, va considerato roba da Novecento, in coerenza con la narrativa liberista. Ma senza conflitto sociale non si muove nulla. La disuguaglianza si acuisce. La rabbia monta.
Ho tralasciato, indicato con i puntini, un inciso su cui voglio tornare a conclusione. Qui va sottolineato che, sul fondamento di questo memo sul lavoro, vengono poi svolte le altre considerazioni, gli altri memo, libero mercato, atlantismo, europeismo, ambientalismo, sovranismo e populismo, alleanza sociale e assetti istituzionali, tutti i temi e problemi all’ordine del giorno che chiamano la Sinistra ad essere non solo sinistra di governo, ma anche, se non addirittura prima, sinistra nel Paese, presente, mobilitata, riconosciuta, nella vita quotidiana delle persone, in particolare e soprattutto di quelle persone che soffrono di una vita disagiata, che sono deboli e per questo hanno bisogno di una forza che le difenda, che le promuova e quindi le organizzi nella lotta per i loro bisogni e per i loro diritti.

Stefano usa la parola “mestiere” per la Sinistra. Non so se per caso o volutamente usa la maiuscola per una Sinistra del futuro, mentre riserva il minuscolo alla sinistra del presente. Ma è il richiamo al mestiere che risulta eloquente. Evoca molte cose. Ad esempio, l’operaio di mestiere, quella figura di lavoratore che aveva con il prodotto del suo lavoro non ancora un rapporto totalmente alienato, in quanto lo possedeva per intero, non da solo ma insieme ai suoi compagni. L’originaria smithiana divisione del lavoro era lontana dal raggiungere gli eccessi dei novecenteschi fordismo e taylorismo. C’era ancora qualcosa della tradizione artigianale in quella figura. Ancora quasi a fine Ottocento, e proprio nell’Inghilterra della prima Rivoluzione industriale, nasce quel movimento Arts and Crafts, di ispirazione socialista, che rivendicava il valore umano di questa figura. E non per tornare romanticamente indietro. William Morris (1834-1896), l’ispiratore di questo movimento, sarà il padre del Movimento Moderno in architettura e nelle arti minori, precursore dei moderni designer. Alla fine della sua vita scrisse un libro con questo titolo: Lavoro utile, fatica inutile. Bisogni e piaceri della vita, oltre il capitalismo (1894). Titolo ben eloquente.

Dico questo per introdurre un argomento che mi sta molto a cuore. Non si può guardare solo il positivo nei processi di innovazione, il positivo che c’è ed è sempre più totalizzante, occorre riuscire a vedere anche il negativo, soprattutto quando la rivoluzione tecnologica assume modi, tempi e ritmi che la forma umana non può seguire senza perdersi. La Sinistra di oggi, in quanto si dice progressista, si mostra del tutto subalterna a questi processi. La Sinistra di domani deve riaggiustare il tiro, possedere politicamente per intero questi processi, come il lavoratore tradizionale possedeva per intero il prodotto del suo lavoro. Lo dice un operaista sviluppista che ha visto nell’operaio massa della catena di montaggio la figura per eccellenza rivoluzionaria. Non è andata così. Delle repliche della Storia bisogna pur tener conto. La Storia a volte è nemica. Lo è stata in particolare negli ultimi decenni, da quando è stata abbattuta l’unica forza politica che la contestava. La violenta reazione antinovecentesca ha fatto il lavoro sporco, di cui sinistre nazionali ed europee non hanno avuto la più pallida coscienza. Gli incantati cantori del nuovo che avanza hanno dato una buona mano ai vincitori della guerra di classe. Per premio li hanno, qua e là, ammessi nel salotto buono dei governi per procura, per usare un’espressione tornata in campo.

Questo testo di Mario Tronti è tratto dal commento contenuto nel libro di Stefano Fassina “Il mestiere della sinistra nel ritorno della politica” (Castelvecchi editore)

 

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