La sinistra, la destra
e i giochi a tre

Quando dicevamo, o diciamo ancora: “Sono di sinistra” o: “Sono di destra”, è raro che ci riferiamo a una nostra circoscritta, e provvisoria, predilezione di voto: piuttosto alludiamo a un nostro complessivo modo di essere. Esso ci accomuna, all’ingrosso, a una parte della nostra società, e ci differenzia dall’altra parte. Poche definizioni così sintetiche contengono un tale potere di identificazione. Perfino quella che rimandi alla fede religiosa (“Sono credente”, o “Sono non credente”) è meno intuitivamente espressiva della prima; e caso mai diventa eloquente quando le si aggiunga l’altra: “Sono un cattolico di destra”, “Sono un cattolico di sinistra”.

Delle definizioni culturali che crediamo di maneggiare quando spartiamo il mondo a metà, quella fra sinistra e destra rimane la più influente. Anche in un periodo come l’ultimo triennio italiano, in cui la pretesa Rivoluzione Italiana ha spiazzato ferocemente le appartenenze e le etichette, il binomio è uscito rinvigorito sia pure in una colossale confusione di lingue. Esso ha resistito perfino all’assalto di un binomio che credeva di spodestarlo: il Vecchio e il Nuovo. Non perché si sia ricordato che esiste anche il buon Vecchio e il cattivo Nuovo: piuttosto perché il Nuovo che avanza al galoppo tra gli applausi in una nuvola di polvere ha bisogno dopo un po’ di farsi riconoscere, e la strada più facile è ancora quella, il Nuovo di destra, il Nuovo di sinistra… A moderare gli entusiasmi può servire ricordare che tra le popolazioni cosiddette primitive, inclini a un’interpretazione del mondo per coppie di opposti, il contrasto fra il Vecchio e il Nuovo figura ai primi posti.

Le popolazioni primitive, e anche le civiltà classiche, hanno elaborato accurate tabelle dei principi dualistici che dominano la vita umana sulla terra. Esse hanno una corrispondenza imponente in tutto il mondo. La tabella dei Pitagorici elencava così i principali: finito-infinito, dispari-pari; unità-pluralità; destra-sinistra; maschio-femmina; quieto-mosso; retto-curvo; luce-oscurità; buono-cattivo; quadro-oblungo. Non occorre forzare troppo le cose per dire che il nostro modo di sentirci e dichiararci  “di sinistra” o “di destra” (ma soprattutto di sinistra) faceva, o fa ancora, di noi dei moderni “uomini dimezzati”. Italo Calvino, che aveva frequentato assiduamente sia i resoconti degli etnologi che i riti della sinistra politica, dev’essersene ricordato quando inventò il suo Visconte dimezzato. Eravamo dimezzati, e felici di esserlo. La nostra era la metà di sinistra.

Questo vuol dire intanto che certe tendenze profonde e originarie, come la rappresentazione dualistica, resistono e a volte si ravvivano nella nostra estrema modernità. Maggioritario, bipartitismo eccetera rinfocolano, magari involontariamente, la predilezione dualistica e gli aut-aut, con qualche voglia leggera di guerra civile. Non è chiaro se ne venga un passo indietro o uno avanti per lo spirito pubblico italiano, il quale non ha conosciuto la Riforma, e ha inventato l’esprit florentin, compromesso e tolleranza, furbizia e piacere del gioco. Forse, si troverà in tutto ciò un impoverimento, come passando dagli scacchi alla dama. Esistono anche sistemi triangolari e intrecciati: il gioco muto delle mani, sasso, carta o forbice, per esempio. Il pugno chiuso come un sasso spezza le dita aperte a forbice, ma viene avvolto dalla mano aperta, che a sua volta è tagliata come un foglio di carta dalla forbice: una sequenza senza inizio né fine.

Gli antichi si entusiasmavano, oltre che dell’eleganza di forme, dei rapporti reciproci fra aragosta, polpo e murena. Il polipo avvolge e risucchia l’aragosta, che afferra la murena, che mutila il polpo eccetera.

(Adriano Sofri, “Il nodo e il chiodo”, 1995)