La sinistra europea
non sa affrontare
il “capitalismo dei ricchi”

La sinistra europea, esclusi pochi casi, non esce certo bene dalle elezioni europee del 28 maggio. Si conferma una linea di tendenza iniziata tempo fa che richiederebbe una riflessione aperta e trasparente a tutti i livelli. Si dirà: ma in Italia le cose non vanno poi tanto male: il PD sta recuperando dopo il disastro elettorale del marzo 2018, e si è trasformato nel terzo partito. Ma si sa come sono andate le cose: non sono tanto aumentati i voti al PD quanto invece è crollato il sostegno elettorale al M5S il “partito online”. Ferito a morte ora M5S deve battersi per la sua sopravvivenza e decidere se è un partito di destra oppure di sinistra (lo slogan “non siamo di sinistra né di destra” non ha certo favorito il M5S di Di Maio).

Il problema è chiaro: la sinistra europea (sia quella post comunista sia quella di matrice socialdemocratica) non convince in quanto non appare in grado di affrontare le trasformazioni sociali indotte dal capitalismo globale e di recente aggravate dalla crisi economica e finanziaria scoppiata nel 2008. Quindi entusiasma sempre meno i cittadini, specie i giovani e gli appartenenti al ceto medio-basso che vedono scendere il proprio status avvicinandosi in molti casi alla povertà. L’Italia (come d’altronde anche gli Stati Uniti, la Francia, la Spagna, la Grecia e altri paesi) vive questo processo in modo traumatico e cerca affannosamente una via di uscita che garantisca livelli di vita e di reddito apertamente minacciati dal “capitalismo dei ricchi”. Proprio quella via di uscita, rappresentata necessariamente dalla redistribuzione della ricchezza, che la sinistra tradizionale non sa (o non vuole?) affrontare con idee e progetti coerenti nascondendosi dietro posizioni testimoniali e nostalgiche destinate a restare minoritarie.

La destra, in Italia e altrove, sta al contrario sfruttando con la grinta e la spregiudicatezza del populismo conservatore alla Trump, gli effetti del “capitalismo dei ricchi”, arrivando al punto di attribuire proprio alla sinistra la responsabilità della crisi. E domani, chissà, darà la colpa alle istituzioni democratiche.

Ma va anche detto che non è certo guardando al “centro” che si può pensare di risalire la china. Continuando a scimmiottare il neoliberismo così di moda fino a pochi anni fa non si va certo nella direzione di una sinistra rinnovata e in grado di cambiare nel profondo la società di oggi garantendo nella piena democrazia un futuro dignitoso alle nuove generazioni.