La sferzata di Enrico Berlinguer al PCI
nella seconda svolta di Salerno

Un cambio radicale di paradigma. Il Pci che metteva nel mirino la storia recente d’Italia, denunciando le ombre e la degenerazione della vita pubblica. Ma, soprattutto, il Pci che mutava strategia e linea politica.

Salerno, fine novembre 1980. La città è la tappa finale di un viaggio nel dolore e nella disperazione del Sud messo in ginocchio dal terremoto che Berlinguer ha voluto fare, il giorno dopo l’allarme lanciato da un altro grande italiano di sinistra come lui, Sandro Pertini. Il segretario del più grande partito comunista d’Occidente, chiuso in un cappottino che a stento lo ripara dai rigori dell’inverno, è stato a Lioni, a Caposele, a Sant’Angelo dei Lombardi, a Calitri, a Laviano, a Santomenna. Nel cuore di una tragedia i cui contorni, in quel momento ancora non si riescono a definire e a percepire bene, ma che appare comunque enorme, immane. Al suo fianco, il siciliano Pio La Torre e poi Antonio Bassolino e Umberto Ranieri, i segretari regionali di Campania e Basilicata, le due regioni maggiormente colpite dal sisma.

Sostegno all’Italia che soffriva

Sono entrambi napoletani, Bassolino e Ranieri: il primo è di Afragola, il secondo è nato e cresciuto in una delle periferie più popolose della metropoli, Secondigliano. Ma, nonostante la comune origine popolare, non potrebbero essere più diversi: Bassolino è un operaista duro e puro, un ingraiano della prima ora (già dal 1966, XI congresso); Ranieri, invece, rappresenta la seconda generazione degli amendoliani, quelli che con qualche semplificazione di troppo vengono definiti “la destra” del partito, o i “miglioristi”. A Napoli i leader di quella corrente sono Giorgio Napolitano e Gerardo Chiaromonte, due big del partito (Giorgione Amendola è morto appena 5 mesi prima). Ma in quel momento le articolazioni interne del mastodonte rosso lasciano il tempo che trovano.

In quel momento il Pci si conferma una grande agenzia pubblica di sostegno a un pezzo d’Italia che soffre. I suoi militanti, dai ragazzi della Fgci a quelli delle sezioni delle regioni “rosse”, sono impegnati, dopo il drammatico j’accuse pronunciato in televisione dal Presidente Pertini sul ritardo nei soccorsi, a scavare a mani nude tra le macerie, nel tentativo di salvare quanta più gente è possibile.

Berlinguer li raggiunge quando le pietre delle vecchie case accartocciate su sé stesse ancora fumano. Li incoraggia, li sprona a fare di più e meglio.

Dura due giorni, questo tour nella sofferenza. Il 27 novembre, il volto ancora più scavato del solito, l’immancabile sigaretta, gli occhi tristi dell’uomo che ha guardato in faccia la morte e la disperazione del Sud eternamente dannato, eternamente abbandonato a se stesso da una politica cinica e indifferente ai suoi secolari drammi, il segretario convoca una riunione della Direzione del partito.

Un crocevia importante

Passerà alle cronache come la “seconda svolta” di Salerno dopo quella di Palmiro Togliatti della primavera del 1944: la città campana si conferma un crocevia importante nella storia e nella vicenda democratica del Pci e, di riflesso, del Paese.

Due sono le cose che premono al Berlinguer reduce dal giro nel Cratere, il termine con cui si comincia a definire il perimetro in cui il sisma ha fatto più male: liquidare la stagione della solidarietà nazionale e quindi della collaborazione con la Democrazia cristiana, inaugurata 7 anni prima, dopo il golpe in Cile, per la paura di una torsione autoritaria anche da noi (cambio di rotta propedeutico alla nuova formula, che sarà quella della “alternativa democratica”), e separare i destini del Pci da quelli del resto della politica italiana, che sta velocemente scivolando nel gorgo del malaffare, degli scandali, dell’emergenza morale.

Alla riunione della Direzione, della quale per la prima volta pubblichiamo una parte dei verbali, quella che riporta le parole pronunciate dal segretario, Berlinguer prende il toro per le corna e va subito in medias res. “In questi giorni – afferma nell’intervento con cui iniziano i lavori – sono accadute questioni che hanno mutato significativamente la situazione politica: sugli scandali la risposta del governo è stata deludente (ora si è appresa la notizia di un nuovo scandalo all’Inail per concorsi truccati); il terremoto ha messo in mostra un indescrivibile quadro di inefficienza e continua una situazione che di ora in ora si aggrava. Dopo il drammatico appello di Pertini – continua il segretario del Pci – i mezzi per i soccorsi ci sono, ma la confusione è indescrivibile. L’opinione pubblica è profondamente turbata. Rognoni ha rassegnato le dimissioni e Forlani ha invitato il ministro a ritirarle. Non si sa se siano stati consultati altri partiti. Oggi si svolgerà un vertice dei segretari dei partiti della maggioranza. C’è stata la dissociazione del Psi fin dall’inizio e ora c’è la reazione della Dc all’attacco di Pertini. In questa situazione – sottolinea Berlinguer – si impone una proposta del Pci per un cambiamento della direzione politica in una situazione profondamente cambiata rispetto al momento della nascita del governo Forlani. Non penso – precisa il segretario comunista – di chiedere le dimissioni del governo. Soprattutto perché c’è il terremoto e non vogliamo creare un vuoto che nuocerebbe alla necessaria opera di soccorso alle popolazioni, ma i tempi sono più che maturi per una proposta che è urgente, anche perché la situazione politica è così confusa che potremmo trovarci di fronte a proposte di altri (governo laico appoggiato da Pci e Dc?) che creerebbero problemi e saremmo costretti a dire di no.

In questa situazione diventa ancora più probabile la eventualità delle elezioni politiche anticipate, alle quali noi siamo contrari. Perciò vi è la ragione di una nostra proposta. Quale? Non potendo essere quella della caduta del governo e basta, deve essere una proposta che deve vederci “dentro”, cioè ci veda costituire il perno della soluzione di governo.

La questione morale

Al primo posto – specifica il segretario – abbiamo la questione morale: la più acuta e sentita dal Paese. Senza questo non c’è fiducia. Dalla centralità della questione morale alla pregiudiziale anticomunista che deve cadere. Ma governo di unità con dentro il Pci non basta. Se vogliamo essere coerenti e avanzare una proposta che sia forte e che rappresenti veramente una garanzia di fronte alla questione morale, occorre che il Pci sia il perno del governo stesso. Questo è il significato del documento che viene proposto (…)”.

Nel dare la sterzata, Berlinguer metteva anche il suo stesso partito di fronte alle responsabilità da assumere rispetto alla situazione politica generale. Il dibattito che si sviluppò sulla sua relazione fece emergere i distinguo dei miglioristi, espresse da Giorgio Napolitano, Paolo Bufalini e Emanuele Macaluso già durante la riunione, mentre Gerardo Chiaromonte non ancora arrivato a Salerno, aveva invitato il segretario a stare attento “nel fare intendere che non vogliamo aprire un vuoto nel momento del terremoto”.

Nella replica finale, Berlinguer recepiva anche le osservazioni della “destra” del partito, ma andava dritto per la sua strada: “Si sono espresse tesi un po’ diverse: o diciamo qualcosa o è meglio non dire niente. Io penso che oggi bisogna dire qualcosa di nuovo e in poche ore (…). Perché c’è grande smarrimento che si può riversare anche contro di noi. Non è ancora contro di noi, ma potrebbe se non ci distinguiamo anche con la proposta politica”. E, più avanti, tornava sulla questione morale: “In tutto il documento si compie uno sforzo per presentare la nostra forza non per trasformare la società, ma per favorire condizioni per il risanamento morale e il rinnovamento dello Stato”.

Ventiquattr’ore dopo, davanti agli inviati di tutti i maggiori quotidiani italiani (per l’Unità c’erano la storica firma del Politico Ugo Baduel, che aveva seguito la visita del segretario nel Cratere, e Rocco Di Blasi, all’epoca in forza alla redazione di Napoli), Berlinguer illustrava coraggiosamente la svolta. Da quel momento, per il Pci, la sinistra e la politica italiana, nulla più sarebbe stato come prima. A distanza di 36 anni dal 1944, a Salerno si scriveva un’altra importante pagina di storia del Paese.