La sentenza sull’aborto è un “disonore” per l’America

Domanda: può una notizia essere, al tempo stesso, sconvolgente e scontata? Se, facendo uso della logica formale (e dopo aver opportunamente consultato un dizionario dei sinonimi e contrari) la vostra risposta è: “assolutamente no”, evidentemente non avete seguito quel che in materia d’aborto è accaduto, o meglio, sta da tempo accadendo, negli Stati Uniti d’America. Più ancora: non avete seguito ciò che, da ancor più tempo, sta accadendo nelle più profonde viscere di quella che ama definire se stessa la più antica – ed ovviamente solida – democrazia del mondo.

Una notizia sconvolgente e scontata

La notizia è questa: ieri, per sei voti contro tre, la Corte Suprema ha dichiarato nulla la famosa sentenza Roe v Wade che, dal lontano 1973, aveva ratificato come intangibile “diritto costituzionale”, la libertà di scelta di ogni donna in merito ai destini della propria gravidanza. E che si tratti di notizia “sconvolgente” (come tale riportata da tutti i media) è indubbio per una lunga ed ovvia serie di ragioni: sconvolgente perché contemporaneamente abolisce tanto un diritto da tempo ritenuto parte essenziale del processo d’emancipazione femminile, quanto una legge – un “precedente” come si usa dire del diritto anglosassone – consolidatasi attraverso quasi mezzo secolo di conferme e di nuove sentenze (su tutte la Planned Parenthood v Casey del 1994). Sconvolgente perché – come testimoniato dalle proteste e dalle celebrazioni che oggi percorrono il paese – di fatto sconvolge ed intorpidisce le acque di quella che, in America, va sotto il nome di “culture war”, la guerra di cultura. Per la destra più bigotta ed estrema – una destra che oggi è, negli USA, “la” destra – la conquista della trincea dell’aborto ha, da dieci lustri, un’importanza ed un peso simbolico di primissimo piano.

Sconvolgente e, nel contempo, anche una notizia indiscutibilmente scontata. In qualche misura la più scontata delle notizie. Tanto scontata, in effetti, da esser già stata annunciata e riannunciata, commentata e chiosata ovunque. Una notizia, prevedibile e prevista al punto che, io stesso, posso, a questo punto, concedermi il narcisistico (e spero perdonabile) lusso di un’autocitazione.

Scrivevo, qui su strisciarossa, nel dicembre dello scorso anno: “La Roe vs. Wade, storica ed emblematica decisione con la quale, nel lontano 1973, la Corte Suprema sancì il “diritto costituzionale” all’aborto, altro ormai non è, come i condannati alla pena capitale accompagnati verso la “execution chamber”, che “a dead man walking”, un morto che cammina. Lo è al punto che la gran maggioranza dei media – chi con nient’affatto dissimulata gioia, chi con non meno palese rabbia e tristezza – già ha provveduto a scriverne il necrologio. Ed assai probabile è che gli altri – i non molti che ancora non ne hanno pubblicato l’annuncio mortuario – della Roe vs. Wade già tengano nel cassetto, pronto all’uso, quello che in gergo giornalistico si chiama “coccodrillo”.

Alla base di questa mia tutt’altro che originale conclusione, vi erano, allora, i tempi ed i modi con i quali i nove giudici della Corte Suprema avevano condotto – con domande, commenti e citazioni – il dibattito preliminare del processo Dobbs v Jackson Women Health’s Organization, chiamato a verificare la costituzionalità della legge che, nello Stato del Mississippi, aveva limitato alle prime 15 settimane di gestazione la possibilità di interrompere la gravidanza. Le parole usate dai giudici non avevano lasciato, ai “cortesupremologi” e non solo a loro, alcun dubbio. Nella Corte s’era formata, senza possibilità di ritorno, una consolidata maggioranza – sei contro tre, per l’appunto – favorevole alla condanna a morte della Roe v Wade. L’unica incertezza riguardava i tempi ed i modi dell’esecuzione. Un colpo secco o un più graduale e lento – ma non meno inesorabile – processo di estinzione? Ed a sciogliere il dilemma era giunta, agli inizi di maggio, una fuga di notizie (la prima, pare, nella storia della Corte Suprema): la diffusione a mezzo stampa del testo provvisorio, stilato dal giudice Samuel Alito, della sentenza prossima ventura.

Roe v Wade come un “dead man walking”

I sei giudici avevano deciso. La Roe v Wade doveva morire e morire subito. Doveva morire – un colpo d’ascia e ciao – sostanzialmente, perché nella Costituzione, o più precisamente, nel suo 14esimo emendamento – quello su cui la Roe v Wade s’era basata per sancire il diritto all’interruzione della gravidanza o i “reproductive rights” d’ogni donna – non vi è alcun diretto riferimento all’aborto. Cosa, questa, lapalissianamente vera, considerato che quell’emendamento, approvato nel lontano 1868, all’indomani della Guerra di Secessione, aveva stabilito, con ovvio riferimento agli schiavi appena liberati, come nessun cittadino potesse essere privato “della vita, della libertà o della proprietà” senza “a fair procedure”, un equo processo. Quello che la Roe v Wade aveva a sua volta sancito era per l’appunto questo: che, nel nome di quell’emendamento, del senso ultimo suo e della Costituzione di cui era parte, la donna non poteva esser privata del diritto di proprietà del proprio corpo. O, più esplicitamente, che solo a lei spettava, per libera scelta, la decisione d’interrompere la gravidanza fino al momento nel quale la “fetal viability”, l’indipendenza vitale del feto, fosse stata scientificamente determinata dai medici (cosa che di norma avviene intorno alla ventiquattresima settimana di gestazione).

Tutto questo è, da ieri storia. Ed evidente è che si tratta molto più d’un inizio – o d’un assaggio, se si preferisce – che d’una fine. Formalmente la sentenza emessa ieri non abolisce affatto il diritto all’aborto, bensì si limita a consegnarne i destini nelle mani dei singoli Stati (almeno 13 dei quali, nell’America più “profonda”, già hanno pronte nel cassetto leggi che vietano nei termini più assoluti, ogni forma di interruzione della gravidanza). In sé e per sé la caduta della Roe v Wade non altera affatto – pur nella sua brutale faziosità oscurantista – la natura democratica del governo della nazione. Qualcuno, anche tra i più coerenti difensori dei “reproductive rights”, da tempo – e con non poche buone ragioni – addirittura considera la sua (ormai tutt’altro che “eventuale”) abolizione come un’occasione per finalmente “normalizzare” il diritto all’aborto negli Stati Uniti d’America. Vale a dire: per finalmente approvare – chiuso l’ombrello costituzionale della Roe – una legge federale che una volta per tutte sancisca e regoli, come già avviene in pressoché tutti gli altri paesi a regime democratico, il diritto all’interruzione della gravidanza.

Un contesto politico preoccupante

Il vero problema, o meglio, la vera tragedia è, in realtà, il contesto politico della sentenza. E non soltanto per il modo surrealmente vergognoso – già ampiamente descritto anche su queste pagine – attraverso il quale una minoranza reazionaria ha, nell’ultimo quinquennio, conquistato la maggioranza della Corte. Tre dei sei giudici che ieri hanno decretato, in America, la fine del “diritto costituzionale” all’aborto, sono stati nominati, in una sorta di gioco delle tre tavolette condotto, alterando a piacimento regole e procedure, dal presidente repubblicano del Senato Mitch McConnell, durante la presidenza di Donald Trump. E l’esecuzione – sconvolgente e scontata – della Roe non è, per la destra Usa, soltanto la più agognata e “storica” delle vittorie. Il vero problema – come lo scorso dicembre durante la discussione della Dobbs v Jackson Women Health’s Organization disse il giudice Sonia Sotomayor – è lo “stench”, il cattivo e persistente odore emesso da quella ormai definitiva sentenza d’abolizione.

Basta, per annusarlo e per afferrare tutto il senso della putrefazione in corso, dare un’occhiata alla metaforica coda dei “morituri” che, come nelle arene della antica Roma, si va allungando davanti alla porta della Corte che, come testimoniano tutti i sondaggi d’opinione – riflette nella sua maggioranza non il senso comune giuridico e costituzionale del paese, ma quello d’una minoranza reazionaria e sovversiva. Nell’arena, anzi, qualcuno di quei morituri già ci è entrato e già è stato regolarmente sbranato. È il caso, appena due giorni fa della legge che, nello Stato di New York, aveva limitato il diritto di portare armi in pubblico. Una bella immagine dell’America che viene (e che in buona parte già è): un paese dove una donna ha perso il diritto di governare il proprio corpo, ma può tranquillamente andare a prendere il figlio a scuola imbracciando un fucile mitragliatore. Sempre sperando, ovviamente, che un altro libero cittadino, facendo uso di quel medesimo intangibile ed “illimitato” diritto ad armarsi, non abbia, in quella medesima scuola, compiuto una delle stragi d’innocenti che tanta parte sono del panorama socio-politico americano.

Ancora sull’uscio, pronti per le fauci dei leoni, ci sono molti altri diritti (tutti quelli recentemente riconosciuti alla comunità LGTBQ). O, in questo caso in attesa non d’esser scannate ma d’incontrare il pollice alzato dell’attuale maggioranza della Corte, ci sono anche tutte le leggi che, in pressoché tutti gli Stati a maggioranza repubblicana (29 all’ultimo conteggio), tornano – sull’onda d’una frode che mai è esistita – quella che avrebbe “rubato” la vittoria a Donald Trump nel novembre del 2020 – si propone, sull’onda d’una maleodorante reminiscenza del “Jim Crow” (le leggi che, dopo l’abolizione della schiavitù, di fatto preclusero agli afro-americani l’accesso alle urne) di limitare il diritto di voto in molti Stati.

L’incognita delle elezioni di mezzo termine

Per cogliere il più profondo senso della caduta della Roe v Wade, il suo vero habitat, non si devono, in realtà, neppure allontanare gli sguardi dalle pagine della più immediata cronaca politica. La sentenza coincide – felicemente, a suo modo – con le pubbliche udienze (tre fino a questo momento) attraverso le quali la speciale commissione della House of Representatives va illustrando i risultati della sua indagine sui fatti del 6 gennaio del 2021. Ovvero: sull’assalto a Capitol Hill consumato (con morti e feriti) da una turba di forsennati convocati in loco dal presidente uscente con il compito di impedire l’ufficiale dichiarazione della vittoria del suo rivale democratico, Joe Biden. Tutte notizie, anche in questo caso, del tutto scontate. Scontate, risapute ed anche – più ci va addentrando nei dettagli – tutte immancabilmente sconvolgenti.

Il giorno dell’Epifania c’è stato, negli Stati Uniti, un tentativo di colpo di Stato. Violento, goffo, destinato nell’immediato al fallimento e, in quanto tale, ripudiato anche da alcuni personaggi che, come il vicepresidente Mike Pence o l’Attorney General William Barr, erano fino al giorno prima stati tra i più ossequiosi cortigiani di Trump. Ma in ogni caso un golpe. E, quel che più conta, un golpe che continua. Un golpe che, per molti aspetti, è ormai irreversibilmente la linea ufficiale di una delle due forze che reggono, o meglio, reggevano, la democrazia bipartitista americana. Due soli repubblicani – ormai due paria partito – hanno avuto la decenza di partecipare ai lavori della commissione. Ed è a una di loro – Liz Cheney, rappresentante del Wyoming, reazionaria DOC ed orgogliosa figlia di quello che fu, per otto anni, l’ultrareazionario vice-presidente di George W. Bush – è toccato sintetizzare di fronte a quello che ancora è il suo partito, il senso dell’accaduto. “Un giorno Donald Trump se ne sarà andato. Resterà il vostro disonore”.

È di questo “disonore” – il disonore di chi ha tradito la democrazia – che la sentenza che ha abolito la Roe v Wade è in ultima analisi un’appendice. Un disonore che potrebbe, già il prossimo novembre con le elezioni di mezzo termine, tornare ad essere il vero governo del paese.