La sentenza Floyd
e il razzismo
in casa nostra

Era il 2000 quando Bruce Springsteen cantò ad Atalanta per la prima volta “American skin (41 shots)”. Una canzone bella e dura, di condanna contro la sentenza che scagionava quattro agenti newyorchesi dalle accuse di omicidio di secondo grado e comportamento pericoloso. Questi ad un posto di blocco avevano sparato 41 colpi contro Amadou Diallo, centrandolo 19 volte. Le indagini dimostrarono che la vittima non aveva armi, la sua colpa era di aver cercato i documenti in tasca dopo che gli agenti gli avevano chiesto di esibirli.

Ventuno anni dopo una sentenza di un altro tribunale americano condanna invece per omicidio l’ex agente che soffocò a terra George Floyd. Due episodi distanti nel tempo e dagli esiti processuali molto diversi. Negli oltre venti anni trascorsi si sono contate migliaia di episodi di violenza e uccisioni da parte della polizia americana – diverse delle quali hanno sollevato dubbi – spesso ai danni di neri o appartenenti a altre minoranze. Il caso Floyd ha assunto per questo un profilo sociale tanto grande da spingere la presidenza Usa a prendere immediatamente posizione.

Il presidente Biden ha definito la sentenza un passo importante nella lotta al razzismo di sistema. Un commento netto e forte, che evidentemente va oltre l’omicidio di Floyd, ma intende alzare il velo su un problema più generale. La sentenza Floyd è un fatto importante e non scontato alla luce di tanti pronunciamenti che spesso hanno assolto gli agenti coinvolti in altre situazioni simili, nel silenzio dei vertici della politica americana o peggio con la loro solidarietà espressa pubblicamente. Un segnale positivo che sta avendo, infatti, una grande eco negli Usa e nel mondo.

Viene da chiedersi cosa sarebbe accaduto se l’omicidio di George Floyd non fosse stato ripreso da un telefonino e rilanciato dai social. Una domanda senza una risposta certa, ma che lascia aperta la questione del razzismo come problema sociale diffuso, che tocca anche quelle istituzioni che invece dovrebbero “proteggere e servire” i cittadini, senza fare distinzioni. Un problema che questa sentenza forse aiuterà ad affrontare, nel senso che le istituzioni pubbliche saranno chiamate a vigilare sul comportamento dei propri apparati e anche sulla loro formazione. Un problema che investe non solo le forze di sicurezza, ma l’intero apparato dello Stato e più in generale la società statunitense.

Ma la battaglia non si vince solo con le giuste sentenze o le buone leggi. Queste sono ovviamente indispensabili ma non sufficienti se non sono accompagnate da una grande battaglia culturale che decostruisca il pensiero su cui poggia il razzismo. Un male sociale che nasce sì dall’ignoranza e dalla paura verso l’altro, ma che ha radici più profonde. Le discriminazioni e le violenze, infatti, sono intimamente legate a un’idea di società arroccata a difesa dei propri privilegi e che quindi tollera o determina discriminazione, emarginazione e disuguaglianza ai danni delle minoranze all’interno di un Paese o verso interi continenti.

Foto di Javier Robles da Pixabay

Questo razzismo di sistema si somma poi ad altre forme più o meno esplicite di razzismo. Da quello per fini politici a quello presente inconsapevolmente in molti di noi: presente in frasi dal tono bonario, dette senza cattiveria, ma che riflettono questa inconsapevole propensione. L’Italia purtroppo non è esente da nessuna di queste forme di razzismo. Quello politico più becero lo conosciamo. Poi c’è quello che rende accettabile vedere migliaia di essere umani vivere in ghetti, sfruttati in condizioni simili alla schiavitù. O, per dirne solo un altro, quello che considera normale che milioni di stranieri vivano nel nostro Paese come cittadini di serie B pur pagando le tasse, rispettando le leggi e contribuendo in modo decisivo al progresso economico e culturale della nostra comunità.

Questo è il dato più evidente e paradossalmente meno discusso. Fa sicuramente più notizia la violenza xenofoba di qualche nostalgico del fascismo (cosa giusta da segnalare e punire ovviamente) del fatto che milioni di persone vivano qui senza poter votare, spesso pagate meno dei loro colleghi. Persone i cui figli, nati o cresciuti in Italia, sono considerati stranieri. Una condizione che li colloca da subito in una situazione di svantaggio rispetto ai loro coetanei.
Si tratta di un razzismo di sistema in parte diverso da quello americano prima accennato, ma comunque inaccettabile. Ci sono ostacoli enormi – spesso voluti – che testimoniano come il razzismo e la xenofobia, in modo strisciante, siano presenti anche nelle articolazioni delle istituzioni italiane e in alcuni delle leggi che le regolano. Si tratta spesso di lasciti del passato, addirittura riconducibili al ventennio fascista, in altri invece frutto di una legislazione e organizzazione della società di un Paese in cui non esisteva l’immigrazione.

Esiste poi una legislazione più recente che non ha modificato il quadro preesistente e che ne ha anzi peggiorato gli aspetti discriminatori. La Bossi-Fini rappresenta in tal senso la prima legge da superare. Certamente sarebbe una scelta più incisiva di una sentenza dalla forte valenza culturale oltre che politica. Un quadro disarmante, che l’articolo tre della nostra Costituzione e i cambiamenti sociali avvenuti chiederebbero di cambiare presto e bene.

aboliamo i decreti sicurezza
Foto di Ella Baffoni

Questo scenario è reso ancora più chiaro dalla pandemia. Essa ci ha mostrato le fragilità del nostro Paese e ci ha fatto capire come la ripresa richiederà il contributo di tutti. In questo generico “tutti” dobbiamo comprendere anche quei cinque milioni e mezzo di nostri concittadini di origine straniera, uomini, donne e ragazzi, con i quali condividiamo un destino comune e che ci ostiniamo a tenere ai margini. Perseverare in questo atteggiamento sarebbe un errore strategico e una resa culturale pesante.

La guerra al razzismo e alla xenofobia, infatti, si vincerà soprattutto attraverso un ripensamento generale del nostro sistema Paese e mettendo al centro un’idea di cittadinanza diversa da quella predominante. Una scelta quindi che ha alla base un lavoro culturale profondo nel quale è giusto chiedere a tutti di essere attori, superando quel paternalismo dal sapore razzista. E’ una battaglia culturale che si lega in modo stretto a quella sulla rappresentanza: chi non ha voce propria, infatti, sarà sempre l’ultimo ad essere ascoltato.

Il razzismo – nelle sue articolazioni – quindi è forte anche qui in Italia e rappresenta non solo un elemento di ingiustizia ma un disvalore sociale che rende tutto il Paese più debole perché meno giusto.