La segretaria di Goebbels: fu così
per leggerezza che diventai nazista

Brunhilde Pomsel è morta nel 2017, quando aveva 106 anni. Nel 1942 era una ragazza qualsiasi, come ce n’erano, e ce ne sono, tantissime. Nubile, non per scelta, ma perché non aveva trovato (“non ancora”) l’uomo giusto. Faceva la segretaria. Era brava, coscienziosa, efficiente, una Tippmammsel, come si diceva allora: una che usava la macchina da scrivere come una mitragliatrice, per chi ama gli effetti forti, o come un pianoforte, per le anime più gentili.

Nel ’42 il posto di lavoro di Brunhilde Pomsel era a Berlino, presso l’ufficio del ministro per l’Istruzione Pubblica e la Propaganda, perché lei era la segretaria del ministro, Joseph Goebbels, il guru mediatico dell’apparato nazista, il gerarca che sarebbe rimasto accanto al suo Führer fino all’ultima ora e poi si sarebbe suicidato con la moglie dopo che insieme avevano avvelenato tutti e otto i loro figli. E anche lei seguì il suo capo fino alla fine. L’aprile del ’45 lo passò anche lei nel bunker di Hitler, a battere a macchina gli ultimi comunicati e invece di fuggire quando apparve chiaro che tutto era finito, fu lei a cucire la bandiera bianca con cui, morti Hitler ed Eva Braun, morto Goebbels, sua moglie e gli otto figli, i pochi sopravvissuti si arresero alle truppe sovietiche.

Eppure Brunhilde non era una nazista fanatica: si era iscritta al partito solo per convenienza, come lo facevano tutti, o quasi, quelli che lavoravano nella pubblica amministrazione. Cominciò la sua carriera lavorando come segretaria alla radio, dove l’aveva fatta assumere un amico di famiglia, autore di teatro fallito e cronista di successo dei fasti di regime, Wulf Bley, “una persona molto gentile, gradevole, che non abitava molto lontano da noi e aveva una moglie gentilissima e un figlio molto carino”. E alla radio fu scelta, perché era diligente e velocissima con la macchina da scrivere, quando l’Ufficio propaganda dovette trovare una brava segretaria da assegnare al ministero. Ed è così che dal ’42 si trovò a vivere e lavorare per tre anni nell’ufficio accanto a quello di uno dei massimi esponenti di un regime mostruoso e totalizzante.

E però lei sosteneva di aver vissuto e lavorato nella più piatta “normalità”. Mai – diceva – le erano passate sotto gli occhi carte su cui si potessero leggere, o anche intuire, i crimini cui l’apparato del regime, e anche il ministero di Goebbels, si stavano operosamente dedicando: uccisioni di oppositori, creazione di campi di concentramento, espropri degli ebrei e, proprio in quegli anni, l’organizzazione meticolosa dello sterminio, prima le razzìe degli Einsatzgruppen nei territori occupati all’est e poi le camere a gas nei campi di sterminio. Certe volte – ammetteva – succedeva che a me o alle mie colleghe capitasse l’occasione di buttare l’occhio su qualche documento che sapevamo riservatissimo, ma la nostra etica professionale ci impediva di leggere ciò che non dovevamo leggere.

Tanta virtù è davvero sospetta, si ammetterà. Pare davvero difficile pensare che Brunhilde abbia potuto attraversare una vicenda tanto tremenda e totalizzante con la fatua leggerezza dell’io non sapevo, non potevo immaginare. Non lo crediamo per i tedeschi in genere, ma per lei e quelli come lei, così inseriti nella macchina del potere, è più incredibile ancora. Eppure questa è la chiave con cui lei si raccontava ed è anche la chiave del bellissimo documentario “Una vita tedesca” in cui i registi Christian Krönes, Olaf Müller, Roland Schrotthofer e Florian Weigensamer hanno raccontato la sua storia e del libro con lo stesso titolo di Thore Hansen. Nel documentario i suoi ricordi d’una vita abbastanza banale, anche negli anni della guerra e dei bombardamenti fino all’incubo del bunker, si alternano alle immagini di disperazione e di morte, alle marce delle SS nei paesi occupati, alle ciminiere di Auschwitz, alle cataste di cadaveri scoperte dai liberatori nei campi di sterminio.

“Naturalmente sono colpevole nel senso che sono stata una stupida”, dice Brunhilde a un certo punto del suo racconto. Sapevamo dell’esistenza dei campi di concentramento ma io personalmente non avrei mai potuto immaginare che lì si uccidessero tanti esseri umani. Certo, aveva visto prima della guerra sparire dal suo quartiere i negozietti degli ebrei e si chiedeva che fine avesse fatto quella cara signora che le vendeva il sapone, ma tutta quell’ostilità verso gli ebrei a loro, alle famiglie, alla gente “normale” era estranea: lei aveva avuto persino un flirt con un ragazzo ebreo. “Quella degli ebrei era una questione della politica” e lei, Brunhilde, non si occupava di politica. Poi “mi sono ritrovata, più o meno per leggerezza, in quello stupido partito al quale aderiva la maggioranza”.

Una sola volta, in una sola occasione la “leggerezza” di Brunhilde verso la politica sembra venir meno. È quando, il 18 febbraio del ’43, si trova insieme con una collega al palazzo dello sport di Berlino mentre Goebbels pronuncia il suo famoso discorso sulla “guerra totale”. La folla è in delirio e quando l’oratore in un crescendo retorico wagneriano chiede gridando “volete la guerra totale?” tutti scattano in piedi col braccio levato nel saluto nazista e urlano “sì”. Brunhilde con la sua amica non è in platea, ma dietro le quinte. Ed è forse questo distacco fisico dalla folla che le permette di intuire confusamente che qualcosa di strano e terribile sta avvenendo. La folla grida il suo sì alla morte, al proprio suicidio, e questo a Brunhilde, alla “normale” cittadina tedesca, dattilografa provetta, ragazza berlinese di buona educazione appare profondamente malsano. E Goebbels non è più il suo capo gentile, sempre corretto, che riceve nel suo ufficio tanti bravi attori e attrici fascinose, quello che a turno invita i suoi dipendenti al ministero nella sua bella casa nel parco, a mangiare con la sua bella moglie e i suoi bellissimi figli, ma il sacerdote di un barbaro rito di sangue.

Comunque, se c’è stato, questo momento di presa di coscienza si spegne presto. Fräulein Pomsel torna al suo ministero, alla sua macchina da scrivere, alla sua “stupida” normalità. Seguirà “stupidamente” il proprio destino, fino al bunker sotto la cancelleria, fino alla cattura da parte dei sovietici, fino all’internamento nel campo di concentramento di Buchenwald. Sì, proprio quello, il campo di sterminio nazista nella foresta a due passi da Weimar, i cui abitanti sostengono, in blocco, di non essersi mai accorti di nulla. Ho fatto la doccia – racconta Brunhilde – nello stesso locale in cui i prigionieri venivano uccisi con il gas. E la leggerezza è volata via.

Ha una morale questa storia? Thore Hansen, l’autore del libro ritiene che dietro la “leggerezza” di Brunhilde, il suo modo colpevolmente inconsapevole di attraversare la storia si nasconda un’attitudine dello spirito presente ancor oggi. E pericolosa, forse più pericolosa proprio oggi, nel momento in cui si manifestano le debolezze della democrazia e dietro il populismo trionfante montano superficialità e disimpegno. Le sfide della modernità, le crisi economiche, la globalizzazione, le migrazioni – scrive Hansen – portano “alcune fette della popolazione a ritirarsi nella vita privata”, a cercare le proprie nicchie chiudendo gli occhi sulla disumanità che ci cresce intorno. Fino al punto in cui di fronte alla storia di Brunhilde “ognuno di noi può arrivare a chiedersi: non mi sarei trovato anch’io nell’ufficio accanto a quello di Goebbels? Quanto di Brunhilde Pomsel si nasconde in ognuno di noi?”