La scuola non è più
scuola se è
solo tecnologia

Per quanto ancora frammentari e non univoci, i messaggi che ci raggiungono in questo esordio della fase 2 a proposito della scuola sono ben più che allarmanti. Pur prescindendo dai provvedimenti adottati a partire dalla fine di febbraio, e sostanzialmente prorogati fino al prossimo mese di settembre, concentrati sulla chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, ciò che preoccupa non poco è quanto filtra relativamente a ciò che dovrebbe accadere nel prossimo anno scolastico. Per dirla in estrema – ma realistica – sintesi, la prospettiva che emerge è quella di una definitiva e irreversibile liquidazione della scuola nella sua configurazione tradizionale, sostituita da un’ulteriore generalizzazione e da una ancor più pervasiva estensione delle modalità telematiche di insegnamento.

Esibendo in numerose occasioni un atteggiamento immotivatamente trionfalistico, neanche si trattasse di annunciare la cancellazione del contagio virale, i responsabili governativi della pubblica istruzione hanno delineato la nuova fisionomia che le scuole dovrebbero assumere. Non si tratterà soltanto di utilizzare le tecnologie da remoto per trasmettere i contenuti delle varie discipline, ma piuttosto di convertire una sciagura in un’opportunità, attraverso un profondo rinnovamento del “fare scuola” da ogni punto di vista.

Ebbene, si può certamente riconoscere – come da più parti nel corso degli ultimi anni si è sostenuto in maniera argomentata – che la scuola italiana avrebbe bisogno di interventi mirati, collocati su piani diversi, tali da investire gli stessi modelli della formazione e lo statuto epistemologico delle varie discipline. Ma altro è porre all’ordine del giorno un complessivo e articolato processo di riforma, frutto di una preventiva e meditata elaborazione teorica, altra cosa è sacrificare sul paganissimo altare della tecnologia identità, ruolo, funzioni, obbiettivi, della scuola, considerando comunque secondaria e pleonastica la dimensione della socialità, sia in senso orizzontale, fra gli allievi, sia nella direzione verticale del rapporto con i docenti. Altro è assumere iniziative di protezione dei discenti e del personale scolastico, e altro è appiattire il complesso processo dell’educazione sulla dimensione riduttiva dell’istruzione.

Nessuno sottovaluta i vincoli oggettivi che potrebbero persistere anche nel prossimo autunno, rendendo troppo rischioso il tentativo di ritorno alla normalità. Ma dare superficialmente per assodata l’intercambiabilità fra le due modalità di insegnamento – in presenza o da remoto – vuol dire non aver colto il fondamento culturale e civile della scuola, dimostrandosi immemori di una tradizione che dura da più di due millenni e mezzo e che non può essere allegramente rimpiazzata dai monitor dei computer o dalla distribuzione di tablet. E’ probabilmente superfluo ricordare che il termine greco scholé, dal quale derivano i termini che nelle lingue moderne descrivono la scuola, indica originariamente quella dimensione di tempo che è liberata dalle necessità del lavoro servile, e può dunque essere impegnata per lo svolgimento di attività più nobili, più corrispondenti alla dignità dell’uomo. Erede non indegna di questa tradizione, la scuola italiana rischia concretamente di essere spazzata via non dal virus, ma da una inappropriata e irresponsabile risposta all’incombere della minaccia virale.