La scuola insegni il mestiere di vivere, non un mestiere per vivere

La crisi esplosa nel cuore della scuola, con la pandemia e il terremoto della didattica a distanza, che ha sconvolto le vite e l’animo di centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi, fino ai più piccoli, ha le sue origini nel cambio di paradigma avvenuto nel campo riformatore, e soprattutto nel principale protagonista di quel campo, e cioè la sinistra italiana. C’è voluta la forte crisi degli adolescenti, una moderna questione giovanile, che come tale non è stata ancora tematizzata, per mettere a nudo, a partire dal rapporto figli-genitori, per arrivare a quello studenti-insegnanti, la tragica aridità culturale e morale del modello economicistico e ipercompetitivo imposto alla scuola nell’ultimo trentennio.

L’illusione della scuola come impresa

La scuola è diventata, nella visione aziendale prima e poi in quella istituzionale, in forma trasversale, la prima impresa che doveva partecipare alle nuove regole, allora affascinanti per molti, del mercato come regno della libertà.

Si può dire che esista una data simbolo, uno spartiacque che segna l’annuncio dell’imponente egemonia di quel modello. Parlo del 1991, quando chiude i battenti la rivista “Riforma della Scuola”, nata trentacinque anni prima. Il PCI si scioglie (e di questo si discute ancora appassionatamente): ma dov’era scritto che si doveva chiudere il più straordinario laboratorio riformatore della scuola, che attorno a diversi direttori, a partire da Lucio Lombardo Radice, che quella rivista aveva fondato nel 1955? Cosa c’entrava quell’elaborazione (democratica, aperta, pluralista, umanistica) col crollo del Muro di Berlino o con la necessità di distinguere più nettamente la storia del principiale partito della sinistra italiana da quella del comunismo internazionale dittatoriale e oppressivo?

Guardiamo le biografie degli intellettuali che furono protagonisti di quel grande movimento riformatore. Lucio Lombardo Radice, figlio di Giuseppe (grande pedagogista, di scuola idealista), fratello di Laura, che poi sposò Pietro Ingrao, era un matematico, e soprattutto un comunista atipico, interessato alla dimensione umana. Il suo approccio alla questione della scuola era proprio figlio dell’idea gramsciana che la scuola professionalizzante era stata pensata per lasciare a una minoranza ricca e privilegiata la cultura e per perpetuare lo sfruttamento e la subalternità delle classi lavoratrici. Mario Spinella era uno studioso di filosofia, collaboratore di Palmiro Togliatti, anch’egli “eretico”, collaboratore di riviste di tendenza e di avanguardia culturale come Alfabeta e il Piccolo Hans. Entrambi erano uomini dolcissimi nei modi (ho avuto la fortuna di conoscerli), curiosi del nuovo, soprattutto quando veniva dai ragazzi, antidogmatici, ma fortemente radicati nei loro ideali. Mario Alighiero Manacorda, più severo nei modi, era un grande storico e pedagogista. E Marino Raicich (che con Alessandro Natta condivideva lo studio e la passione per le lingue classiche, a partire dal greco) era un altro dirigente meraviglioso di quel filone culturale. Non voglio tacere il contributo che sulla scuola hanno dato poi Achille Occhetto, Giovanni Berlinguer, Tullio De Mauro e, in tempi più recenti, Luigi Berlinguer.

La spinta riformatrice fermata dalla ipercompetitività

Della storia di Riforma della Scuola si è recentemente occupato Maurizio Lichtner (www.educationduepuntozero.it). Occorrerebbe promuovere una riflessione più ampia sulle elaborazioni di quegli anni, e sulla grande ricchezza pedagogica di quel lavoro. Si può dire che la scuola primaria è stata profondamente cambiata e aperta proprio grazie a quell’azione. Ma la spinta riformatrice ha cominciato ad esaurirsi negli anni 80, in coincidenza con l’incedere dell’ideologia privatistica che arrivava da oltre Oceano. Negli anni 90 dal mondo dell’impresa, dal mercato è giunto il nuovo mantra a cui la scuola doveva adattarsi. Tutta la logica dei crediti e la riduzione a termini quantitativi dello spessore di una formazione critica e consapevole è stata assolutamente funzionale alla logica ipercompetitiva che si è affermata in quegli anni. La scuola come palestra di competizione, non di apprendimento, costi quel che costi.

La “buona scuola” di Renzi ha messo il suggello del neoliberismo

La “buona scuola” propugnata da Matteo Renzi è stata il compimento neoliberale di questo cammino. Le risorse pubbliche sono tagliate, le scuole cadono a pezzi, il corpo docente è sottopagato, l’esercito dei precari cresce, ma bisogna competere.

La DAD e la fase pandemica (presentata all’inizio come la panacea di tutti i mali, la grande occasione di una modernizzazione tecnologica dell’istruzione) hanno messo gravemente in crisi tutto il sistema già così malconcio.

Il matematico Lucio Lombardo Radice

Sono nate però nuove energie, tra i docenti, tra i genitori, e soprattutto nel campo studentesco: scaturite dal bisogno di ricostruire la scuola anzitutto come luogo di socialità, di cooperazione, come comunità. Ma tutto questo non basta, se non incontra un progetto politico e culturale all’altezza di quello promosso da Lucio Lombardo Radice e dai suoi compagni. C’è necessità di una politica, di un sindacato, di un movimento che metta insieme pedagogisti, studiosi e forze della scuola, capace di riaprire un ragionamento su cos’è la scuola nella società globale e digitale. Su quale asse culturale debba pervadere tutti gli orientamenti scolastici, sull’aumento dell’obbligo, almeno a sedici anni, sulla revisione del sistema dei crediti e sulla rivalutazione di un lavoro cooperativo e di gruppo.

Il dilagare di atteggiamenti razzisti, nostalgici del fascismo, violenti nei confronti delle donne, omofobi non è estraneo alla crisi della scuola. Essa, infatti, non deve insegnare un mestiere per la vita, ma il mestiere di vivere, di conoscere l’altro, l’altra, di amare il prossimo tuo come te stesso. E’ giusto essere valutati, per poter crescere e per poter vivere, non per essere scartati e lasciati nei moderni ghetti sociali.

Maurizio Landini, nella grande manifestazione a Piazza San Giovanni del 16 ottobre (Mai più fascismi) ha concluso il suo potente intervento con una forte critica al modello ipercompetitivo. Compito suo, della CGIL e dei sindacati, della sinistra, se c’è, nostro, a partire da chi coltiva una memoria, è quello di dimostrare l’assoluta ragionevolezza e forza di un modello alternativo, fondato sulla solidarietà, sulla consapevolezza, sul diritto al sapere per tutti.

Questo articolo è l’editoriale del nuovo numero di Infinitimondi rivista diretta da Gianfranco Nappi e Massimiliano Amato