Sergio Siglienti, in memoria
di un banchiere perbene

C’è un pezzo di storia che se ne va con la scomparsa di Sergio Siglienti: banchiere per una vita, figlio di una lunga e coerente storia antifascista e democratica, intellettuale raffinato come possono esserlo certi uomini di banca, di finanza, d’impresa che accanto ai bilanci cercano altre strade per valorizzare l’animo umano e condividere le passioni, le gioie, le sconfitte della comunità in cui vivono. Siglienti, originario di Sassari, scomparso a 94 anni, è stato protagonista della crescita e del successo della Banca Commerciale Italiana, per mezzo secolo la più potente e internazionale tra le banche italiane, un attore della metamorfosi economica, un esponente qualificato di una classe dirigente capace di individuare nel connubio tra pubblico e privato la strada per emancipare il nostro Paese e portarlo tra i grandi dell’industria europea e mondiale.

Siglienti è stato uno dei figli migliori della Comit, la banca di Raffaele Mattioli ed Enrico Cuccia, che sotto il fascismo mandava nelle filiali estere i dipendenti ebrei, che custodiva i Quaderni di Antonio Gramsci e sosteneva i dirigenti della Resistenza. Figlio di Stefano, ministro del secondo governo Bonomi e lui stesso banchiere, imparentato per via della mamma Ines Berliguer con Enrico e Giovanni Berlinguer, storici dirigenti del Pci, Sergio Siglienti ha sempre condiviso un orientamento culturale, più che politico, di chiaro stampo progressista, lontano dal conformismo e dalle mode, che teneva distanti grazie alla sua sottile ironia e alla capacità di sorridere anche sul potere di certi banchieri.

Le sue battaglie sono state condotte nel miglio quadrato del centro di Milano, tra piazza Scala e via Filodrammatici dove ha sede il santuario di Mediobanca. Lasciò la guida della Comit dopo un furibondo scontro con Enrico Cuccia, seguito a “Una privatizzazione molto privata” come titolò il suo libro su quell’esperienza. Sembra un altro mondo. Mediobanca è cambiata, ma senza Cuccia è un’altra storia. La Comit, magnifica preda per tanti famelici appetiti, alla fine è scomparsa dentro Intesa Sanpaolo. Ora se ne va Siglienti, un banchiere perbene.

Pubblichiamo alcuni passaggi di un’intervista a Sergio Siglienti pubblicata sull’Unità il 21 giugno 2005, dedicata ai suoi rapporti con Enrico Cuccia e alle “scalate” bancarie di quell’estate.

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Se le dico Enrico Cuccia cosa le viene in mente?
“Mezzo secolo di lavoro e di frequentazioni. Ma la prima cosa è un ricordo personale, per me molto importante anche se apparentemente banale. Tanti anni fa, quando ero un giovane funzionario della Ceca (la Comunità europea del carbone e dell’acciaio), mi capitò di incontrare Cuccia all’aeroporto di Parigi mentre attendevamo il volo per Milano. Mi salutò con grande affetto e ci avviammo assieme a prendere l’aereo. Io presi posto nella business class, questo avevamo ottenuto dalla Ceca, mentre Cuccia mi disse:”Io sono più indietro, viaggio in economica”. Cuccia era già un banchiere famoso e potente, io ero un funzionario. Per me fu una lezione. Non l’ho mai dimenticata”.
Com’era sul lavoro?
“Imbattibile. Non ho mai conosciuto nessuno come lui. Quando stavo alla Comit lo chiamavo spesso per questioni di lavoro. Gli chiedevo quando potevo incontrarlo e lui mi rispondeva :”Subito”. Usciva da una riunione, interrompeva un colloquio e rispondeva immediatamente alla questione. Ti dava la risposta, senza tentennamenti. Caso mai potevi passare dei guai dopo, se non seguivi le sue indicazioni. Aveva una lucidità di analisi e di giudizio senza paragoni. Cuccia aveva un suo stile, una personalità di grande uomo anche nelle piccole cose. Dopo un incontro ti accompagnava sempre all’ascensore, ti salutava, aspettava che te ne andassi”.
Cuccia privato, che cosa la colpiva?
“La sua riservatezza era leggendaria. Ma il fatto che più mi impressionò, anche dopo molti anni di conoscenza, fu la sua generosità, la grande disponibilità alla beneficenza. Faceva molte donazioni e si irritava quando qualcuno lo ringraziava pubblicamente. Desiderava che queste sue opere rimanessero totalmente segrete. Ricordo, a questo proposito, un episodio significativo. Un giorno Cuccia ed io eravamo a un incontro presso un importante ospedale: a un certo punto un uomo, probabilmente un medico, si avvicinò a Cuccia ringraziandolo per tutto quello che aveva fatto per i malati. Lui non disse una parola, se ne andò seccatissimo».
Di Cuccia si è spesso parlato come di un uomo che amava il potere. Era cosi?
«Cuccia era il potere, aveva una sua personale filosofia del potere. Non era assolutamente interessato ai soldi tanto che si dice che sarebbe morto non povero, ma comunque dopo aver elargito larga parte dei suoi beni. Cuccia non amava la ricchezza, voleva il potere e per lui il potere era dominare i grandi capitalisti. ‘Non sono ricco, ma tutti i miliardari vengono qui a chiedermi aiuto’, questo pensava. Gli industriali più potenti d’Italia si mettevano sull’attenti quando ricevevano una telefonata da Cuccia: Agnelli, De Benedetti, Pirelli, Pesenti, nessuno faceva eccezione. Piaccia o no, Cuccia ha salvato due volte la Fiat, ha evitato che la Montedison fallisse già molti anni fa, ha dato una mano e anche qualche cosa di più a molti gruppi industriali italiani. Cuccia, con la sua Mediobanca, esercitava il potere sul capitale privato e dall’altra parte creava barriere e ostacoli all’intromissione del potere politico, statale e parastatale. Quando le banche dell’Iri iniziarono ad uscire dal capitale di Mediobanca, visse questo processo come una liberazione dalla presenza dell’azionista pubblico. Cuccia non credeva alla public company, pensava che le banche e Mediobanca svincolate dalla presenza dello Stato potessero essere governate dalla sua azione».
(…)
Lei fu vittima di un disegno di potere di Cuccia nella privatizzazione della Banca Commerciale.
“Io mi opposi al modello di privatizzazione della Comit, ispirato da Cuccia, che come scrissi in un libro mi sembrava ‘Una privatizzazione molto privata’. Uscii dalla Comit, ma con Cuccia i rapporti furono sempre chiari e onesti. Anche se lui continuò a sgridarmi: ‘Siglienti, lei avrebbe dovuto seguire i miei consigli’. La vendita della Comit non poteva funzionare perchè non era un’operazione di mercato».
Lei inventò la definizione di “debitori di riferimento” a proposito di certi imprenditori privati. Ci sono anche oggi i “debitori di riferimento”?
”Certo che ci sono, sono i protagonisti di certe scalate alle banche, come si legge sui giornali. Il modello dei ‘debitori di riferimento’ è lo stesso che si vede per certe scalate bancarie: cioè ci sono imprenditori finanziati dalla stessa banca di cui devono diventare azionisti. Questo è un corto circuito pericoloso”.
I nuovi immobiliaristi piacerebbero a Cuccia?
“No. Questi neocapitalisti si presentano con fortune enormi, alimentate forse dagli immobili. Non vorrei addentrarmi e descrivere il modo in cui sono state create queste fortune anche perchè sono vicino agli ottant’anni e non vorrei essere querelato. Mi sento di dire, però, che Cuccia non avrebbe fatto avvicinare questi neocapitalisti”.
Sicuro?
“Cuccia aveva antenne molto sensibili. Sapeva dire no, anche agli industriali più potenti e alla moda. Già quindici anni fa quando la Parmalat era una grande multinazionale alimentare, Calisto Tanzi chiese il sostegno di Cuccia. Cuccia respinse Tanzi:‘Mi pare che Parmalat abbia una contabilità un po’ troppo complessa’, mi disse. Cuccia non ebbe timore a opporsi a Raul Gardini quando Gardini sembrava un trionfatore. Anche oggi, di fronte a certi personaggi, Cuccia avrebbe preso le distanze”.
Senza Cuccia, cosa rimane di Mediobanca?
“Mediobanca è sempre stata presentata come una banca d’affari ma non è mai stata una banca d’affari, tanto che la nostra Borsa è tra le più povere come numero di imprese quotate. Le merchant bank prendono le aziende e le portano in Borsa. Mediobanca prendeva le aziende e spesso se le teneva e se le tiene. Mediobanca ha fatto la banca d’investimento, che è un’altra cosa. E su questa ambiguità ha lavorato per mezzo secolo”.