Scomparso Piero Manni, tra libri
e politica l’editoria di un altro sud

La recente scomparsa dell’editore Piero Manni (1944-2020), fondatore, insieme alla moglie Anna Grazia D’Oria, dell’omonima casa editrice di San Cesario di Lecce (casa editrice fondata nel 1985, ma “preparata” nel 1984 con l’avvio della pubblicazione della rivista “l’immaginazione”, che ancora esce regolarmente), pone alcune questioni di grande rilevanza a proposito del panorama editoriale meridionale.

La prima delle quali richiama immediatamente una questione letteraria, perché l’editore Manni si è subito caratterizzato per essersi agganciato agli sviluppi letterari del Gruppo 63 e, in generale, a una linea di ricerca che potremmo latamente definire sperimentale. Ovviamente l’editore Manni è stato ed è anche un editore generalista, non solo per ragioni commerciali – una casa editrice di sola sperimentazione difficilmente resiste troppo a lungo sul mercato – ma anche per curiosità, pluralismo culturale, e per necessità di allargare la platea dei lettori e degli interlocutori critici e giornalistici.

Il ribellismo del 68 pugliese

Piero Manni

Come ha ben raccontato qualche giorno fa Oscar Iarussi sulla “Gazzetta del Mezzogiorno”, Piero Manni è stato un protagonista del ’68 pugliese: “La «guerra di Piero» non ha altro nome che Sessantotto, di cui il Nostro è uno dei leader nel «comitato di agitazione» leccese insieme ai fratelli Cesare e Giovanni Salvi, Antonio Caprarica, Claudia Mancina, sotto lo sguardo di un giurista quale Umberto Cerroni, esegeta marxista allora tra i più ascoltati e docente dal ’64 nell’ateneo salentino. Ma non si pensi a una egemonia del Pci, perché l’alveo del precoce Sessantotto leccese cominciato già nel 1966 – come ricordò su queste colonne Oreste Massari, docente alla Sapienza, intervistato da Dino Levante – «fu un certo ribellismo anarchico-anticlericale (il circolo Giulio Cesare Vanini), o estetico (si pensi all’humus culturale in cui si era formato Carmelo Bene) attraverso i fermenti intellettuali soprattutto nel liceo Palmieri, allora vera scuola di eccellenza»”.

Questo “ribellismo” è sempre risultato evidente nella produzione della casa editrice, che sin dagli albori si è legata ai grandi protagonisti della sperimentazione, da Pagliarani a Malerba, da Zanzotto a Sanguineti, da Riviello a Volponi, da Leonetti a Lunetta (sperimentazione, si diceva, non solo avanguardia: due concetti contigui ma non coincidenti). Ma anche a critici letterari di prim’ordine come Romano Luperini, Renato Barilli, Giorgio Patrizi, Filippo Bettini, Francesco Muzzioli, Antonio Prete, che hanno costantemente arricchito il prestigio de “l’immaginazione”.

Vocazione sperimentale

Negli anni ’90 la Manni è diventata la principale casa editrice di una nuova ondata avanguardistica, che vedeva tra i suoi protagonisti poeti “estremi” come Lello Voce, Biagio Cepollaro, Mariano Bàino, Gabriele Frasca, Marcello Frixione e Tommaso Ottonieri, tutti scrittori che si rifacevano apertamente al Gruppo 63. E tutto questo dalla distanza salentina, da una oggettiva lontananza dai centri culturali più importanti – in un momento, tra l’altro, in cui i giornali avevano ampiamente abbracciato la letteratura di consumo e il disimpegno critico.

Con intelligenza la Manni ha saputo mantenere fede negli anni alla propria linea sperimentale pur accogliendo nel proprio catalogo scritture non propriamente di rottura (da Raffaele Crovi a Cosimo Argentina, da Raffaele Nigro ad Alda Merini), e questo le ha permesso di sopravvivere nel difficile mercato dei libri, massimamente complicato nel Mezzogiorno d’Italia, dove i dati di vendita e gli indici di lettura sono da sempre bassissimi.

Lo sguardo che la Manni ha rivolto al Mezzogiorno è sempre stato particolarmente interessante, perché il Sud è anzitutto territorio letterario realistico-sociologico (reportage, romanzi familiari, romanzi storici, indagini sociologiche, romanzo criminale, ecc.), mentre la letteratura sperimentale qui non ha mai goduto di particolare rilevanza e attenzione.

Così come in sede storica ci si chiede quale sia stata la reale consistenza della Resistenza al Sud e del ’68, così bisognerebbe chiedersi quale sia stata la reale importanza della letteratura sperimentale da Sud e del Sud (sono temi sui quali ci sembra particolarmente attrezzato un critico attento e puntuale come Salvatore Ferlita). È mai esistita una letteratura sperimentale o d’avanguardia al Sud? La risposta è difficile. Ma un dato sembra incontestabile: al Sud è sempre prevalsa una letteratura di denuncia oppure genericamente lirico-realistica, spesso di stampo patetico o populista. Eppure di grandi sperimentatori ce ne sono stati; e pensiamo, tra i tanti, a Michele Sovente, a Michele Perriera, a Vito Riviello, a Edoardo Cacciatore, a Roberto Di Marco – e, appunto, ai poeti del Gruppo 93 (in larga parte napoletani), ampiamente pubblicati da Manni, che è stata per alcuni anni una sorta di piccola Feltrinelli del Sud (la Feltrinelli nasce sperimentale), ma senza una città come Milano a darle supporto, e senza quotidiani nazionali a fiancheggiarla.

Il sud oltre la Taranta

Immersa in una realtà culturale spesso oleografica, conservatrice, lirico-realistica e con pochi centri culturali dinamici e attivi, la Manni ha provato a portare al Sud la complessità della sperimentazione, ma spesso le risposte le ha trovate altrove, non venendo compresa nel Mezzogiorno, ancora segnato dall’engagement e dal sentimentalismo manieristico. Ancora più difficile è stato quando il Salento è esploso nella sua dimensione turistico-modaiola a partire dall’exploit della Notte della Taranta alla fine degli anni ‘90, piegando gli scrittori all’esotismo e a narrazioni elementari, suggestive e semplicistiche, banalizzatrici di un grande patrimonio antropologico, ridotto a intrattenimento turistico.

La Manni si è coraggiosamente sottratta a questa opportunità commerciale, e ha continuato, soprattutto attraverso la rivista, a valorizzare una letteratura di ricerca, distante dagli stereotipi e dagli esotismi meridionalistici.

Oggi che Piero Manni non c’è più la casa editrice continuerà la sua attività come prima, essendo questa linea editoriale totalmente condivisa della moglie Anna Grazia D’Oria e della figlia Agnese. L’auspicio è che la vocazione sperimentale, sia pure all’interno di un catalogo più vasto e plurale, non venga dismessa – anzitutto per provare a capire se esiste ancora un “altro” Sud: un Sud senza pizzica e senza mafia, ma più complesso da un punto di vista stilistico e teorico. E, insieme a essa, quel ribellismo di cui ha parlato Oscar Iarussi nel suo appassionato articolo dedicato alla morte dell’editore salentino, la cui assenza rende ancora più desertificato il già povero panorama dell’editoria meridionale.