La scommessa di Elly Schlein: ricostruire l’identità dem. Nel Pd ci sono ormai due partiti

Il discorso con cui Elly Schlein ha proposto la propria candidatura alla guida del Pd mi è sembrato bello, nuovo, ricco di passione, fresco, radicale, plurale, coinvolgente. Soprattutto, credo che abbia individuato due degli aspetti negativi che hanno caratterizzato la vita del Pd nell’ultimo decennio: la mancanza di una identità politica riconoscibile e la perdita di quel senso di comunità che dovrebbe essere connaturato a un partito di sinistra.

Le parole sono importanti perché delineano un’idea e un modo di essere. Per questo ho annotato quelle nuove di questo originale vocabolario democratico: leader collettivo, unità, diversità, beni comuni, disuguaglianze, clima, lavoro, redistribuzione, femminile, femminista, conflitto, ascolto, libertà. diritti. Ma prima di tutto: noi. Che è il contrario dell’io che ha dominato la scena del Pd fino ad oggi.

Il profilo della nuova identità è, quindi, marcatamente di sinistra, di netta opposizione alla destra e alla retorica della prima donna premier, e si fonda su tre temi: lotta alle disuguaglianze, difesa del clima, centralità del lavoro. La cultura politica è lontana dal renzismo, che è considerato la causa del disastro in cui si trova il Pd e che viene accusato di avere umiliato chi, dentro il partito, la pensava diversamente. Per Schlein è tempo di cambiare: ognuno si senta libero di arrivare, di dire la sua, di partecipare a un’onda che deve spezzare le correnti e liberare le energie del Pd. Lei, promette, si metterà in viaggio con zaino e taccuino per ascoltare. Perché senza la base, spiega, scordatevi l’altezza.

Un bel discorso con le parole giuste, con la passione giusta, davanti a moltissime persone e, cosa molto importante, davanti a tanti giovani.

Corpo estraneo?

Incontro ‘Parte da Noi’ con Elly Schlein
Elly Schlein durante l’incontro ‘Parte da noi’ nel quale annuncia la sua candidatura a segretario del PD (ph Luigi Mistrulli / Fotogramma.it)

Bene, ora però la domanda che sorge è la seguente: saprà il Pd accogliere questa sfida che gli impone un profondo cambiamento o invece considererà Elly Schlein un corpo estraneo e quindi da rigettare? Saprà Schlein costruire davvero l’onda in grado di travolgere lo spirito correntizio del partito e il suo moderatismo o sarà travolta lei da una reazione frutto della difesa corporativa dello status quo?

Stefano Bonaccini annuncia la sua candidatura alla segreteria del Partito Democratico
Stefano Bonaccini, presidente della regione Emilia-Romagna annuncia la sua candidatura alla segreteria del Partito Democratico, a Campogalliano.

Detto in un modo ancora più chiaro: siamo sicuri che Elly Schlein e Stefano Bonaccini, i quali sono i candidati più accreditati a fronteggiarsi alle primarie aperte di febbraio, siano figli dello stesso partito, della stessa idea della politica, della stessa identità democratica? O non siano invece espressione di due partiti diversi – certo contigui e quindi disponibili al dialogo e all’alleanza – con due idee diverse del mondo? L’una sembra infatti la paladina di una sinistra radicale, del lavoro e dei diritti e l’altro, invece, interprete di un partito liberal che mette insieme lavoro e impresa e si pone come interlocutore dell’establishment economico. L’una appare più movimentista e quindi più attenta ai conflitti sociali, l’altro è più istituzionale e quindi più propenso alla mediazione politica e al governo.

Divaricazione

Questa divaricazione è confermata da un altro dato che sta caratterizzando questa strana fase congressuale del Pd: il contrasto che si è aperto tra i “saggi” incaricati di elaborare il nuovo manifesto del partito. La divisione è tra chi ritiene che il vecchio manifesto del 2007, quello dell’era Veltroni, sia superato e, visti anche gli errori e gli sbandamenti degli ultimi anni, occorra una nuova idea del partito, più radicale, più di sinistra, più critico dell’attuale modello di sviluppo capitalistico e meno attratto dalle sirene liberiste e chi invece pensa che quel vecchio modello blairista a vocazione maggioritaria resista ancora e che il Pd non debba far altro che darsi una riverniciata e tirare avanti.

Bisogna riconoscere, tra l’altro, che è abbastanza singolare che questa discussione sul manifesto avvenga a prescindere da chi sarà il segretario chiamato a interpretarlo. È come se il congresso viaggiasse su due binari paralleli che alla fine, probabilmente, non si incontreranno mai. Ma tant’è: è il Pd, bellezza.

In conclusione di questi ragionamenti resta la domanda di fondo: il Pd è un partito o sono due? Ma se sono due, come io credo, un’altra domanda ne discende: per quale motivo si continua a tenerli insieme, in modo forzoso e in stato di costrizione, invece di liberarli e consentire a ciascuno di loro di seguire la propria strada rappresentando con le proprie idee i blocchi sociali che ognuno dei due considera di riferimento?