La scienza non è più
un posto riservato
soltanto ai maschi

“Una donna che nomina una donna. E’ un simbolo dell’empowerment femminile e di quello che le ragazze possono ottenere come modello per la loro carriera”. Saluta così Maria Chiara Carrozza la sua nomina a presidente del Cnr da parte della ministra per l’Università e la ricerca Maria Cristina Messa. In effetti è un traguardo importante, considerando che Carrozza, laureata in fisica, docente ordinaria di Bioingegneria industriale presso la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa e coordinatrice di diversi progetti di ricerca nei settori della biorobotica, della biomeccatronica e della neuro-robotica, è la prima donna a dirigere il Consiglio Nazionale delle Ricerche dalla sua nascita, quasi cento anni fa.

Il Cnr è la più grande struttura di ricerca del Paese. Conta 8.500 dipendenti che operano su tutto il territorio nazionale, di cui oltre 7.000 impegnati in ricerca e attività di supporto alla ricerca. Ha una lunga storia perché è nato il 18 novembre del 1923 da un’idea di Vito Volterra, matematico, che pensava a un ente pubblico che promuovesse la scienza applicata e di base in tutti i più diversi settori.

In questa lunga storia non è che le donne non siano state presenti. Ad esempio, già nel 1928 la chimica Maria Bakunin cominciò a collaborare con il Cnr e venne inserita nella Commissione degli idrocarburi aromatici, un gruppo di 13 membri che nel 1930 confluirono nella nuova Commissione dei combustibili. Dopo la guerra, Bakunin fu anche nominata nel Comitato chimico dopo la ricostruzione. Ricordiamo poi Rita Brunetti, fisica, direttore di vari istituti a Cagliari e a Pavia negli anni Trenta-Quaranta del Novecento. Negli stessi anni Giuseppina Aliverti, anch’essa fisica, ricoprì diversi ruoli istituzionali all’interno del CNR occupandosi soprattutto di geofisica. Poi ci furono alcune donne che erano parte di coppie famose: ad esempio Ida Bianco e il marito Ezio Silvestroni, entrambi medici, che nel 1946 dimostrarono, grazie ai fondi del CNR, il legame diretto tra la talessemia e il morbo di Cooley e la possibilità di prevenire la malattia controllando le unioni.

Oppure i coniugi Nitti-Bovet. Filomena Nitti, figlia di Francesco Saverio, era dovuta emigrare in Francia con la famiglia sotto il fascismo. Lì si era laureata in scienze naturali e aveva cominciato a collaborare con Daniel Bovet, direttore del laboratorio di chimica terapeutica dell’Istituto Pasteur. I due si innamorarono e presto si sposarono. Nel 1946, Domenico Marotta direttore dell’Istituto Superiore di Sanità, chiama Bovet a dirigere il laboratorio di chimica terapeutica e Filomena Nitti lo segue. Insieme contribuiscono a sviluppare una nuova disciplina, la chemioterapia per contrastare il cancro. Filomena fornisce un contributo importante alle scoperte dei sulfamidici e degli antistaminici, che varranno il premio Nobel al marito nel 1957. Negli anni Sessanta, dopo l’arresto di Marotta, i due scienziati lasciano l’ISS e Filomena Nitti entra nell’istituto di psicologia e psicofarmacologia del Cnr. Al Cnr ha lavorato per un periodo anche Rita Levi-Montalcini, tornata in Italia dagli Stati Uniti, dirigendo il laboratorio di biologia cellulare dal 1969 al 1979. E poi molte altre che qui non abbiamo spazio per ricordare.

Insomma la presenza femminile all’interno del Cnr non è stata assente, ma limitata certamente sì. Oggi, le cose sono cambiate, le ricercatrici sono molte, ma rimane il problema della carriera, ovvero difficilmente le donne raggiungono posizioni di dirigenza. Basti pensare che, almeno fino al 2015, solo il 18% degli istituti dell’ente erano diretti da donne.

E’ il vecchio problema del tetto di cristallo, o se si vuole, del tubo che perde, per cui a fronte di un numero di donne più alto degli uomini tra i laureati, quando si sale nella carriera le posizioni si invertono. Come ricordava Sveva Avveduto, che ha diretto l’Istituto di ricerca sulle popolazioni e le politiche sociali del Cnr ed è presidente di Donne e Scienza in una intervista di qualche mese fa: “In una tipica carriera accademica, le laureate sono presenti per il 59%, le dottorande e le dottoresse di ricerca al 48%, mentre solo il 46% sono ricercatrici, il 40% professoresse associate fino ad arrivare al 24% delle docenti ordinarie. La distribuzione delle donne nelle carriere accademiche in Science, Technology, Engineering and Mathematics (STEM) appare ancor più problematica, in quanto sin dall’accesso ai corsi di studio le donne sono in minoranza rispetto agli uomini, 32% contro 68%; percentuale che si contrae al 35% tra le ricercatrici, al 28% delle associate fino al 14% delle ordinarie”.

Come ovviare a questa perdita? Un’opinione ormai diffusa è che per avvicinare le ragazze allo studio delle materie scientifiche ci vogliono modelli di ruolo a cui possano ispirarsi. Gli stereotipi per cui la scienza “è roba da maschi” sono ancora molto forti, dimostrano alcune ricerche. Se la scienza venisse rappresentata anche dalle donne, possibilmente in posizioni apicali, sostengono alcuni, le ragazze sarebbero facilitate nello scegliere le materie STEM.

In questo contesto, la nomina di Maria Chiara Carrozza, che è stata anche ministra dell’Istruzione, università e ricerca dal 2013 al 2014, potrebbe rappresentare un modello, come ha sottolineato lei stessa nel primo messaggio ufficiale da presidente.