La salute è un diritto universale,
Giovanni Berlinguer e le riforme del ’78

“Il modo di essere del nuovo intellettuale non può più consistere nell’eloquenza, motrice esteriore e momentanea degli affetti e delle passioni, ma nel mescolarsi attivamente alla vita pratica, come costruttore, organizzatore, ‘persuasore permanentemente’ perché non puro oratore – e tuttavia superiore allo spirito astratto matematico; dalla tecnica-lavoro giunge alla tecnica-scienza e alla concezione umanistica storica, senza la quale si rimane ‘specialista’ e non si diventa ‘dirigente’ (specialista+politico)”. Così scriveva Antonio Gramsci in un celebre passo dei Quaderni del carcere parlando della figura dell’intellettuale. La definizione, scrive Fabrizio Rufo nell’introduzione al libro collettaneo di cui è curatore (La salute è un diritto. Giovanni Berlinguer e le riforme del 1978, Ediesse Futura editore, pp. 223, euro 15,00) si attaglia perfettamente a Giovanni Berlinguer e alla sua costante ricerca di una sintesi tra politica, azione sociale e amore per la conoscenza. E’ in questa prospettiva che si deve leggere il contributo di questo intellettuale alle tre leggi che hanno cambiato non solo l’assistenza sanitaria in Italia, ma la società nel suo complesso e hanno portato il nostro paese all’avanguardia nel campo della sanità pubblica in tutto il mondo. Parliamo della legge 180/1978 (conosciuta anche come Legge Basaglia, dallo psichiatra che si batté per la sua approvazione) che ha sancito la fine dei manicomi, la legge 194/1978 che ha depenalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza e la legge 833/1978 che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale.

L’approvazione di quelle tre leggi ha quasi del miracoloso se pensiamo che avvenne in un anno difficile, il 1978, segnato da una serie di eventi destabilizzanti, a cominciare dal rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta e dalle dimissioni del presidente della Repubblica Giovanni Leone. Naturalmente quelle leggi non nacquero dal nulla, ma dal forte fermento sociale degli anni precedenti, come ricorda lo stesso Berlinguer in un suo scritto: “in quel decennio inquieto e tumultuoso (1968-1978) si svilupparono idee, movimenti, lotte ed esperienze assai differenziate tra loro, ma convergenti nel valorizzare libertà e diritti delle persone e nel chiedere allo Stato ben più delle mutue”. In quel fermento si muoveva lui stesso, “medico e igienista di formazione, politico per convinzione, umanista per natura”, convinto che salute e malattia siano fenomeni biologici ma anche sociali e che favorire l’una a scapito dell’altro dipende dalla nostra capacità di intervento su tanti altri elementi – come il lavoro, i fattori personali, le condizioni abitative, i trasporti, la nutrizione, i rapporti familiari – e soprattutto dall’esercizio della democrazia attraverso l’esercizio di diritti e doveri. In quegli anni ritroviamo quindi Berlinguer a discutere con Basaglia di manicomi, con le donne di aborto, con i sindacati di Sistema sanitario in diversi luoghi di confronto.

L’Italia prima del 1978

Per capire di cosa stiamo parlando conviene ricordare, come giustamente fa il libro, cos’era l’Italia prima del 1978, almeno per quanto riguarda i tre campi di cui stiamo discutendo.
Cos’era il manicomio? Per spiegarlo potrebbero bastare le quattro parole pronunciate da Franco Basaglia nel 1961 quando entrò nell’ospedale psichiatrico di Gorizia per prendere servizio: “E’ un autentico lager”. Al momento dell’internamento le persone venivano spogliate della propria identità, di tutti gli effetti personali, perfino dei vestiti, sostituiti con una uniforme, e dei capelli che venivano rasati. Costretti a mangiare senza posate perché si riteneva potessero essere usate come oggetti di offesa, rinchiusi in spazi angusti, recintati da muri o reti, i pazienti subivano spesso violenze: picchiati, legati, torturati. Retrocessi al rango di “non umani”, considerati un pericolo da cui la società doveva difendersi, gli internati perdevano qualsiasi diritto. Nella categoria dei “matti” rientravano anche alcolisti, epilettici, persone con la sindrome di Down. Ma non era strano trovare anche persone cresciute nel manicomio con tutte le restrizioni del caso perché nate da madri internate.

L’interruzione di gravidanza in Italia era regolata dal codice Rocco. La legislazione, varata dal ministro della giustizia Alfredo Rocco nel 1931 e mai modificata, prevedeva una dura penalizzazione dell’interruzione di gravidanza, assecondando la volontà del fascismo di arrestare il calo demografico e l’idea che la donna doveva fornire il suo servizio alla patria attraverso la maternità. Tuttavia, forti attenuanti erano invece previste per i reati legati alla salvaguardia del decoro e dell’onore familiare, compresi infanticidio, abbandono di neonato e aborto. Attenuanti che riguardavano, ovviamente, soprattutto gli uomini. In realtà gli aborti si continuavano a praticare, spesso in modo clandestino con conseguenze drammatiche per la salute delle donne. Le statistiche erano piuttosto imprecise: le stime andavano da centomila aborti clandestini l’anno a oltre tre milioni. Numeri comunque importanti che la legge punitiva non riusciva a contrastare. Anche in questo caso, alcuni diritti venivano negati.

E veniamo al sistema delle casse mutue cui era affidata la salute degli italiani. Ogni ente mutualistico era competente per una categoria di lavoratori e per i loro familiari a carico. Nel sistema mutualistico il diritto alla tutela della salute era garantito non al cittadino, ma al lavoratore (maschio), con la conseguenza che chi non rientrava in questa categoria era fuori e poteva accedere alle cure gratuite solo se iscritto alle liste comunali degli indigenti di cui si occupava lo Stato. C’era poi il fatto che non tutte le mutue erano uguali: esistevano importanti differenze tra le prestazioni. Ancora una volta una questione di diritti negati, nonostante l’articolo 32 della Costituzione considera quello alla salute come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Tutto questo a fronte di un numero di posti letto ospedalieri molto inferiore allo standard richiesto dall’Oms. L’iniquità e l’inefficienza di quel sistema vanno ricordate soprattutto oggi, quando spinte al ritorno alle mutue si cominciano a far sentire con voci più forti.

Da stato assistenziale a stato di diritto

Nel decennio “inquieto e tumultuoso” però tante cose accadono. Si forma un movimento alla guida del quale c’è Franco Basaglia, che porta la sua esperienza sul campo a sostegno della teoria, per la chiusura dei manicomi. Le donne cominciano a rivendicare il diritto di decidere sulla questione dell’aborto. Mentre si discute sempre di più della riforma dell’assistenza sanitaria, anche se solo in quell’anno fatidico l’incontro tra il pensiero laico e socialista (del PCI e del PSI) e quello della dottrina sociale della Chiesa, che trovava espressione politica in una parte della DC, permisero la nascita del Servizio Sanitario Nazionale. Una vera rivoluzione anche concettuale perché con la riforma si attua “il superamento dello stato assistenziale per raggiungere uno stato di diritto”. La tutela della salute diventa un diritto di tutti i cittadini, di ogni età, sesso e censo. Proprio come recita la Costituzione. Le basi su cui poggiava la riforma erano la globalità delle prestazioni, l’universalità dei soggetti destinatari, l’eguaglianza di trattamento, il rispetto della dignità e della libertà della persona. Vale la pena leggere le parole di Giovanni Berlinguer perché spiegano molte cose e soprattutto ci dicono perché, pur riformato, il Servizio sanitario nazionale vada mantenuto: “Il Servizio sanitario nazionale si è chiamato così per motivi precisi: è un servizio, non un ente o un istituto separato dal corpo statuale; è sanitario, non solo medico-terapeutico, ma preventivo e ambientale; è nazionale, cioè tendenzialmente unificante, anche se amministrativamente decentrato”.

Giovanni Berlinguer fu relatore alla Camera insieme a Del Pennino della legge sull’interruzione di gravidanza, ma partecipò attivamente al lavoro preparatorio di tutte e tre le leggi e soprattutto fu uno dei motori delle convergenze politiche che permisero la loro approvazione, pure in un momento difficile come l’anno 1978. Se l’Italia oggi è un paese con più diritti, lo dobbiamo anche a lui.