La Russia fa i conti con l'”operazione speciale” di Putin

“Appiccarono il fuoco e tutto bruciò…”. Quattro anni fa Mikhail Gorbaciov, gli occhi umidi, rispose così al regista tedesco Hermann Herzog che lo intervistava per farci un film. Un docu-film sulla vita dell’ultimo “gensek”, il segretario generale del Pcus. Una testimonianza drammatica, a tratti tenera, spesso commovente. Ma anche tragicamente attuale. Perché quel che vediamo in questi giorni terribili a due passi da noi, nel cuore dell’Europa, parte tutto dal ricordo-denuncia di Gorbaciov. Da quanto avvenne più di 30 anni fa nella foresta di Belaveža, nella stessa regione bielorussa dove si sono svolti, in questi giorni, gli incontri tra le delegazioni russa e ucraina. Da quella dacia bianca, circondata da betulle, in cui l’8 dicembre del 1991 Boris Eltsin, a nome della Russia, Leonid Kravčiuk, a nome dell’Ucraina e Stanislau Šuskevič a nome della Bielorussia dichiararono sciolta l’Urss creando la Comunità degli Stati Indipendenti alla quale aderirono altre otto Repubbliche. Fu il penultimo atto ma decisivo. Gorbaciov tentò disperatamente di opporsi ma, oggettivamente, fu troppo tardi. Il presidente dell’Urss ne parlò in modo diretto, nel discorso d’addio del 25 dicembre: “Il popolo si ritrova d’un colpo senza il suo Stato”. Possiamo dire che aveva chiaro, sin d’allora, quel che sarebbe accaduto nell’ormai ex Urss e nel mondo. “Avevano fretta – aggiunse – molta fretta di prendere il potere. Eltsin faceva i capricci. Invece di sciogliere l’Urss avrebbero dovuto stabilire di dare più diritti alle Repubbliche, rimanendo insieme”. Non avvenne e la bandiera venne ammainata.

Dal punto di vista storico, una premessa doverosa. Che segnala anche grandi responsabilità del gruppo dirigente russo che colse al volo l’occasione del golpe del 19 agosto 1991 per dare l’assalto alle strutture del Paese, per impadronirsi dell’apparato militare e industriale instaurando d’imperio una liberalizzazione economica madre di nuove, immense povertà ma anche di improvvisi patrimoni miliardari a beneficio dei cosiddetti oligarchi. E, adesso, siamo tutti qui a guardare gli effetti nefasti della guerra decisa da Vladimir Putin, già pupillo e capo di governo di Boris Eltsin. Siamo anche ad interrogarci su cosa possa accadere dentro la società russa. Da giorni tutti si chiedono: reggerà Putin, ha nemici all’interno del sistema? Ed il popolo lo sostiene nonostante i colpi di maglio delle sanzioni?

Code al bancomat

Fa effetto la notizia che McDonalds abbia chiuso ben 850 ristoranti e punti di vendita per tutta la Russia. Il primo venne inaugurato ancora sotto Gorbaciov, era il 31 gennaio del 1990, un evento quasi memorabile nella bellissima piazza con il monumento a Puskin, luogo d’incontri, di sposi novelli, a poca distanza dall’Yliseyev, il “gastronom” di lusso, in stile art nouveau, dove, in rubli ma a caro prezzo, si trovava il caviale nelle scatole rotonde di latta da mezzo chilo. L’Occidente irruppe con il panino con l’hamburger che costava come un abbonamento alla metropolitana. E fu una festa, salutata da un serpentone di persone, a dieci gradi sotto zero, che aspettava di entrare e consumare. Dopo 30 anni quelle code rischiano di tornare, magari sotto altra forma, in una città cambiata fisicamente, piena di grattacieli e di spazi nuovi. Succede davanti ai bancomat, nei negozi dove il “pos” non accetta più le carte dei circuiti internazionali ma solo il “mir”, quello russo. Mir vuol dire mondo. Ma anche pace.

Il governo, chiuso nella “Casa Bianca”, l’edificio che nel settembre 1993 fu bombardato da Eltsin per scacciare i rivoltosi di Khasbulatov e Rutskoi, ieri ha dovuto varare un piano di stabilizzazione dell’economia. La crisi già morde. Le decisioni piovono e fanno male. La Banca centrale ha disposto che chi detiene conti in valuta estera possa ritirare sino a 10 mila dollari ma, per averne di più, li avrà soltanto al tasso di cambio del rublo. Un salasso. La Duma è alle prese con progetti di legge per sostenere i lavoratori che hanno perduto il posto a causa delle sanzioni occidentali ma, nel frattempo, è annunciato lo stanziamento di 160 miliardi per la costruzione o ricostruzione di strade e grandi arterie. Si corre ai ripari, da un lato con restrizioni, dall’altro con investimenti di stimolo. E si cerca di controllare il dissenso. Con gli arresti dei manifestanti che gridano “нет – войне”, no alla guerra, con la condanna e, come avvenuto a San Pietroburgo, l’espulsione degli studenti dall’università se giudicati colpevoli di denigrazione del Paese in guerra.

Va via la Coca Cola, via le grandi marche dell’abbigliamento che avevano trovato spazio anche dentro i famosi Magazzini Gum della Piazza Rossa. Tutto questo quanto peserà nella vita quotidiana dei russi? Si dice: un conto è la vita delle grandi città, altra storia quanto viene percepito nell’immenso territorio russo che giunge sino al Pacifico. C’è anche un aspetto che riguarda la trasparenza dell’informazione. Il Cremlino nega l’uso della parola guerra chiamando l’intervento in Ucraina come “operazione speciale”. Ma al tempo stesso ha preteso dalla Duma la censura e pene sino a 15 anni per chi racconta i fatti d’Ucraina. I giornali sono sotto stretto controllo. Il più combattivo, Novaja Gazeta, cerca di resistere perché “ci devono essere pubblicazioni che continuino a fare del vero giornalismo”. Ma è una lotta difficilissima. Circolano sui social video di poliziotti che bloccano per strada i giovani e pretendono di verificare sui cellulari se vi sono chat “sospette”.

La parola “guerra”

Il sito di “Russia Unita”, il partito di Putin, fa campagna a sostegno dei soldati al fronte e invita a scrivergli per incoraggiarli ma nei commenti c’è chi ha scritto: “12 mila soldati russi sono morti e non riceveranno queste lettere”. Nella Duma non c’è sinora aria di fronda. Putin ha il 71 per cento dei 450 deputati. Il secondo gruppo è il PCFR, dei comunisti di Ghennadij Ziuganov. Sarebbe all’opposizione. Sarebbe. Invece ecco qui Ziuganov: “I comunisti sono sempre stati all’avanguardia nella lotta contro il nazismo. Oggi siamo sicuri che la sinistra e le forze progressiste di tutto il mondo ci sosterranno in questa lotta. La comunità mondiale deve condannare con forza le tattiche criminali del fascismo di Bandera, che prende in ostaggio i civili ucraini”. Un altro gruppo che ha 26 deputati, “Russia Giusta”, sostiene la maggioranza putiniana dall’esterno. Era membro dell’Internazionale socialista sino al 7 marzo scorso, è stato appena espulso.

A Mosca è riapparso l’ex presidente ucraino Viktor Yanukovych, fuggito da Kiev in Russia nel 2014 dopo i “fatti di Maidan”. Dalle colonne del “Kommersant” ha invitato Volodymyr Zelensky a “fermare lo spargimento di sangue”. Ha confessato: “Non c’è stato un giorno o una notte, negli ultimi otto anni, in cui non ho pensato se ho fatto la cosa giusta lasciando l’Ucraina. È stata l’unica opportunità per evitare una guerra civile su larga scala, uno spargimento di sangue in tutta l’Ucraina”. Yanukovych è convinto che il suo “sacrificio” non ha fermato le “autorità di Maidan”. Ha attaccato: “Hanno scatenato la guerra nel Donbass, chiamandola con l’imbarazzante parola ATO (operazione antiterrorismo). Coloro che hanno iniziato l’ATO nel 2014 e che hanno alimentato l’ATO per tutti questi anni dovrebbero essere puniti più severamente”. Adesso, l’ex presidente prega, ha fede in Dio. E, “da padre”, invita Zelensky a fermare lo spargimento di sangue con un accordo di pace: “Il popolo ucraino e i partner occidentali le saranno grati”.