La Russia e l’Europa. La rilettura dell’intellettuale putiniano

Ma noi, noi europei, dove eravamo quando i protocolli di Minsk per spegnere i fuochi di guerra in Donbass non venivano rispettati e continuavano le resistenze di parte ucraina davanti a una autonomizzazione guidata della regione? Quando la Nato dilagava sommando la volontà statunitense di avanzare grandemente il fronte Occidentale a Est e le istanze pressanti degli ex satelliti di Mosca? Quando la comunità internazionale non vedeva o faceva finta di non vedere, taceva, era sorda davanti alle cruciali parole di Putin alla conferenza di Monaco del 2007: la Russia non vuole più giocare ruoli secondari sullo scacchiere mondiale; niente Nato in Georgia e Ucraina, sono nervi sensibili e zone di preciso interesse strategico per la nostra sicurezza?

Dove eravamo quando lo zar iniziò a sradicare ogni più piccolo germe di democrazia e, sempre a Monaco nel 2007, rifiutò di di aderire ulteriormente al Trattato sulle forze convenzionali in Europa? Quando l’Ucraina nel 2019, cinque anni dopo EuroMaidan, inseriva nella sua Costituzione il concetto di euro-atlantismo?

Dietro gli affari scompare l’Europa

Semplice: facevamo ottimi affari con la Russia, ci intrecciavamo a lei sul piano energetico e che alla sicurezza sul teatro europeo provvedessero gli Stati Uniti (gli stessi che avevano incendiato l’Asia occidentale invadendo l’Iraq). Più Europa, più democrazia, più mercato e passa la paura. Peccato che a quell’immenso Paese-continente di Eurasia dispiegato su 17 milioni, 125 mila e 306 km² e chiamato Russia, non bastasse più quella “santa” trimurti occidentale senza garanzie di sicurezza. Il gigante, alle prese coi suoi eterni demoni, in primis la corruzione e il senso d’accerchiamento, si sentiva tradito, reagiva a un’integrazione nel concerto europeo che la declassava, iniziava il viaggio verso l’isolamento.

Tante cose si capiscono un poco di più, in questo vortice di insensatezza umana che è la guerra alle nostre porte di casa, leggendo l’articolo di Vitalij Tret’jakov, giornalista, preside della Scuola superiore per la televisione all’Università Lomonosov di Mosca e intitolato “Questa è la nostra Rivoluzione d’Ottobre”. È da poco apparso sul terzo numero di Limes, la rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo e, come di prammatica nelle esternazioni che oggi provengono dall’establishment putiniano, non è certo avaro di affermazioni controfattuali figlie di una rilettura storica governata dai servizi di sicurezza e strumentale alla nuova postura di Mosca.

Noi, i ciechi e muti figli d’Europa

E però lascia egualmente intravedere punti dolenti, timori, violente esplosioni di risentimento e un fondo come di amore disatteso verso di noi, quei sordi, ciechi, muti d’Europa. Insomma, le voci di Mosca vanno comunque ascoltate, non incenerite come vorrebbero tanti censori imbecilli.

Tret’jakov mette l’Europa politica di oggi tra virgolette, ritenendola indegna del nome suo in quanto “conglomerato di popoli e paesi vittima delle manipolazioni globali dell’impero anglosassone, di cui è appendice politica e poligono militare”. La Russia, continua, “ha sempre aspirato a essere uno degli attori principali del continente” perché “è un Paese europeo e perché è parte dell’ecumene cristiana, ossia europea”. Un Paese che non ha mai voluto soggiogare l’intera Europa e alla fine della Seconda guerra mondiale si fermò “alla linea di contatto con i suoi alleati invece di muovere oltre (…) Eppure Stalin avrebbe potuto farlo”. “L’Unione Sovietica allora occupò (e lo fece in maniera temporanea, non permanente come gli americani) solo un gruppo di paesi adiacenti ai suoi confini”.

Vediamo. Stalin non avrebbe evidentemente potuto avanzare oltre verso Ovest senza rovesciare il tavolo di Jalta – che prevedeva tra l’altro la smilitarizzazione della Germania – e riaprire il conflitto, né lo voleva. Churchill, per contro s’immaginava addirittura come possibile un’operazione di attacco all’Urss: l’ “Operazione Unthinkable”. Stalin per riempirsi la pancia (un pezzone di Polonia, Lettonia, Estonia, Lituania etc) si era incautamente fidato anche di Hitler: era il Patto Molotov-Ribbentrop del ‘39, stracciato dai nazisti. L’affermazione poi che l’Unione Sovietica avesse occupato solo in maniera temporanea un gruppo di paesi adiacenti ai suoi confini fa parte a pieno titolo, data natura e conseguenze del Patto (difensivo!) di Varsavia, di una grossolana manipolazione storica.

I nazisti d’ Ucraina

Per Tret’jakov l’Ucraina è “sempre più simil-nazista”. Con “quaranta milioni di ucraini costretti a sottomettersi a poche decine di migliaia di ucraini galiziani che fanno risalire la loro discendenza personale e politica ai combattenti di Stepan Bandera e dell’Upa (Esercito insurrezionale ucraino), antisemiti ideologici e russofobi zoologici che collaborarono attivamente con i nazisti tedeschi,(…) si inchinavano a Hitler e compirono azioni punitive che persino alcune SS erano riluttanti a fare”.

Ancora: “Che se ne farebbero la Russia o Putin del controllo su questi ‘democratici’ e ‘razzisti civilizzati’ (senza contare gli sforzi necessari a ottenere questo controllo?)”, “Mosca intende preservare la sua influenza politico-economica e in parte continuare a esportare il suo modello di civiltà soltanto su quei territori che una volta si trovavano all’interno dei confini dell’impero russo o dell’Unione Sovietica. E soltanto su di essi”.

Dunque: i nazionalisti radicali ucraini dell’Oun (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, ispirata al fascismo) che avevano già combattuto contro la Polonia per l’indipendenza, dopo l’invasione nazista furono usati da Hitler in funzione antisovietica. Molti dirigenti dell’Oun, che aveva dichiarato, senza accordarsi col Führer, la nascita di uno Stato nazionale ucraino con la presa di Leopoli nel ‘41, finirono nel cestino anzi nel lager di Sachsenhausen. Mentre fu l’Upa (Esercito insurrezionale ucraino) che successivamente combatté contro sovietici e nazisti (vedi NOTA) e trovò pure il tempo a seconda guerra mondiale finita per una pulizia etnica ai danni della minoranza polacca nella Galizia ucraina, con centomila vittime, secondo alcune stime.

L’articolo del putiniano Vitalij Tret’jakov

La regione galiziana, con fulcro a Leopoli, ha sempre covato sentimenti fieramente nazionalistici e antirussi. E il ruolo delle milizie nazionaliste (Azov, Pravyj Sektor) in Euromaidan è noto. Progressivamente le unità dell’Azov sono state in qualche modo inquadrate nell’esercito, ma si sono distinte in azioni stragiste (Odessa e Donbass). Al momento difendono l’Ucraina dagli invasori russi.

A differenza del partito neonazista Svoboda, che aveva ottenuto un certo successo alle elezioni del 2012 (10,4 per cento e 38 deputati) ed era stato poi cacciato da Poroshenko per sgonfiarsi infine alle urne nel 2019 (2,1 per cento e un solo deputato), Pravyj Sektor (Settore Destro) ha provato a sua volta a entrare nel gioco politico ucraino, però con risultati scarsissimi. Questo gruppo paramilitare di estrema destra si era fatto alfiere di una visione totalitaria della società puntando a “un rinascimento contro la democrazia corrotta, contro la degenerazione e il liberalismo totalitario, per una morale nazionale e i valori familiari, per una gioventù sana di cuore e di spirito, contro il culto dell’omosessualità e della dissolutezza”.

Tutte parole che la maggioranza degli usignoli del Cremlino e il patriarca russo Kirill, il chierichetto di Putin (copyright Papa Francesco) potrebbero sottoscrivere. Quanto alla gioventù sana, in Russia è ora attivissima la Junarmija, organizzazione giovanile nata per il culto delle imprese militari russe.

Le ambizioni della Federazione russa

E veniamo agli obiettivi della Federazione Russa citati da Tret’jakov. L’Ucraina occidentale è vista con disprezzo e non considerata, Putin “limita” le sue ambizioni a una futura Novorossja : tutto il sud-est, Kharkiv compresa senza sbocco alcuno al Mar Nero per l’Ucraina. La Russia, dice Tret’jakov, intende esercitare influenza soltanto sui territori facenti parte dell’impero zarista o dell’ex Unione Sovietica. Un vasto programma, avrebbe detto De Gaulle, che in teoria potrebbe comprendere pure l’Alaska, la Russkaja Amerika improvvidamente venduta agli Usa nel 1867.

Quanto al modello di civiltà, basta intendersi: Rachmaninov o gli Omon, le unità antisommossa? Majakovskij o Vladi Soloviev, il simpatico Goebbels russo conduttore del programma “Domenica sera” su Rossija 1? “Il nuovo è un vecchio che è stato ben dimenticato”, recita un detto russo, scrive infatti Tret’jakov: “Gli eventi del febbraio e del marzo 2022 sono paragonabili nella loro importanza storica e nelle loro ripercussioni globali a ciò che accadde in Russia nell’ottobre 1917, cioè a quella che io chiamo ancora la Grande rivoluzione socialista d’Ottobre. Qui non si tratta di socialismo, ma del fatto che nel febbraio 2022 la Russia si è liberata dal controllo politico, economico, ideologico e, cosa molto importante, psicologico dell’Occidente”.

La delusione verso l’Europa

Orgoglio: “Lotteremo per il diritto di essere e rimanere Russia (…) Ciò che sta accadendo interrompe il dominio globale geopolitico e finanziario dei paesi occidentali. Inoltre mette in discussione il modello economico che è stato imposto ai paesi in via di sviluppo e al mondo intero negli ultimi decenni”. Risentimento: “Una parte significativa della classe dirigente russa ha creduto a lungo nell’idea frivola e demagogica, pretestuosa della ‘casa comune europea’. L’ingenuo Gorbačëv ci credeva ciecamente, così come tanti altri politici sempliciotti”. E “per quasi quarant’anni (ovvero a partire dalla perestrojka gorbacioviana inaugurata nel 1985) la Russia ha cercato di stabilire rapporti cordiali con l’Occidente (anzitutto con i paesi dell’Europa), adottando i cosiddetti valori europei come simbolo di fede e modello ideologico”.

Ovvero: credevamo in voi, ci sbagliavamo. C’è tattica in un discorso simile, ma non manca un certo rimpianto. Tret’jakov cita infine il Putin del 16 marzo: “Molti paesi sono abituati da tempo a vivere con la schiena china e ad accettare servilmente tutte le decisioni del sovrano (gli Stati Uniti, n.d.a.). La Russia non si troverà mai in una condizione così miserabile e umiliante e la lotta che stiamo conducendo è una lotta per la nostra sovranità, per il futuro del nostro paese e dei nostri figli. Lotteremo per il diritto di essere e rimanere Russia”.

Ricostruire i ponti

A quanti figli l’invasione in Ucraina ha cancellato il futuro? I ponti tra Occidente e Russia sono stati bombardati. Andranno ricostruiti: che mai nessuno si sogni, a Washington o a Bruxelles, di poter gestire il vecchio continente senza la Russia, che di quel continente è parte fondativa, consegnando al mondo un colossale Paese emarginato, punito. Sarebbe un gioco terribilmente pericoloso.

NOTA. Per la serie capricci della Storia: dal 1941 al 1944, i nazisti ebbero l’insolita esperienza di combattere contro l’Urss accanto a un esercito che, oltre alle cappelle per le funzioni dei soldati cristiani, era equipaggiato anche di sinagoghe da campo. Erano per i soldati ebrei dell’esercito di Finlandia, che dopo la guerra contro l’Urss si era alleata coi nazisti e poi sarebbe di nuovo entrata in guerra contro la Germania su “amichevole” suggerimento di Stalin.