La Russa “usa” il padre per festeggiare la nascita del MSI

Isabella Rauti celebra il settanseiesimo compleanno del Movimento Sociale Italiano, fondato il 26 dicembre 1946. Il Presidente del Senato, Ignazio Benito La Russa, maschera astutamente la celebrazione della ricorrenza dei camerati dedicandola al “ricordo” del proprio padre, “che fu tra i fondatori del Movimento Sociale Italiano in Sicilia e che scelse con il MSI per tutta la vita, la via della partecipazione libera e democratica in difesa delle sue idee rispettose della Costituzione italiana”. Una strategia di nascondimento che dice attraverso il padre quel che come presidente del Senato La Russa non può dire. E non a caso Emiliano Arrigo, portavoce del presidente del Senato, si è prevedibilmente affrettato a dirsi scandalizzato per la “manipazione” che la sinistra avrebbe fatto delle parole di La Russa: lui celebrava il padre!

I camerati celebrano l’MSI, gemmazione dal fascismo radicale della Repubblica di Salò – radicale perché un fascismo non moderato né dalla monarchia né dallo Statuto Albertino, come quello che si fece regime con la marcia su Roma del 1922. Un movimento radicalmente reazionario il Movimento Sociale Italiano, che ebbe il suo inizio lottando contro i Partigiani, contro la Resistenza al nazi-fascismo prima ancora che gli Alleati. A quel post-fascismo si ispirò il partito di Giorgio Almirante, autore tra l’altro di un ponderoso lavoro di denigrazione del parlamento democratico dal titolo, Processo al Parlamento (1970). All’MSI si deve anche un “progetto di riforma costituzionale” uno dei primi del dopo guerra, che fioccarono già a partire dei primissimi anni Sessanta insieme all’ubriacatura (anche di molti democristiani) per il gaullismo.

Isabella Rauti evoca le “radici profonde” del partito fondato da Almirante

Ebbene, oggi la fascistissima Rauti ha definito quelle dei post-repubblichini “le radici profonde”, quelle che “non gelano” e nel nome delle quali ha dato “onore ai militanti” camerati. Proprio come ha fatto la bionda Giorgia Meloni, che la sera del 25 settembre ha dedicato la vottoria elettorale di Fratelli d’Italia ai “nostri [loro] morti” e che poco dopo aver giurato sulla Costituzione ha dichiarato, come la camerata Rauti, di sentirsi incredula per un evento che i “nostri [lori] morti” mai avrebbero ritenuto possibile.

Forse solo una donna bionda e minuta poteva rompere quel soffitto, non del cristallo di genere, ma di cemento fascista. Un leader maschio non avrebbe, forse, mai potuto arrivare a questo traguardo. E così succede in questi giorni, che il governo festeggia non i 75 anni della Costituzione scritta da quei partigiani contro i quali i camerati di Salò combatterono e dai quali furono sconfitti.

Festeggia proprio i perdenti di allora che grazie a quella tanto denigrata democrazia parlamentare oggi per vie pacifiche sono al governo. Ma la cosa ancora più sorprendente e che dimostra come la storia conti poco o nulla nel bel paese è questa: il comunismo, che mai è riuscito neppure a varcare la soglia della maggioranza parlamentare, è ancora oggi attaccato come fosse il male assoluto (perfino gli ex-democristiani Pierluigi Castagnetti e Arturo Parisi si scagliano contro questo spettro che, a loro dire, vuol portare il PD al 1921). Il fascismo, che di male ne fece a molti e senza sconti, passa invece l’esame e viene ormai da tutti gli opinionisti (e forse anche gli storici) rubricato nella rassicurante categoria del “conservatorismo”.