La riscoperta di Pasolini “inattuale”, eretico e più che mai prezioso

Non sono un appassionato di quel gioco che è il “Che cosa avrebbe detto Pasolini”. È un luogo comune retorico ormai piuttosto trito. Che cosa avrebbe detto Pasolini di Facebook o di Twitter? Del Grande Fratello o dell’Isola dei Famosi? E dell’antipolitica di questi ultimi anni? O magari anche, già che ci siamo, della pandemia da Covid-19? Diciamolo una volta per tutte: non lo sapremo mai che cosa avrebbe detto Pasolini su questi e altri argomenti, perché è morto – assassinato – nel 1975. Tuttavia è possibile che su alcuni temi la profondità intellettuale e culturale del pensiero pasoliniano sia in grado di illuminare il nostro presente. Proiettare le idee di Pasolini, come quelle di qualsiasi altro grande autore (anche di un passato più remoto), oltre il suo tempo è operazione lecita e spesso assai fruttuosa.

Andare contro corrente

copertina_pasolini_2022In vita Pasolini ha fatto quello che pochi hanno il coraggio di fare: andare contro corrente. Ma non per una posa mediatica o per una sorta di esibizionismo anticonformistico (modelli di questo tipo oggi ne abbiamo fin troppi), bensì sempre per intima convinzione, per affermare, cioè, le proprie idee, essendo pronto a pagarne le conseguenze più pesanti; compresa – forse – quella estrema, la perdita della vita.

Per questo ai suoi tempi la figura di Pasolini è stata quella di un grande “inattuale”. Prima, nei confronti della politica, è stato un intellettuale “disorganico”, autonomo e indipendente da qualsiasi ipoteca ideologica; poi, mentre, dalla fine degli anni Cinquanta in avanti, veniva meno presso gli intellettuali italiani la dimensione dell’impegno e si affermava la cultura postmoderna portatrice di un’idea dell’arte (letteratura compresa) concepita in chiave ludica e combinatoria (si pensi alla svolta in tal senso dell’ultimo Calvino), in Pasolini, invece, persiste – e anzi sembra intensificarsi nell’estrema fase del suo lavoro (pensiamo agli interventi degli Scritti corsari e delle Lettere luterane, al romanzo incompiuto Petrolio o anche a un film come Salò) – una tenace volontà di critica alla società dei consumi, ai suoi falsi valori e alla prassi politica di quegli anni.

Ma paradossalmente quella che allora poteva essere considerata l’inattualità di Pasolini si è trasformata dopo la sua morte, sempre più, sino a oggi, nella percezione – da parte dei lettori – di una sua fortissima, straordinaria attualità. È come se, dopo le censure e gli ostracismi subìti in vita, ora Pasolini, quasi per una sorta di compensazione riparativa, sia divenuto una presenza costante e inconsumabile.

L’inattualità di Pasolini ai suoi tempi è anche motivata dalla sua “eresia”, nel senso delle sue scelte provocatorie contro una realtà insoddisfacente, perché incapace di rispondere ai bisogni profondi dell’essere umano. Per questo c’è chi ha suggestivamente accostato la figura di Pasolini a quella di Giordano Bruno, anch’egli vittima del potere, sebbene in un’epoca lontana.

C’è un vocabolo greco – oggi caro anche a papa Francesco – che definisce l’atteggiamento di chi si proponga di parlare apertamente, senza censurare nulla: parresìa (etimologicamente “dire tutto”, da pan, “tutto”, e rhema, “discorso”: un discorso che non lascia fuori nulla, che non tace niente). Si tratta di un concetto su cui ha molto insistito il filosofo francese Michel Foucault, che così lo definiva: «Il libero coraggio attraverso il quale ci si lega a se stessi nell’atto di dire il vero».

Non c’è alcun dubbio che Pasolini abbia incarnato nella sua vita e nella sua opera il valore della parresìa, soprattutto all’ultima fase della sua produzione, così priva di autocensure. È un atteggiamento morale e intellettuale – questo della parresìa – di cui oggi nel nostro Paese non abbiamo poi tanti esempi… Per questo Pasolini – al di là di qualsiasi retorica celebrativa – continua a essere davvero prezioso.

Il brano è tratto dal saggio di Roberto Carnero, Pasolini. Morire per le idee (Bompiani), che verrà presentato sabato 2 luglio alle ore 18:00 dall’autore in dialogo con Dacia Maraini presso lo Spazio WeGil della Regione Lazio, Largo Ascianghi 5, Roma, dove è in corso (fino al 10 luglio) la mostra fotografica dedicata a Pasolini dal titolo “Non mi lascio commuovere dalle fotografie” (a cura di Marco Minuz e Roberto Carnero)