Dalla radio all’Anpi:
Piero Scaramucci,
giornalista di razza

Il 10 agosto era un’altra volta in piazzale Loreto, per partecipare alla commemorazione dei quindici martiri, vittime dei nazifascisti. Un’altra volta Piero Scaramucci aveva voluto testimoniare la propria fedeltà agli ideali della Resistenza, manifestare il proprio impegno politico, impegno di una vita. L’altro giorno, martedì, ci è giunta la notizia della sua morte, dopo un mese di ricovero in ospedale. Non si sapeva nulla del malanno che lo aveva colpito, un aneurisma. Piero aveva 82 anni. L’avevamo incontrato poco tempo fa, ad una manifestazione del sindacato della stampa e poi la sera, quando ci si riuniva per discutere qualcosa del futuro congresso della Federazione nazionale: come sempre sorridente, garbato, pronto a interloquire con il tono gentile e riflessivo di sempre, capace di considerare con intelligenza critica, quasi radicale, e sempre con lucidità i fatti del mondo… Lo ricordiamo così, ottimo giornalista, bella persona.
Piero Scaramucci era stato alla Rai e negli anni sessanta e settanta aveva seguito una infinità di vicende politiche e sindacali e tanti episodi di cronaca, dalla morte di Enrico Mattei ai fatti del ’68, dalle rapine della banda Cavallero ai conflitti sociali, dall’alluvione di Genova al processo di Catanzaro per la strage di Piazza Fontana. Negli anni ottanta, per le rubriche del Tg1, aveva svolto inchieste e reportage, come quelli sulla guerra Iran-Iraq e sulla Cambogia del dopo Pol Pot. Nel 1987aveva raccontato per il Tg2 l’alluvione in Valtellina. Era stato inviato della trasmissione Samarcanda con dirette dai luoghi critici della mafia. Nel 1991 aveva condotto l’edizione della notte del Tg3 nel periodo della prima guerra del Golfo.
Dopo la Rai, la direzione di Radio popolare, un ritorno. Perché Piero, con la curiosità, l’intelligenza, la combattività che gli sono sempre state riconosciute, aveva partecipato alla nascita, molti anni prima, nel 1975, della radio che aveva rotto gli schemi dell’informazione politica e culturale, che aveva saputo cogliere più di qualsiasi altro media, giornale o radio o televisione, i cambiamenti in corso nella società italiana. Alla fondazione Piero Scaramucci ne era stato brevemente direttore. Sarebbe tornato nel 1992, per dirigerla lungo un decennio, rimanendo poi per tutti, dentro la redazione e tra gli ascoltatori, un riferimento.
Piero Scaramucci si era impegnato anche nel sindacato dei giornalisti, alla fondazione, oltre un trentennio fa, nel Gruppo di Fiesole e poi in Nuova informazione. In un lungo articolo proprio per il sito di Nuova informazione, ricordava quei tempi ormai lontani: “Mi ha fatto impressione, riguardando le carte, che alcune questioni cruciali che indicavamo allora siano assai simili a quelle di oggi: la pubblicità che guida le scelte editoriali, il precariato, il controllo politico sui media, le clientele, i tentativi di delegittimazione del sindacato, il bisogno di etica”. Un quadro preciso del presente.
Si deve ancora citare il suo lavoro nell’Anpi, in una sezione del quartiere Isola, a Milano, all’Anpi perché pensava che ci fosse ancora molto da fare di fronte all’insorgere dei turpi fantasmi del passato fascista. Ne ebbe una prova tangibile, quando invitato a Pavia dalla giunta di centrosinistra a celebrare in piazza il 25 Aprile, si vide “cancellato” da un commissario prefettizio, preoccupato di “possibili polemiche”. Vergogna cui cercò di rimediare Radio popolare diffondendo in diretta via etere il discorso di Piero, discorso che giunse grazie ad alcuni buoni altoparlanti anche nelle strade pavesi.
Lascio per ultimo il bellissimo libro che scrisse raccogliendo le parole di Licia Pinelli, la vedova di Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico che morì “precipitando” da una finestra della Questura di Milano, ingiustamente trascinato nell’inchiesta per le bombe fasciste di Milano e di Piazza Fontana. “Una storia quasi soltanto mia” è il titolo per un libro che andrebbe letto nelle scuole, bellissimo, su quei giorni bui, sul dolore nella solitudine di una moglie e delle sue figlie, sulla feroce ingiustizia di quel mondo impietoso nei confronti di chi non aveva potuto neppure difendersi da un’odiosa accusa, da un’orchestrata calunnia, un libro sulla battaglia per la verità di una donna, che si trovò all’improvviso al centro e vittima di un intrico politico e terroristico. Libro che andrebbe letto magari insieme con le pagine dedicate alla notte in cui morì Pinelli, scritte da un’altra grande giornalista, mi pare dimenticata, Camilla Cederna. Per sapere qualcosa del nostro paese e della tragedia che ci colpì tutti e del suo lungo corso. “Una storia quasi soltanto mia” dice molto di Piero, della sua passione civile, della sua sensibilità, di come si debba intendere il mestiere di giornalista. Aggiungerei, per semplicità, del suo cuore.