La provocazione di Erdoğan imbarazza Nato, Ue e anche l’Italia

Dei dieci ambasciatori che Recep Tayyip Erdoğan vuole cacciare perché colpevoli di aver difeso il dissidente Osman Kavala sette rappresentano ad Ankara paesi della NATO, della quale la Turchia è il paese membro con le forze armate più numerose  dopo quelle degli Stati Uniti, e sei rappresentano paesi dell’Unione europea. Dovrebbe bastare questo per dare la misura delle contraddizioni messe in luce dall’insopportabile provocazione dell’autocrate turco (“dittatore”, disse qualche tempo fa Mario Draghi e non c’è dubbio che anche i fatti più recenti gli danno ragione).

C’è del marcio nel regime che vuole riesumare i fasti geopolitici dell’impero ottomano, ma questo, in fondo, lo si sapeva da un pezzo. È un bel po’ di tempo che Erdoğan si è preso il suo posto in prima fila tra gli eroi europei della demokratura, i sovranisti fautori della “democrazia illiberale”, accanto all’ungherese Orbán, al polacco Kazcyński, agli altri del gruppo di Visegrád e all’amico-nemico (a seconda delle circostanze) Vladimir Putin. C’è da dire, semmai, che lo fa con una ferocia sul piano della repressione del dissenso interno e uno spirito revanscista su quello della politica estera che mancano al resto del sodalizio europeo, immerso malgré soi nel contesto delle tradizioni civili europee e con gli spiriti animali frenati (ancora?) dall’appartenenza all’Unione.

L’attacco agli ambasciatori “che vanno a dormire la notte e si svegliano la mattina pensando a Kavala, il rappresentante turco di Soros” – così viene definito il filantropo impegnato nella difesa dei diritti delle minoranze – ha colpito, dunque, per la sua violenza e grossolanità, non certo nella sostanza. Anche il riferimento del tutto gratuito a Soros non stupisce giacché il magnate d’origine ungherese è da sempre la bestia nera dei sovranisti d’ogni bandiera, con quel tanto di paranoico e di antisemita che quest’odio porta con sé.

Contraddizioni

Dove le contraddizioni vanno cercate, invece, non è ad Ankara, ma a Washington, a Bruxelles e – dobbiamo dire con una certa amarezza – anche a Roma. Ci si deve chiedere come sia possibile, e ulteriormente tollerabile, che quella che si definisce un’alleanza di paesi liberi e democratici accetti nel suo consesso un regime che reprime ogni forma di opposizione, mette in carcere i giornalisti, chiude giornali e tv, disprezza i diritti delle donne e fa la guerra (vera) alla minoranza curda.

È ingenuo chiederlo, considerato che la NATO tollerò nel suo seno aperte dittature come quella del Portogallo e, peggio ancora, dei colonnelli golpisti greci? Certo, è un po’ ingenuo perché oltre alle ragioni della democrazia e del diritto, così almeno pensano molti, ci sono quelle della strategia geopolitica e portoghesi e greci (oltre agli americani che nel loro cortile di casa tolleravano fior di dittatori sanguinari) erano decisivi per la tenuta militare dell’alleanza.

Tayyip Erdogan

Ma non c’è solo una questione di diritti. La Turchia, ormai da anni, persegue obiettivi strategici che sono con ogni evidenza estranei, contrari e incompatibili con quelli dei loro alleati nella NATO: in Libia, in Siria, nelle rivendicazioni di acque sotto cui ci sono petrolio e gas, nei Balcani, nei confronti delle repubbliche centro-asiatiche (che i governanti turchi considerano il loro “cortile di casa”) e della Russia di Putin. Il sogno neo-osmanico non è nato con Erdoğan, ma con le sue iniziative politiche e militari è diventato un aggressivo contrappasso alla comunità degli stati occidentali. Fino a quando potrà reggere questo stato di cose dentro l’alleanza senza compromettere definitivamente la sua credibilità, già insidiata dal decoupling di fatto degli interessi tra gli Stati Uniti e l’Europa che neppure l’avvento di Biden dopo il disastro trumpiano è riuscito a compensare, nonché dal vistoso spostamento degli obiettivi strategici di Washington verso il Pacifico?

Bambini siriani in un campo profughi in Turchia

Ma anche l’Unione europea, o meglio i paesi che la compongono hanno di che interrogarsi in merito ai rapporti con la Turchia di Erdoğan. I tempi in cui si negoziava l’ingresso di Ankara nell’Unione sembrano lontani anni luce e, soprattutto, pare proprio che non ci sia nessuno che li rimpiange. Il rapporto tra l’Europa e i turchi, tanto ricco nel bene e nel male della Storia, si è appiattito sul marcio baratto negoziato con l’autocrate perché ci “liberasse” dai fastidi della “rotta balcanica”: soldi – tanti, almeno sei miliardi di euro – in cambio di filo spinato e guardie armate perché siriani, afghani e altri poveri disgraziati in fuga dalle guerre non raggiungano le nostre sacre terre. Un accordo stupido, oltre che moralmente ripugnante, giacché ha messo nelle mani di Erdoğan un’arma di ricatto formidabile: non mi stressate più di tanto con le vostre ubbìe di diritti umani e di stato di diritto perché se continuate apro le frontiere…

Di Maio faccia chiarezza

E infine Roma, abbiamo scritto sopra. Fra i dieci ambasciatori da cacciare non c’è quello italiano che, evidentemente, non ha firmato la lettera con cui i suoi colleghi avevano chiesto alle autorità turche di rispettare la sentenza della Corte europea dei diritti umani che nel dicembre dell’anno scorso ha chiesto la scarcerazione di Kavala. Il quale – ricordiamolo – è stato assolto in tribunale dall’accusa di aver fomentato gli scontri dei giardini di Gezi nel 2013 ma è rimasto nel carcere di Silivri senza processo con l’accusa di essere “complice” di Soros nell’organizzazione del tentativo di golpe nel luglio del 2016.

Perché l’ambasciatore italiano non ha firmato? Ha ricevuto direttive da Roma? Il ministro degli Esteri ha ritenuto che non fosse il caso di creare tensioni eccessive con il governo di un paese per il quale siamo il sesto partner commerciale e in cui gli investimenti italiani sono al primo posto tra quelli europei? Si tratta di un sospetto più che legittimo considerato il precedente delle armi vendute all’Egitto nonostante il caso Regeni. Sarebbe utile che il ministro Di Maio, se può, lo smentisse.