L’era dello Stato privatizzato: la “privatocrazia” minaccia la democrazia

Lo Stato è cambiato. Se lo Stato moderno è nato per separare il pubblico e il privato, sostituendo le relazioni patrimoniali, tipiche del feudalesimo, con un sistema di cariche pubbliche volto alla gestione imparziale degli affari comuni, dalla seconda metà del XX secolo si è assistito a un’inversione di marcia. L’incalzante privatizzazione di funzioni pubbliche, dai trasporti alla gestione dei beni culturali, dall’istruzione alla sanità, genera una nuova fusione tra pubblico e privato all’interno dello Stato stesso. Lo Stato dirige ma è il privato che spesso amministra (…). Viviamo, in altre parole, nell’era dello Stato privatizzato, o forse meglio dire in una privatocrazia – il privato diventa co-responsabile e co-amministratore della cosa pubblica. Una domanda allora si impone: può questo nuovo modello di Stato governare in modo legittimo?

SERVIZIO SANITARIO NAZIONALELa privatocrazia è un fenomeno globale. In molti paesi, europei e non, i privati svolgono funzioni pubbliche essenziali. Basti pensare che sono società private ad aver fornito almeno il 50 per cento della presenza militare statunitense durante le recenti operazioni in Iraq e Afghanistan. Questi nuovi mercenari hanno svolto per conto del governo americano funzioni non solo di supporto ma anche di intelligence e persino di combattimento. Vari paesi sono addirittura arrivati a privatizzare il loro sistema carcerario. In Australia, per esempio, quasi il 20 per cento dei carcerati risiede in prigioni private. (…).

L’Italia non fa eccezione. Come reso a tutti noto dalla pandemia COVID-19, anche qui il sistema sanitario è stato parzialmente privatizzato. In alcune regioni come la Lombardia, a seguito di un processo di esternalizzazione dei servizi sanitari iniziato negli anni Novanta, circa il 50 per cento delle istituzioni sanitarie si trova oggi in mano a privati – la regione rimborsa i servizi ma sono i privati che li erogano e che spesso decidono quali servizi fornire. La sanità non è però l’unica area soggetta a privatizzazioni. Come evidenziato dall’ISFOL, l’Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori, una percentuale notevole di appalti e contratti a privati viene erogato dalla pubblica amministrazione per lo svolgimento di funzioni che vanno dalla raccolta dei rifiuti alla gestione delle strutture informatiche, dai servizi di sicurezza al trasporto, dagli asili nido all’assistenza agli anziani. In teoria, le funzioni delegate a privati dovrebbero essere di carattere puramente ausiliario. In realtà, come fatto notare già da tempo da Tito Boeri e ribadito più recentemente da Arianna Tassinari, «i processi di esternalizzazione nella pubblica amministrazione interessano sempre più spesso anche funzioni centrali dei servizi pubblici – come per esempio la fornitura di servizi infermieristici nella sanità, o aspetti chiave della previdenza pubblica».

Di fronte a eventi recenti, quale l’approvazione alla Camera dei deputati di un emendamento al cosiddetto «Decreto Rilancio» finalizzato ad aumentare a 300 milioni di euro lo stanziamento a favore delle scuole private a seguito dell’emergenza COVID-19, ci si è chiesti se anche l’Italia si stia avviando verso la progressiva privatizzazione dell’istruzione pubblica (…).

Da dove nasce la privatocrazia? La spinta a privatizzare è emersa in risposta a una crisi di legittimità che ha colpito molti Stati moderni a seguito di un’espansione repentina del loro apparato burocratico-amministrativo subito dopo la Seconda guerra mondiale. Tale crisi ha visto un calo netto di fiducia da parte dei cittadini nella pubblica amministrazione, accusata di essere eccessivamente ingombrante, inutilmente cavillosa e inefficiente. La risposta è stata una progressiva introduzione, a partire dagli anni Settanta, di strategie di mercato nella gestione degli affari pubblici, viste come l’unica via d’uscita dall’inflessibilità e dagli aspetti alienanti della macchina burocratico-amministrativa. La privatizzazione di funzioni pubbliche non avrebbe però potuto raggiungere queste dimensioni senza il supporto di quell’ideologia economica e politica che è divenuta dominante a livello globale a partire dagli anni Ottanta: il neoliberismo. Privatizzare ha permesso alle élite politiche di continuare a garantire servizi, così da soddisfare le preferenze del pubblico, dando però allo stesso tempo l’illusione che è il «libero mercato», invece che lo Stato, a provvedere. Usare il privato al posto del pubblico ha anche fornito a tali élite una strategia per rendere effettiva l’implementazione di un regime fiscale austero, esso stesso una domanda chiave dell’era neoliberista, senza dover però chiedere sacrifici eccessivi ai cittadini. La speranza era che grazie alla competizione di mercato, il privato potesse fare ciò che fa il pubblico ma farlo meglio e a costi molto più ridotti.

Prima la crisi finanziaria del 2008, poi la pandemia mondiale COVID-19 hanno messo in discussione la convinzione neoliberista della superiorità del privato sul pubblico, hanno mostrato la necessità dello Stato e l’ineluttabile dipendenza del settore economico e finanziario da quest’ultimo. Si è dunque parlato di «ritorno dello Stato». Siamo tuttavia ben lontani da un ritorno al sistema socialdemocratico. L’ideologia dominante vuole uno Stato imprenditore, non uno Stato amministratore. Il perseguimento di fini sociali e l’amministrazione della cosa pubblica rimangono dunque responsabilità condivise fra pubblico e privato.

Se lo Stato agisce tramite il privato, il privato si trasforma a sua volta in un agente dello Stato – ecco perché si può parlare appunto di privatocrazia. Dobbiamo quindi tornare al nostro quesito iniziale: può un sistema privatocratico governare in modo legittimo?
Sebbene questa domanda sia di cruciale importanza, è sorprendentemente assente dal dibattito pubblico. In ambito politico, la privatizzazione viene spesso concepita come un fenomeno puramente economico e di competenza esclusivamente tecnico-scientifica (…). Ci si scorda però che lo Stato non è riducibile a un’azienda o a un supermercato, l’operato dei quali può essere giudicato interamente in base ai risultati. Lo Stato è diverso. Avremmo per esempio buone ragioni di opporci a uno Stato che agisse tramite un dittatore benevolo anche qualora quest’ultimo fosse capace di ottenere buoni risultati in maniera efficace. Il motivo è che la legittimità – e in una democrazia, la legittimità democratica – conta più dell’efficienza quando si tratta di giudicare un sistema di governo e l’operato dei suoi agenti (…).

Poiché però la legittimità è un valore fondamentale – un sistema di governo illegittimo, per quanto efficiente, non ha il diritto di governare –, la morale pubblica ci obbliga a porre limiti di natura costituzionale alla privatizzazione di funzioni essenziali, anche in casi in cui tali limiti possano comportare alcuni costi in termini di efficienza.

Per gentile concessione di © 2022 Mondadori Libri S.p.A., Milano I edizione aprile 2022

*Chiara Cordelli, filosofa, è professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Chicago

 

Il testo che pubblichiamo è una parte

dell’introduzione del libro di Chiara Cordelli

Privatocrazia. Perché privatizzare è un rischio per lo Stato democratico

Mondadori Editore