L’europrivacy affonda Facebook, il colosso Usa incalzato dai cinesi

Quando il segnale arriva dalla borsa con cadute così evidenti (il titolo è crollato la scorsa settimana del 25 %) vuol dire che la frittata è fatta. Per Zuckerberg e la sua creatura Facebook sono guai seri.  A nulla è valsa l’operazione di cambiar nome (Meta) nel tentativo di rilanciare il proprio ruolo nel sistema delle piattaforme social. Ciò che sta accadendo è l’amaro frutto della sua natura di monopolista, fornitore di questo originale servizio.  A nulla è valso il relativo silenzio con il quale è stata trattata la vicenda, oscurata un po’ in Italia dal clamore festaiolo di Sanremo. La tempesta, però, non è passata.

Anzi, piove sul bagnato. Dopo la batosta in borsa, Meta ha consegnato, ieri, un rapporto alla Commissione Usa per i titoli e gli scambi, dove annuncia una probabile chiusura, in Europa, di Facebook e Instagram.  Le nuove leggi sulla privacy approvate dall’Unione Europea non stanno bene al monopolista.  In Europa sono state approvate leggi sulla privacy che fanno storcere la bocca a molti colossi del web. Già Uber, ad esempio, ha dovuto riadattare la propria offerta paese per paese.  A cosa può portare l’abbandono del campo europeo, proprio mentre la  Cina sta dando l’assalto ai social imponendo i suoi – come Tik Tok-  in occidente e impedendo ai cinesi di utilizzare Facebook e  gran parte dei social made in Usa? Quando si è diffusa la notizia delle minacce di Facebook, il titolo ha registrato un altro piccolo crollo in borsa. Per questo un portavoce della società ha cercato di smorzarne i toni dichiarando come, in realtà, non abbiano alcuna intenzione di ritirarsi del vecchio continente.

Giornata della sicurezza su Internet

Tutto questo trambusto avviene mentre nel mondo si celebrava (ieri, l’8 febbraio) la giornata mondiale per la sicurezza su Internet. La giornata in cui dovrebbe essere affrontata dai governi e dagli operatori dei media l’immensa questione del bullismo in rete.  Sono anni che se ne parla. Sono anni che i Corecom delle diverse Regioni promuovono iniziative. In rete è possibile trovare ” il manifesto delle Parole Ostili”. Gli ambiti digitali si allargano, fondendosi sempre più con una realtà virtuale che avanza a gran passi. Scrive parole sagge Riccardo Luna su la Repubblica di ieri:” Non facciamo l’errore di sottovalutare il fenomeno pensando “sono solo avatar”, così come all’inizio sottovalutammo il bullismo sui social pensando “sono solo parole”. Quando Mark Zuckerberg, qualche mese fa, presentò la sua visione del metaverso parlò di un luogo dove la sicurezza e la privacy degli utenti andavano progettate fin dall’inizio. Meta annuncia di aver predisposto una distanza minima di sicurezza di poco più di un metro fra gli avatar in modo che non si possano più toccare. Sono impedite le molestie ma anche gli abbracci, come durante una pandemia per la quale però non c’è un vaccino o un farmaco. Ne usciremo solo con la cultura, l’educazione e il rispetto. Era più facile se c’era un vaccino. C’è una lunga strada da fare”

Ormai da qualche tempo, chi frequenta più o meno assiduamente Facebook, come me, si sarà reso conto del cambiamento di tono con un restringimento dell’offerta informativa  ( l’eliminazione dell’uso delle foto nei post e il cambiamento di rotta dei grandi editori ha contribuito a questo) facendo diminuire quello spazio che per un bel periodo è stato anche se non esclusivamente luogo di discussione e di confronto sui temi piccoli e grandi che attraversavano le nostre esistenze.
Ci sono molti utenti che continuano, per fortuna, a usare così la piattaforma di Zuck con quest’approccio critico: a inserire annunci di pubblica utilità o post capaci di far discutere gruppi o comunità; di promuovere questa o quell’iniziativa; a dibattere temi che spesso l’informazione locale sminuisce o neglige.

Calano gli utenti attivi

A tutto ciò fa da contraltare il fatto che, per la prima volta, Facebook vede ridursi il numero di utenti attivi sulla piattaforma: da 1,93 miliardi a 1,929 miliardi. La differenza può apparire minima ma non è così perché la crisi non è solo numerica, ma riguarda la capacità che questo social ha di raggiungere zone geografiche nuove e più che altro inserirsi tra i giovani i quali- è arcinoto- preferiscono sempre più TikTok, il social che vive su immagini, su brevi annunci e su esibizioni musicali. E’ l’unica tra le principali piattaforme a essere controllata da un gruppo cinese, ByteDance. Anche Meta sta tentando di battere con maggior insistenza questa strada (pima con le storie su Facebook o su Instagram e ora con Metaverso) ma il colosso di origine cinese è ormai una vera e propria spina nel fianco, giacché i giovani si sono abituati a relazionarsi con il mondo dello spettacolo e anche a usarlo come tramite per transitare verso altre piattaforme, alcune delle quali segnalate come pericolose per gli adolescenti.) Inoltre, TiKTok ha assunto anche il formato adatto anche a un piccolo televisore tascabile e mobile, dove esibirsi: danzando, cantando, raccontando barzellette, magari in dialetto, o mostrando il proprio corpo. Un “talent” formato social che attrae molto i giovanissimi.

I giovani si sono trasferiti in massa su TikTok e dintorni mentre su Facebook- anche questo risaputo – ci sono rimasti i “boomers”. Ma chi sono questi boomers? Utilizzo il dizionario della Crusca per meglio definire il  neologismo, molto usato dai media: “Appellativo ironico e spregiativo, attribuito a persona che mostri atteggiamenti o modi di pensare ritenuti ormai superati dalle nuove generazioni, per estensione a partire dal significato proprio che indica una persona nata negli anni del cosiddetto “baby boom”, e cioè nel periodo di forte incremento demografico che ha interessato diversi paesi occidentali al termine del secondo conflitto mondiale, tra il 1946 e il 1964”.

Così è successo che “Byte dance”, la controllante di TikTok,  si sia già portata, come fatturato, ai livelli di Facebook  dato che è passata dai 34,3 miliardi  del 2020 ai 58 del 202. Quando si parla di rapporti con la Cina si deve sempre più tener conto di questo ambito. Specie nel momento in cui altri conflitti si stanno aprendo sul fronte della telefonia mobile, delle reti ad alta velocità e del wi-fi, dove Huawei sta premendo sul governo italiano perché si doti di tecnologie più evolute. Quelle cinesi, appunto.