La politica 5 stelle-Lega
minaccia per il Paese

 

Mentre il contratto di governo Di Maio-Salvini viene affidato al voto della base, online per i grillini e nei più ruspanti gazebo per i leghisti, l’Italia inizia a fare il conto di quanto può costare la politica economica della nuova maggioranza.

Le prime mosse fanno venire i brividi, spaventano per la miscela di arroganza, incompetenza e irresponsabilità mostrate dagli estensori del programma. Suscitano allarme e preoccupazione per le conseguenze di proposte che, se realizzate, porterebbero il Paese in una condizione drammatica. Bisogna restare solo ai fatti per evitare pregiudizi e propaganda. Partiamo dal caso più clamoroso, perché ha già prodotto danni rilevanti.

Il leghista Claudio Borghi, responsabile economico e candidato a un ministero pesante, dichiara a mercati aperti che il futuro governo “cambierà la governance del Monte Paschi di Siena” e la banca resterà in mano pubblica, puntando su “sportelli di servizio”. Il titolo crolla, poi viene sospeso per eccesso di ribasso, poi cade ancora mentre si scatena una bufera finanziaria e politica in Italia e in Europa. Banca Mps è stata salvata con un intervento dello Stato, concordato con la Ue, di circa 6 miliardi di euro. Il gruppo di Siena è stato riportato in Borsa e dopo una faticosa ripresa e tornato in utile nell’ultimo trimestre. Una dichiarazione del leghista Borghi, che vuole cacciare i vertici, ha cancellato anni di ristrutturazione e sacrifici, ma soprattutto ha abbattuto quel patrimonio di fiducia e di credibilità che il Paese aveva ricostruito in un ambito delicatissimo come quello bancario e finanziario. Se questo è il buongiorno leghista-grillino sulla politica creditizia, cosa dobbiamo attenderci? Forse Borghi e i suoi sodali metteranno in discussione i salvataggi delle banche venete? Riprenderanno la linea del governatore del Veneto il leghista Zaia che alle prime ispezioni della Banca d’Italia in Veneto Banca e Banca popolare di Vicenza denunciò l’”aggressione”, intimando: “Giù le mani dalle banche venete”?

I capitoli economici del contratto di governo Di Maio-Salvini hanno un costo complessivo stimato superiore ai 100 miliardi di euro a fronte di coperture per soli 500 milioni. La valutazione, pubblicata da Repubblica, è di Carlo Cottarelli, già potenziale premier o ministro di un governo tecnico o neutrale, che con l’Osservatorio sui conti pubblici ha considerato i numeri delle ricette leghiste e grilline.

Il pezzo forte è la flat tax che da sola costerebbe 50 miliardi, una cifra inferiore ad altre valutazioni (64 miliardi). Poi vanno aggiunti i 12,4 miliardi per la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva (altri 19 miliardi sono da contabilizzare per il 2020) e 6 miliardi per la cancellazione delle accise sulla benzina promessa da Salvini. Per superare la legge Fornero sulle pensioni la nuova riforma avrebbe un costo stimato iniziale di 8,1 miliardi ma la cifra potrebbe variare, aumentare in maniera sensibile perché l’impatto del provvedimento, ancora da finire tecnicamente, andrebbe misurato nel corso dei prossimi anni quando l’intervento sarà a regime. Altri 5 miliardi dovrebbero finanziare e agevolare l’accesso alla pensione di categorie finora escluse. Il capitolo del reddito di cittadinanza caro ai grillini avrebbe un costo di 17 miliardi, una cifra ridimensionata rispetto al gigantismo iniziale del progetto. Ci sono poi le assunzioni per la polizia penitenziaria, per le forze dell’ordine e interventi non ben definiti a favore della famiglia, capitolo che non manca nei programmi di governo anche se spesso viene dimenticato. L’Osservatorio di Cottarelli sostiene che il costo possibile per la famiglia nel programma di governo va da zero a 17 miliardi di euro, nel caso peggiore dunque il costo complessivo del contratto di governo salirebbe a 125,7 miliardi.

E le coperture? Di Maio e Salvini dove trovano le risorse per finanziare queste spese, come prevede la Costituzione? Non si sa. Per ora si accontentano di poche centinaia di milioni per il taglio dei vitalizi dei parlamentari e delle pensioni d’oro, per i risparmi sulle missioni internazionali. È possibile tuttavia che, sentite le dichiarazioni dei leader della nuova coalizione, le spese vengano portate a deficit, sfidando le regole europee e gli impegni che i governi italiani hanno sottoscritto in passato.

Poi ci son altri capitoli sensibili. Il contratto annuncia il blocco dei lavori della Tav Torino-Lione, ma poi il testo è stato edulcorato quando la Francia ha ricordato che l’Italia dovrebbe pagare 2 miliardi di penale. Quindi c’è stato l’annuncio grillino sulla chiusura dell’Ilva e la sua riconversione in non-si-sa-bene-cosa, però rispettosa dell’ambiente. In questo caso ci sono due problemi. Il primo: la cordata Mittal ha già comprato l’Ilva con tanto di autorizzazione e condizioni Ue, attende la formalizzazione dopo l’accordo sugli esuberi con i sindacati, ma può anche procedere senza intesa. Il secondo: se ci fosse la riconversione e la fine della produzione siderurgica bisognerebbe dare un’occupazione o un reddito a circa 20mila persone che dipendono dall’impianto di Taranto.

Tra le partite aperte c’è anche quella dell’Alitalia che il futuro governo non vorrebbe più vendere come aveva previsto quello precedente. Ma chi paga? Forse ce lo dirà il misterioso presidente del Consiglio che Di Maio e Salvini tireranno fuori dalla tasca come improbabili prestigiatori.