La politica di Orban
sui migranti: illegali?
Muoiano di fame

Il governo ungherese fa morire di fame i richiedenti asilo cui rifiuta l’ingresso nel paese. Uccidere rifiutando il cibo: sembra una storia che viene dal buio del passato, dalle spaventose crudeltà delle guerre etniche nei Balcani o dalle cronache dell’occupazione nazista. E invece accade oggi, sta accadendo adesso, in un angolo d’Europa neppure troppo lontano da noi. E accade in un paese che fa parte dell’Unione europea, il cui primo ministro è, con il suo partito Fidesz, membro del gruppo popolare al Parlamento europeo che ha preso timidamente le distanze dalle sue derive da dittatore ma se lo tiene stretto, perché – si sa – i voti sono voti.  Un paese che per il suo rifiuto assoluto di accogliere fuggiaschi e perseguitati viene additato da tanta parte della destra europea, italiani in testa, come il campione di una politica “giusta” ed efficiente nei confronti dei migranti. Vogliamo vedere, ora, se di fronte alla denuncia del crimine contro l’umanità che si sta consumando al confine dell’Ungheria con la Serbia, circostanziata ed avallata da almeno una sentenza della Corte dei diritti umani di Strasburgo, il vice presidente del Consiglio italiano e ministro di tutti i ministeri Matteo Salvini con la sua pallida emula Meloni troveranno qualcosa da dire al loro grande amico Viktor Orbán.

Una prima denuncia era venuta, qualche settimana fa, da un sito ungherese dedicato alla difesa dei diritti civili. Riguardava una famiglia di irakeni, composta dai genitori e da tre figli, uno dei quali affetto da una grave malattia cronica. Per sei settimane gli adulti, che non potevano neppure provare a riportare la famiglia in Serbia (che comunque non li avrebbe accolti) perché il bambino malato non poteva muoversi, non hanno ricevuto la razione quotidiana di cibo e sono sopravvissuti spartendosi gli scarsi alimenti che continuavano ad essere forniti ai figli.

I due furono salvati dalla morte per inedia dall’intervento d’emergenza della sezione ungherese del Comitato Helsinki, un’organizzazione non governativa che si richiama all’esperienza delle associazioni della società civile che negli anni delle dittature comuniste vigilavano sul rispetto dei diritti umani. Il Comitato si rivolse alla Corte europea dei diritti dell’uomo e questa, sulla base dell’articolo 39 del suo statuto che prevede interventi d’autorità in casi di urgenza, emise un’ordinanza che intimava al governo ungherese di far riprendere immediatamente l’alimentazione dei rifugiati. I responsabili del campo obbedirono all’ingiunzione con molte ore di ritardo al sesto giorno di digiuno imposto, ma i dirigenti dell’Ufficio Immigrazione del ministero dell’Interno si impegnarono con la Corte e con il commissario Ue alle migrazioni a interrompere quella forma di tortura.

Dalle nuove prove raccolte dal Comitato Helsinki si capisce che non è stato così. La strategia dello starving, la non alimentazione programmata, sta continuando. Dopo il caso della famiglia irakena altre 8 denunce sono state presentate alla Corte di Strasburgo e riguardano 13 persone. E, com’è ovvio, è quasi una certezza il sospetto che di molti altri casi non si sia avuta notizia e che la sottoalimentazione abbia un ruolo nei numerosi decessi che si verificano nei campi.  Non solo, ma il governo di Budapest si è spinto anche a teorizzare la legittimità della tortura. Le persone la cui domanda di asilo non è stata accolta non hanno il diritto di restare sul suolo ungherese – ha dichiarato Zoltán Kovácz, portavoce factotum e spin doctor di Orbán – e quindi noi non abbiamo il dovere di fornire loro pasti gratis. Che se ne tornino da dove sono venuti.

Kovácz e Orbán sanno ovviamente che i serbi, per quanto li riguarda, hanno anch’essi chiuso il confine e non permettono ai profughi catturati in Ungheria, ultimi protagonisti del grande esodo balcanico che attraversò queste regioni nel 2015, di tornare da dove sono venuti. Ma questo, diranno, non è “affar loro”. È un modo di ragionare che conosciamo.

Come conosciamo il silenzio immorale in cui cadono queste infamie nei palazzi del potere a Bruxelles. Quanto dovremo ancora aspettare?