Registrare ogni piccola ruga
la poesia al tempo dei social network

Grazie ai social network, si potrebbe dire che è stato democratizzato quel processo di mitizzazione che da sempre coinvolge e sconvolge le identità delle stelle dello spettacolo. In sostanza tutti, oggi, possono avere una doppia identità: quella intima, confinata nel piccolo circolo dei parenti e degli amici più stretti, e quella pubblica, con cui farsi conoscere e allargare la propria cerchia di contatti. Il mondo dei poeti sfrutta ampiamente gli strumenti di soggettivazione dei social network per forgiare la propria identità poetica: secondo la mia proposta, si potrebbe parlare di brandizzazione del poeta contemporaneo.

Il mondo dei social, strutturato principalmente per immagini, induce il poeta a dare particolare attenzione alla dimensione visiva del proprio personaggio. Non solo si diffonde sempre più la pratica di affiancare foto e disegni alle proprie poesie, ma si osserva anche una larga diffusione di foto particolarmente curate di poeti. È in quest’ultimo aspetto che riconosco la brandizzazione del poeta: attraverso un uso consapevole della propria immagine corporea, il poeta si mostra al mondo virtuale e usa alcune posture, se non proprio alcune fotografie, come proprio marchio.

Prim’ancora di raggiungere una coesione nel piano della scrittura, il poeta social ottiene una coerenza visiva: ogni parola diventa allora un segno che rinvia al suo volto/marchio. L’immagine della voce poetica è ormai troppo astratta: bisogna fissare una bocca, un volto, un corpo dal quale quella voce scaturisce per poter partecipare alla nuova dimensione poetica che naviga sui social. La stessa raccolta poetica non è più lo strumento per dare una struttura organica al proprio fare poetico, ma un archivio in cui registrare quanto già fatto nel mondo dei social attraverso il proprio corpo poetico.

Ma cosa si cela dietro tutto questo? Per rispondere a questa domanda, credo sia opportuno partire da una poesia di Simone Consorti, dal titolo Facce, presente nella sua raccolta Le ore del terrore:
Facce incredibili
modellate dal freddo e dal vento
dall’età dalla vodka
e da qualche turbamento
Le guardo cambiare allo specchio
senza fare alcun commento
né una fotografia
Uso la macchina
solo per coprire la mia

Il volto/marchio è un volto luminoso. Nonostante faccia parte di questo mondo, si mostra come mitico, come appartenente a un tempo altro non cronologicamente definibile, così come il mondo virtuale che è dentro al nostro, ma sembra vivere in maniera indipendente. Ma i volti degli esseri umani sono martoriati dall’esistenza, non sono mai uguali a se stessi, ma vengono modellati dalla semplice fisica (il freddo e il vento), dalla ricerca del piacere (la vodka), dall’angoscia esistenziale (i turbamenti) o dal semplice, ma inesorabile, passare del tempo (l’età). Il volto è il cambiamento stesso, se lo si osserva per quello che è, senza descriverlo (il commento) o immortalarlo (la fotografia). Lo specchio, da produttore di doppi angoscianti per l’io, qui è, al contrario, lo strumento per ristabilire un contatto col proprio volto naturale, senza più il filtro della macchina, dietro la quale nascondere la propria faccia, così come fa l’io della poesia appena letta. Questi volti che mutano sono incredibili perché si è così abituati a guardarsi attraverso la macchina da non credere più all’esistenza della carne che lentamente s’increspa.

Tra le varie possibilità dello strumento social network, il mondo poetico contemporaneo sembra avere preferito sfruttare la sua capacità di virilizzazione: l’identità poetica, una volta costruita, si ripete e si diffonde all’infinito nel mondo virtuale. Il poeta/star, il poeta/mito è il corpo glorioso su cui si possono scrivere mille storie, proprio come accadeva per gli eroi della tragedia greca, senza che il nucleo della sua identità venga scalfito in maniera sostanziale. Invece, qui si propone di orientare l’attenzione su un’altra forza dei social: la loro straordinaria capacità di registrare gli attimi. Oggi ogni evento diventa documento e anche l’effimero viene registrato come se fosse qualcosa di importante.

Il poeta, quindi, potrebbe puntare sulla capacità di registrare ogni piccola ruga del proprio volto, ogni minima incrinatura nella propria voce. Forse l’idea stessa di libro poetico, come aggregatore di testi coerenti e coesi, va ripensata, per potersi aprire a questa capacità grandiosa dell’oggi di registrare il reale. Forse, quell’assoluto a cui spesso la poesia tende non va più ricercato negli sguardi cosmici, ma nella microfisica del reale, nell’osservazione delle crepe nel loro farsi. Affinché queste ultime non si trasformino in baratri in cui l’io e lo stesso mondo vengono inghiottiti.

Simone Consorti, Le ore del terrore, Forlimpopoli, L’Arcolaio, 2017.