La parabola di Johnson, il bugiardo lascia in eredità Brexit e populismo

Scene da fine impero a Londra. Dopo due giornate surreali in cui la processione di dimissioni di cinquantatré tra ministri e sottosegretari svuotava i palazzi del potere, Boris Johnson era trincerato a Downing Street rifiutando di dimettersi di fronte a mezzo governo che lo implorava. Si distingueva il nuovo cancelliere dello scacchiere Nadhim Zahawi che chiedeva pubblicamente le dimissioni della persona che lo aveva assunto meno di trentasei ore prima.

Nessun rimorso

boris johnsonL’implosione finale del governo Johnson era infatti iniziata martedì con le dimissioni del ministro della salute Sajid Javid seguite a stretto giro da quelle del cancelliere dello scacchiere Rishi Sunak che hanno fatto precipitare la situazione avviando il fuggi fuggi di deputati conservatori un tempo leali a Johnson. Rimpiazzati immediatamente, ma vatti a fidare dei rimpiazzi.

“Quando il gregge si muove, si muove” dirà di loro con velenosa stizza lo stesso Johnson nell’atteso discorso che ha posto fine all’assedio continuato fino alle prime ore di giovedì, quando le prime indiscrezioni lasciavano trapelare le intenzioni di un passo indietro, annunciato a ora di pranzo.

Un discorso sconcertante per l’assenza di umiltà e vergogna, in cui Johnson non è nemmeno riuscito a pronunciare la parola dimissioni né a spiegare al popolo alcuno dei motivi che hanno spinto oltre metà dei suoi colleghi a chiederne la rimozione.

Non c’è menzione, nel narcisismo autoconsolatorio che permea perfino l’ora più cupa della sua carriera politica, del minimo segno di rimorso per l’ultimo scandalo di una serie infinita, quello di avere promosso a capogruppo un deputato noto per essere un molestatore seriale: Pincher, pizzicatore di nome e di fatto, sul cui conto aveva scherzato lo stesso Johnson in dichiarazioni di due anni fa filtrate ai media in questi giorni.

Nessun rimorso. Nemmeno per avere chiesto ai suoi stessi pretoriani di mentire per dire che non era al corrente dei suoi comportamenti impropri. Nessun rimorso o menzione nemmeno per le innumerevoli vicende che hanno eroso la fiducia nei suoi confronti negli ultimi tre anni.

Rimarrà alla storia come il Primo Ministro che ha violato la legge per avere organizzato decine di party durante un lockdown da lui stesso ordinato, responsabile di una politica anti COVID così irresponsabile da avere causato decine di migliaia di morti non necessarie, e promotore di politiche illegali e razziste come lo schema per deportare richiedenti asilo in Ruanda o la legge in violazione del Protocollo sull’Irlanda del Nord da lui stesso negoziato e firmato.

Il tutto dopo avere difeso la corruzione dei suoi parlamentari e il bullismo delle sue ministre, e aver promosso impunità e lassismo sulle regole che si applicano sempre e solo agli altri e dalle quali si è sempre dispensati perché si ha studiato a Eton e a Oxford e ci si sente il figlio prediletto di una classe dirigente selezionata per livelli di arroganza, privilegio e sicumera.

Le questioni sospese

Sembra passata un’eternità da quando difendeva anche le violazioni del lockdown del suo ex consigliere speciale Dominic Cummings, salvo poi licenziarlo in tronco qualche mese dopo, quando è stato beccato mentre viaggiava per centinaia di chilometri da malato di COVID. Lo stesso Cummings che in queste ore chiede con veemenza ai deputati conservatori di rimuovere Johnson da Downing Street il prima possibile, senza aspettare la nomina del successore che il Partito Conservatore non potrebbe eleggere prima della fine di settembre.

Troppo grande il rischio che Johnson usi questi due mesi da Primo Ministro per influenzare la scelta del successore o perfino sognare un ribaltamento di prospettiva che lo riporti in qualche modo in auge. Troppo grandeboris johnson la reciproca sete di vendetta tra Cummings e Johnson, due uomini un tempo uniti dall’ego e dall’amore per il potere e finiti per annientarsi reciprocamente affogando nel rancore.

Cosa rimane dell’uomo e del progetto che nelle elezioni del dicembre 2019 sconfissero il Labour Party di Jeremy Corbyn con lo slogan “get Brexit done”? Mentre continuano le eterne negoziazioni con l’Unione Europa sui nodi mai davvero risolti ‒ dal Nord Irlanda all’accesso ai fondi europei per la ricerca passando per l’immigrazione ‒ non c’è traccia di un dibattito pubblico su come stia andando la Brexit, ormai accettata anche dal Labour Party del mendace Starmer. E ci sono anche l’agenda di “livellamento” di cui si sono perse presto le tracce, e che doveva portare, nelle intenzioni del governo, opportunità nelle aree depresse, le stesse che hanno per prime voltato le spalle ai conservatori in innumerevoli sconfitte nelle elezioni suppletive di questi anni.

Non si parla di politica in questa crisi al buio che nasce dal “problema lassù in cima”, come lo ha chiamato un ministro dimissionario. Né si capisce cosa voglia fare Johnson, che non sembra affatto voler davvero lasciare la prima linea della politica (a partire dalla guida del governo in queste settimane di transizione). Qualcuno dice voglia aspettare tempi migliori per rilanciarsi, altri dicono voglia solo rimanere in carica per poter organizzare il party del matrimonio nella residenza di campagna del Primo Ministro, nell’ennesimo abuso di potere che ricorda la censura ricevuta per avere impropriamente accettato fondi del partito per ristrutturarsi l’appartamento a Downing Street, il tutto mentre deve ancora concludersi l’inchiesta per accertare se non abbia mentito al Parlamento e, se sì, quante volte.

La parabola triste di un bugiardo seriale

Come ha detto la prima ministra scozzese Nicola Sturgeon, Boris Johnson è sempre stato manifestamente incapace di governare, (“unfit to lead” avrebbe dovuto titolare l’Economist) per evidenti difetti caratteriali, un rapporto disfunzionale con la verità e l’assenza di standard minimi di moralità. Ma ha potuto farlo solo perché un certo tipo di umanità, un rapporto disfunzionale con la verità e l’assenza di standard minimi di moralità boris johnsonsono sempre più intrinseci alla costituzione materiale del modello Westminster, dove da Blair in poi sono continuamente aumentati i poteri del Primo Ministro e costantemente diminuite le prerogative del Parlamento, al punto che per rimuovere il primo è servito il consenso quasi unanime del secondo e fino all’ultimo un Johnson trumpiano ha ventilato la possibilità di sciogliere il Parlamento che ne voleva le dimissioni (prima che le rassegnasse lui al termine di un ulteriore fuggi fuggi di ministri).

Due degli ultimi atti di Johnson dicono di lui tutto quello che serve sapere della sua concezione del potere e del suo rapporto con la democrazia. Ha ammesso ieri, di fronte a una commissione parlamentare, che ha incontrato in Italia il miliardario russo, ex agente del KGB e grande finanziatore conservatore Alexander Lebedev prima di nominare il figlio alla Camera dei Lord. Una notizia che da sola varrebbe un nuovo scandalo. E ha respinto per l’ennesima volta la richiesta di un nuovo referendum sull’indipendenza voluto dalla maggioranza assoluta dell’elettorato scozzzese, una notizia in cui lo scandalo è che non faccia scandalo.

Sullo sfondo rimane la Brexit, la madre di tutte le bugie e la ragione di fondo della parabola triste di questo bugiardo seriale senza vergogna né ideali.