La vittoria agli europei
dimostra che
l’Italia sa battersi unita

Un torneo importante come l’Europeo di calcio, in cui si confrontano i paesi del continente che ha inventato lo Stato-nazione, può suscitare riflessioni interessanti. Domenica al principio della finale con gli inglesi, i telecronisti riferivano che lo staff dei nostri avversari faceva costante pressione sul “quarto uomo” denunciando la presunta attitudine dei nostri calciatori a “fare scena” per influenzare l’arbitro. Facevano leva su un vecchio stereotipo, e questo tanto più per rimediare al fatto che il mondo intero aveva visto Sterling, nella semifinale contro la Danimarca, utilizzare le sue grandi doti non per dribblare gli avversari ma per ingannare il direttore di gioco.

Il vizio di influenzare l’arbitro

Precedentemente, il commentatore della Bbc Gary Lineker aveva in tv condannato l’atteggiamento di Immobile, che contro i belgi aveva prima accentuato un calcio preso in un contrasto, e poi se lo era (un poco scioccamente) dimenticato festeggiando il gol di Barella. Gli inglesi sapevano tutto questo, e hanno cercato di sfruttare la capacità d’impatto della televisione nella loro lingua universalmente parlata per condizionare l’ambiente. Questo nonostante i fatti, che riguardano non solo Sterling questa volta, ma anche lo stesso Lineker contro il Cameroon nel 1990, partita in cui l’arbitro concesse due rigori decisivi grazie alla capacità del (fortissimo) attaccante inglese di accentuare moltissimo le cadute.

I media sociali sono lì a documentarlo. Così come pure documentano che il vizio di influenzare la decisione arbitrale non risparmia alcuna nazionalità. E non ha nulla di italiano. Di fronte a questo ha meravigliato la prontezza di molti semplici italiani ad accettare su di sé lo stereotipo di “popolo di furbi senza altre qualità”. Esattamente questa prontezza appalesa la differenza fra l’auto-critica (che il nostro paese si merita, sia chiaro, in vari campi, almeno se paragonato con i 5-10 Stati più sviluppati al mondo) e l’auto-flagellazione, addirittura l’auto-razzismo, atteggiamento privo di fondamento che ti relega sempre nell’abiezione, e quindi per definizione rende inane proprio la costruzione del meglio.

La realtà è che chi vuole cambiare le cose in meglio nel nostro paese deve respingere prima di tutto questo atteggiamento assurdo e infondato. Specie, poi, chi vuole migliorare l’Italia soprattutto per il riscatto dei subordinati e degli sfruttati. Questo, cioè l’impossibilità morale a progredire, è l’atteggiamento da sempre più utile di conservatori e reazionari interessati (come spiegò magnificamente Hirschman nel suo saggio “Retoriche dell’intransigenza”). Non solo: come abbiamo visto è un autolesionismo che avversari ipocriti e scaltri, oltretutto meno validi di noi, sono pronti a sfruttare.

Ma il tentativo inglese si valuta meglio anche sulla base di un comprensibile prestigio, derivante dal fatto di avere inventato il gioco Calcio e di potere sfruttare sostanzialmente questo fatto (oltre che, di nuovo, la lingua) per attrarre sul proprio campionato risorse economiche e mediatiche imbattibili. Tuttavia, questo europeo ha confermato che quella inglese è una nazionale storicamente sopravvalutata ma (i fatti parlano chiaro) incapace di rendere se non in casa, e incapace perlopiù di vincere o giocare in modo innovativo o efficace. Anche nell’unica vittoria del 1966, contro la Germania vinse in modo opaco, con un gol che il segnalinee inventò letteralmente a favore dei britannici.

Il successo italiano: continuità, valore e qualità mentali

La nostra è ben altra e incomparabilmente migliore storia calcistica: secondo i miei calcoli (potrei sbagliare ma non di molto), con questo europeo siamo alla tredicesima semifinale fra mondiali ed europei, con ben 10 finali e da ieri ben sei vittorie in finale. Specialmente nel calcio moderno (dal 1968 in poi) la continuità di risultati se ci fate caso è eccellente. E ci dice tanto: continuità (ogni generazione di nostri calciatori è sempre invariabilmente vincente nei massimi tornei, e più volte comunque ai massimi livelli); valore (non solo tecnico, ma capacità di impegnarsi in modo speciale per la nazionale nonostante i milioni in banca e la fatica di stagioni particolarmente stressanti nel nostro campionato); qualità mentali (nella maggioranza dei casi se arriviamo in semifinale andiamo in finale, e nel 60% dei casi in finale la vittoria è nostra, contro squadre eccezionali). Dobbiamo essere felici oggi, non “per una vittoria in fondo ai rigori”, ma per questa storia di valore e qualità tecniche, fisiche e morali nel gioco in cui tutto il mondo vorrebbe più affermarsi.

Dunque, a parte i non eccezionali inglesi, siamo divenuti campioni europei in realtà battendo i veri forti, Belgio e Spagna. E proprio questa sequenza suggerisce considerazioni interessanti: si dice sempre che siamo una nazione senza compattezza nazionale. Ma abbiamo battuto il Belgio, che passa anni interi senza governo, anche perché fra fiamminghi e valloni le cose non sono mai andate.
Poi abbiamo superato la Spagna, Stato nazionale molto più vecchio di noi, che però è stato ripetutamente sull’orlo della fine per la questione catalana. Peraltro, una tesina di un bravo studente spagnolo mi ha evidenziato che il loro terrorismo è stato indipendentista (quello basco, quantitativamente più violento da solo della totalità dei nostri “anni di piombo”) mentre il nostro, fra i suoi deliri e deviazioni, però comunque mai ha voluto dividere il paese.

Dove sono i nostri problemi di coesione nazionale

E infine abbiamo battuto l’Inghilterra, membro di un Regno Unito che ha votato se rimanere tale. Cosa da noi impensabile per fortuna finora. E ora pare ci sia una maggioranza in Scozia per dividersi. Anche qui distinguiamo quindi: i nostri problemi di coesione nazionale non sono necessariamente sconosciuti altrove, e non sono un destino incomparabile altrove. Il nostro processo unitario ha le sue falle, ma forse queste non sono così incomparabilmente peggiori delle falle altrui come qualcuno predica. In realtà anzi come sappiamo la nostra forza unitaria è derivata anche dal considerarsi italiani cronologicamente prima e oltre lo Stato-nazione, grazie ad una civiltà plurimillenaria e (senza vanagloria) oggettivamente fondamentale per l’Europa e il mondo. Oltre che grazie a confini geografici nettissimi, e ad una omogeneità storico-culturale maggiore di quanto si dica.

Quindi ancora una volta evitiamo l’autolesionismo, e manteniamo la barra fissa sul nostro vero problema di coesione nazionale: solo con la prima repubblica siamo riusciti ad avvicinare lo sviluppo socio-economico meridionale a quello del nord Italia. Da allora, le dottrine economiche degli ultimi trenta anni hanno peggiorato le cose. La via per un’Italia che si spende per il riscatto del proprio Meridione e che produce mettendo al bando lo sfruttamento è la stessa grande battaglia storica da vincere. Questo è il punto su cui non transigere mai. Non c’è invece un destino nazionale alla “scarsa coesione”. Facciamoci delle critiche, ma non facciamoci del male di cui altri, di nuovo, approfittano.

Tornando ora proprio al calcio: L’unica che ci ha messo in seria difficoltà, forse l’unica che poteva è stata la Spagna. È bello, peraltro, constatare che abbiamo ancora la virtù di soffrire, e poi vincere, ma in questi europei siamo stati i più continui in qualità e numeri. Questo è il contributo di Roberto Mancini e (altra cosa molto bella e toccante di questi europei) della sua grande amicizia con Gianluca Vialli, altra esistenza che, oggi, ispira forza morale. Quindi c’è il vecchio e il nuovo.

Dunque finale meritata oltre la grande bravura tecnica degli spagnoli. E ciò anche per considerazioni tattiche: la Spagna ha fatto una scelta: senza punte per tenere palla e farlo nel modo eccellente che la caratterizza. Ma senza segnare. Noi invece abbiamo sofferto e poi segnato (come ai tempi di Valcareggi e Bearzot). Poi con Morata in campo gli spagnoli hanno finalmente segnato, ma (ecco il punto che spiega la scelta del bravo Luis Enrique) se avessero tenuto Morata in campo dal principio non avrebbero controllato la partita. E noi avremmo probabilmente segnato ancora di più. Luis Enrique lo sapeva, e ha preso le contromisure di cui sopra perché ci temeva moltissimo. E anche Southgate in finale ha cambiato, per timore dei nostri e della loro capacità di fare gioco asfissiando quello avversario. Per venti minuti ci hanno stordito e sorpreso, ma poi siamo venuti fuori, e la nazionale inglese, come gioco, è divenuta comprimaria sul campo. Quando si parla di merito occorre tenere conto di tutto. Cioè del fatto che siamo molto forti, loro lo sapevano, e lo abbiamo dimostrato per tutto il torneo. Oltre che storicamente. Non ce lo diranno con le parole, ma i loro fatti, e i fatti in genere, ce lo hanno confermato ancora una volta.