La NATO diventa globale,
l’egemonia Usa
indebolisce l’Europa

Al recente vertice della NATO a Madrid hanno partecipato anche i leader di Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud. Nel comunicato finale, per la prima volta nella storia dell’Alleanza, è stata citata la Cina con la sua “influenza crescente sui vicini meridionali dell’Alleanza” esercitata insieme con la Russia (Russia’s and China’s increasing influence in the Alliance’s southern neighbourhood). Proprio nel momento in cui con la prospettiva dell’ingresso di Svezia e Finlandia si rafforza in Europa, nella sua (apparente) core mission di garantire la sicurezza in questo continente, la NATO cambia natura e obiettivi e diventa alleanza globale. Una sola cosa resta immutata: il ruolo di guida, politico e militare, degli Stati Uniti.

“Morire per Taiwan?”

 

L’equilibrio dei rapporti di forza mondiali sta mutando rapidamente sotto i nostri piedi. Qualcuno dirà che non si tratta di una rivoluzione improvvisa, che lo scivolamento graduale dell’alleanza “difensiva” e “nordatlantica” verso altri lidi è in atto da almeno un trentennio. Diciamo dagli interventi nelle guerre balcaniche in poi o quanto meno dall’applicazione dell’articolo 5 del Trattato all’indomani dell’abbattimento delle torri gemelle. Ma mai, finora, questa trasformazione era stata codificata con tanta ufficiale chiarezza. Non meriterebbe, solo questo fatto, l’apertura di una riflessione seria, onesta, di largo respiro nelle istituzioni europee e nei singoli paesi? Oppure dobbiamo continuare, come stiamo facendo, a far finta di niente, finché magari un giorno il nostro dilemma, qui, in Europa, sarà se pure a noi toccherà “morire per Taiwan”?

Consideriamo la natura dei rapporti nuovi che si vanno creando tra l’Europa e gli Stati Uniti sotto altri profili. Molti osservatori americani ritengono di non poter escludere che le prossime elezioni presidenziali vengano vinte nuovamente da Donald Trump. Forse – speriamo – si tratta di un timore infondato, che verrà spazzato via se dall’inchiesta sull’assalto a Capital Hill usciranno prove definitive sul ruolo avuto dall’ex presidente. Ma un fatto è certo: una quota molto elevata di cittadini statunitensi con l’età giusta per votare vorrebbe The Donald di nuovo alla Casa Bianca. L’America non sarà “spaccata a metà” come vuole un diffuso luogo comune, ma l’originale mix di populismo, di fondamentalismo reazionario e di volgarità di pensiero che Trump ha portato per quattro lunghi anni al vertice del potere del paese più importante del mondo ha radici molto profonde nella società e finirà comunque per esprimersi nelle urne. Se anche non sarà lui il presidente, un eventuale altro candidato repubblicano non potrà non tener conto degli umori di cui è campione e si è visto che neppure i democratici sono del tutto indenni da certi veleni.

Il problema non è, entro certi limiti, l’uomo. Le democrazie sono in crisi un po’ dappertutto e anche in Europa le derive verso le obliquità del sovranismo e della demagogia sono ben presenti e pericolose. E però delle differenze ci sono: il sistema democratico americano ha delle falle evidenti. Non solo nei meccanismi elettorali, per cui un candidato può vincere la presidenza con il 25-30% dell’elettorato, retaggio di anacronistici scrupoli federalisti che nessuno ha la forza, e forse la volontà, di superare. Ma anche, e soprattutto, nella divisione dei poteri: i giudici della Corte Suprema vengono nominati a vita dal presidente in carica e ratificati dal Senato (in cui il presidente può avere la maggioranza) e sono sotto gli occhi di tutti le conseguenze che l’attuale composizione – sei giudici nominati da presidenti repubblicani, di cui tre da Trump, e tre da presidenti democratici – ha avuto in materia di sentenze importantissime sotto il profilo sociale. Ultima, quella che ha annullato a livello federale il diritto all’aborto e, prima, quelle che ribadivano la libertà totale del possesso di armi.

Un concetto molto diverso

La Corte suprema americana

Il concetto di “libertà” che le sentenze della Corte suprema americana affermano, contro il principio degli interessi collettivi e della sovranità della legge dello stato federale, è molto diverso da quello che si è consolidato nella storia in Europa, tanto da rendere del tutto incomprensibili agli europei certe scelte, come quella contro la libertà delle donne e sulla libertà assoluta di armarsi in nome di un emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti approvato due secoli e mezzo fa. Una sua non impossibile esasperazione potrebbe portare anche più lontano: la Corte potrebbe riconoscere la giurisdizione dei singoli stati federali in materia di leggi elettorali e di iscrizione degli elettori, per cui sarebbero in teoria possibili discriminazioni di intere categorie di cittadini votanti. Non sarebbero, secondo la Corte, illegali.

Non si tratta di giudicare sulla base di astratti princìpi di filosofia del diritto. È la storia di quel grande paese che ha prodotto queste differenze rispetto alle nostre concezioni europee. Si tratta però di prenderne atto politicamente, senza nasconderle dietro a ipocrite vaghezze di “comuni valori”, comunanze di civiltà e di princìpi che non esistono più se mai sono esistite. Con gli Stati Uniti possiamo essere alleati ed amici, riconoscere il grande contributo della cultura americana alla nostra (e viceversa) e subirne il fascino, ma non possiamo sottovalutare l’importanza ai nostri occhi di europei del fatto che in America esistono cose per noi inconcepibili come la pena di morte o l’assoluta impotenza della massima autorità politica di governo, il presidente, a imporre anche solo un minimo di controllo alla libera vendita nei negozi di armi da guerra. Ci fa orrore se un esaltato entra in un supermercato danese e ammazza due persone, ma ci stiamo abituando a una routine di stragi che negli Stati Uniti si propongono al ritmo di quasi una alla settimana. Perché? Sosteniamo la campagna di Amnesty International contro le esecuzioni capitali in Cina o in Arabia Saudita, ma non abbiamo mai chiesto a uno dei nostri governi di condannare le autorità di uno stato americano neppure quando negano la grazia a un condannato sulla cui reità esistono serissimi dubbi. Perché?

“Antiamericani” e “putiniani”

Quelli che la pensano così e lo dicono debbono sentire già il rumore della valanga che si sta staccando dalla montagna del conformismo politically correct per precipitarsi a travolgerli. Siete antiamericani per partito preso, dimenticate che fra noi europei e gli Stati Uniti esiste comunque un legame dato dal fatto che siamo insieme l’unica comunità umana geograficamente omogenea retta da istituti politici di democrazia parlamentare in un pianeta in cui dominano dittature e regimi autoritari che schiacciano le libertà dei popoli, cosicché la terra è abitata in grande maggioranza da sudditi piuttosto che da cittadini. L’Occidente democratico è un’isola in un oceano di non democrazie, interrotto qua e là da altre piccole isole geograficamente eccentriche: il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda, il Giappone, la Corea del Sud, qualche stato dell’America latina (ma non il più grande: il Brasile)… Dimenticate che pur con tutti i difetti, in America esiste una formidabile libertà di stampa, che è una merce ben rara altrove.

È vero, ma le regole che garantiscono questa straordinaria libertà di stampa sono le stesse che tra qualche settimana o qualche mese potrebbero far comminare un buon numero di ergastoli a un uomo, Julian Assange, la cui imperdonabile colpa consiste nell’aver fatto arrivare alla liberissima stampa americana innumerevoli e indubitabili prove di delitti che sono stati commessi da militari statunitensi in spregio alle più elementari norme del diritto internazionale.

Quanto ai privilegi di libertà dell’isola, abbiamo avuto molte amare esperienze di come siano stati fatti valere gelosamente per se stessi e i propri sodali, ma non per tutti gli altri. Quanti regimi dittatoriali sono stati e sono sostenuti perché “amici” dell’Occidente? Quanta ipocrita tolleranza è stata esercitata nei confronti di alleati che non rispettano affatto i nostri standard di democrazia e anzi se ne fanno beffe? Vogliamo ricordare che solo pochi giorni fa l’amministrazione di Washington, il Segretario Generale della NATO e allegramente in coro tutti i governi dell’alleanza hanno celebrato in festa un accordo con il dittatore Erdoğan per l’ammissione nell’alleanza di Svezia e Finlandia scritto sulla pelle dei curdi che non più di cinque anni fa esaltavamo per aver cacciato l’Isis dalla Siria?

Mario Draghi e Recep Tayyip Erdoğan

E che impressione dobbiamo trarre dalla celebrazione da parte del nostro presidente del Consiglio ad Ankara della “volontà comune di rafforzare la collaborazione” tra Italia e Turchia che sono “partner, amici, alleati”? Erdoğan non era un “dittatore” meno di un anno e mezzo fa, il 9 aprile del 2021? Abbiamo sentito in televisione e letto sui giornali spericolati elogi della Realpolitik di cui il nostro presidente del Consiglio starebbe dando coraggiosamente prova perché – si dice (ora) – che ci sono circostanze in cui ci si può pure alleare col diavolo. Il gas che scorre nei tubi sotto l’Anatolia è evidentemente un motivo sufficiente per rendere praticabile questa Realpolitik molto real e poco politik che in quindici mesi trasforma un dittatore in partner, amico e alleato.  Nel vertice intergovernativo si è parlato di tantissime cose, ma non è stata mai pronunciata la parola “curdi”. Sono un “dettaglio”, come abbiamo sentito dire in tv da un guru della geopolitica da salotto, un accidente della storia? Anche Putin, si sa perché lo ha detto, considera gli ucraini un dettaglio della storia. Sono russi che non sanno di esserlo, esattamente come i curdi sono, per Erdoğan, “turchi di montagna”. C’è qualche differenza?

Diranno poi che chi critica gli amici americani dimentica che ci hanno liberato, che generosamente vennero in Europa a cacciare i nazisti e a restituirci la libertà. È vero, ma i quasi 80 anni che sono passati da allora non sono anch’essi storia? Dobbiamo ignorarli? È come se qualcuno pretendesse oggi di giudicare quello che hanno fatto e fanno i russi alla luce del fatto che anch’essi, due generazioni fa, combatterono per liberare l’Europa. Dovremmo, allora, passar sopra alle infamie del regime di Stalin e di quelli venuti dopo, alle libertà negate in patria e a quelle minacciate in Europa e, ai giorni nostri, ai delitti dell’avventura imperialista di Vladimir Putin?

Ingenuità?

Qualcuno giudicherà queste osservazioni come un esercizio di ingenuità. Lo è. La realtà è certamente ben più complessa dello schema nero e bianco in cui anche qui abbiamo preteso di forzarla, tagliando con l’accetta giudizi che dovrebbero essere trattati con molto più rispetto della loro complessità. Ma se esiste una indebita semplificazione nell’atteggiamento da parte di quelli che in un talkshow televisivo verrebbero tacciati di “antiamericanismo” (“putinismo” nell’edizione riveduta e corretta), ne esiste, sull’altro versante, una di segno opposto ma della stessa devastante potenza. Gli americani sono nostri alleati ma non hanno sempre ragione. La NATO è stata un’alleanza militare che ci ha difeso con un “ombrello” che negli anni ’70 piacque anche a Enrico Berlinguer, ma dal dissolvimento dell’impero sovietico anziché sciogliersi anch’essa per manifesta cessazione della propria ragion d’esistere ha cercato la propria sopravvivenza nel mantenimento di una special relationship tutta ideologica e non fondata su una reale comunità di interessi tra gli stati dell’America del nord e quelli europei: un rapporto che ha fatto più male che bene all’Europa mentre cercava di costruirsi come entità politica. E che, questo è il pericolo che si può percepire ora, rischia di essere un potente elemento di divisione politica nella stessa Unione.

Il modo in cui l’amministrazione degli Stati Uniti e l’attuale dirigenza politica dell’alleanza trattano il dossier della guerra portata in Ucraina dalla criminale rottura delle regole internazionali da parte di Mosca, l’idea della guerra lunga e del logoramento del potere di Putin, sta creando una linea di faglia non solo tra l’America e gli europei, ma anche dentro la stessa Unione. La Polonia dei sovranisti alla Kaczyński, che prima della guerra era sull’orlo della Polexit e aveva subìto il blocco dei soldi del Next Generation EU perché pretendeva di anteporre il suo diritto nazionale a quello comunitario, è stata rapidamente perdonata ed è la capofila di uno schieramento “duro e puro” nei confronti della Russia che comprende i paesi baltici, i Balcani orientali, presumibilmente le prossime new entry svedese e finlandese e, fuori dall’Unione, la Gran Bretagna del falco Boris Johnson. Gli attuali vertici politici di Bruxelles, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, quello del Consiglio europeo Charles Michel e anche la presidente dell’Europarlamento Roberta Metsola, sembrano piuttosto inclini ad assecondare questa sovrapposizione tra l’Unione e l’”anima dura” della NATO. Una tendenza che probabilmente non favorirà il cammino verso la pace in Ucraina e che certamente frenerà il cammino verso il compimento dell’Europa politica. Altro che “esercito europeo”: se non si cambia registro, a comandare in Europa rischiano di essere ancora, e sempre più, gli americani.