Mihajlović e quella retorica guerriera che fa male ai malati di cancro

Gladiatore, condottiero, lottatore. E soprattutto guerriero. Le prime pagine dei giornali di sabato 17 dicembre grondavano retorica bellica nella ricerca del sostantivo maschile più efficace per salutare la dipartita terrena del povero Siniša Mihajlović. Una scelta che ha unito i principali giornali mentre tutti i telegiornali della sera di venerdì 16 ottobre davano la morte di Mihajlović come prima notizia. Addirittura! Il noto allenatore serbo, e prima ancora il fortissimo giocatore, reso fragile da una malattia oncologica ha creato il mix mediatico perfetto. Il guerriero fermato dalla morte è un argomento dialettico, un topos, di formidabile attrattiva in tutte le epoche.

Ma la mistica eroica, già di per sé eccessiva, sui media è rimasta fine a se stessa. Nessuno si è reso conto che colare miele di retorica non serve a nulla, neanche al malato illustre. Essere guerrieri / condottieri / gladiatori / lottatori non è un requisito sanitario, al massimo è una transitoria condizione individuale sostanzialmente indifferente rispetto al destino. La malattia, detta alla Totò, è una livella che ci rende tutti fragili e soli. Certo, nel tumore ci si entra, a volte, per gli stili di vita individuali, altre volte ha un peso la genetica, altre volte ancora influiscono le situazioni ambientali. Ma dal tumore si esce – e succede abbastanza spesso – con la scienza, i bravi medici, un servizio sanitario efficiente e tanta fortuna. Parlo a ragion veduta perché sono stato malato oncologico (ho raccontato qui su Strisciarossa la mia storia) ma lo dicono, meglio delle esperienze singole, i dati ufficiali.

Il ruolo della sanità pubblica contro i tumori

Nel 2021 le morti per tumore sono state 181.330: 100.200 uomini e 81.100 donne. Il trend è contraddittorio condizionato dall’altalenante situazione della sanità pubblica compromessa dal Covid ma, secondo i dati AIRC (l’Associazione italiana di ricerca sul cancro), I tassi di mortalità per tutti i tumori in Italia nel 2021 sono sensibilmente più bassi rispetto alla media europea, e nel corso degli ultimi sei anni sono diminuiti del 9,7% negli uomini e dell’8% nelle donne. Sempre l’AIRC ha calcolato che a cinque anni dalla diagnosi di tumore è ancora in vita il 59,4% degli uomini (la stima del 2020 era del 54%) e il 65% delle donne (63% nel 2020). I dati di sopravvivenza sono la prova della qualità dell’assistenza oncologica in Italia. Ma è una situazione che potrebbe peggiorare in fretta se, come fa la manovra di bilancio del governo Meloni, continueranno a calare i fondi alla sanità pubblica e alla ricerca.

Mihajlović, serbo per nazionalità trasmessagli dal padre mentre la madre era croata, ha giocato nella Stella Rossa Belgrado, nel campionato italiano (Roma, Sampdoria, Lazio, Inter) oltre che nella nazionale della allora Jugoslavia e poi di Serbia-Montenegro quando la federazione balcanica collassò. I suoi precisi e potentissimi calci di punizione di sinistro sono entrati nella leggenda.

Calciatore e allenatore sempre al centro delle polemiche

È stato allenatore di diversi club in Italia e in Europa ma si è distinto soprattutto alla guida del Bologna salvato nel 2019 da una situazione disperata. E proprio all’indomani della travolgente cavalcata bolognese, a campionato da poco finito, a Mihajlović venne diagnostica una leucemia mieloide acuta, curata al Sant’Orsola di Bologna con una trapianto di midollo osseo che sembrava avergli risolto la malattia. Una recidiva l’ha portato alla morte il 16 dicembre 2022 quando da alcuni mesi non era più allenatore del Bologna, esonerato per gli scarsi risultati della squadra.

Siniša Mihajlović (foto di Di Roberto Vicario, da Wikipedia)

Il mito guerriero attribuito a Mihajlović trae sicuramente spunto dalla personalità dell’allenatore e del giocatore. Molte le scelte provocatorie che l’hanno fatto sconfinare in territori politici estremi. Pubblicò un necrologio al suo amico Željko Ražnatović (capo della formazione paramiliatare delle Tigri di Arkan e leader degli ultras della Stella Rossa), serbo accusato di crimini contro l’umanità. Di Ratko Mladić, generale accusato di genocidio disse: “Mladić? Un grande guerriero che combatte per il suo popolo”. “Assoluzione” anche per l’ultimo presidente jugoslavo, il serbo Slobodan Milošević: “Tra noi abbiamo sempre litigato, ma siamo tutti serbi. E preferisco combattere per un mio connazionale e difenderlo contro un aggressore esterno. So dei crimini attribuiti a Milošević, ma nel momento in cui la Serbia viene attaccata, io difendo il mio popolo e chi lo rappresenta”. Anche in campo è stato protagonista di episodi discutibili, per lo più insulti, verso avversari di colore. Entrò a gamba tesa anche nella competizione politica in Emilia-Romagna, ai tempi delle sfida del 2020 tra Stefano Bonaccini e Lucia Borgonzoni per la presidenza della Regione e ovviamente si schierò per la candidata leghista.

La cittadinanza onoraria di Bologna

Insomma, una storia ambigua mitigata però da atteggiamenti di una cordialità complessiva non solo nei rapporti con il tifo ma anche con la gente comune. La minoranza dei detrattori dice che fosse un abile istrione, la maggioranza apprezzava quel suo modo di fare politicamente scorretto che pareva animato, in fondo, da sincere intenzioni. Fatto sta che il Comune di Bologna il 17 novembre 2021 ha attribuito a Mihajlović la cittadinanza onoraria “per aver manifestato un particolare senso di appartenenza alla comunità locale, connesso all’importante ruolo pubblico rivestito e alla sua esperienza di vita nell’affrontare la malattia”. Mihajlović mise la sua firma sul libro d’onore del Comune di Bologna, con questa dedica: “Alla mia città del cuore con tanto affetto. P.S. Bolognesi gente meravigliosa che porterò sempre nel mio cuore”.