La vita superlativa di Maradona
Addio al “jefe” del pallone:
sì, è stato il più grande

Anche finisse oggi, questo 2020 ha già fatto di tutto e di più per essere considerato un “annus horribilis”: dopo tutto quello che ben sapete, fra pandemie e lutti, il mondo del calcio – ma sarebbe meglio dire, semplicemente: il mondo – viene scosso nel tardo pomeriggio del 25 novembre dalla notizia della morte di Diego Armando Maradona. Salta subito agli occhi una tristissima coincidenza: nello stesso giorno, 25 novembre, del 2005 era morto George Best, forse l’unico calciatore della storia che per sopraffino genio e sfrenata sregolatezza meriterebbe di essere paragonato a Diego. Best aveva 59 anni e un trapianto di fegato alle spalle, dovuto agli ettolitri di alcool che aveva ingurgitato; Maradona ne aveva 60 ed è morto, secondo le agenzie, per “arresto cardiorespiratorio”, probabile conseguenza di un delicato intervento al cervello al quale era stato sottoposto lo scorso 3 novembre.

Sentiamo già, in sottofondo, l’eterno dibattito: è stato il più grande? Inutile girarci intorno: sì, è stato il più grande. Anche nella sua sregolatezza, perché non va dimenticato che Maradona – con alti e bassi, certo – è stato competitivo fino ai 34 anni mentre il citato Best a 25 anni era praticamente finito. E questo, nonostante la cocaina, le notti brave, gli allenamenti saltati, i chili che aumentavano e diminuivano a comando grazie a medicinali generosamente prescritti dai vari medici che l’hanno avuto in custodia. Nonostante una sete di vita e di eccessi non “da atleta”, Maradona è il numero 1 di una ristrettissima schiera di grandissimi che oltre a lui potrebbe comprendere Pelè, Johann Cruijff (che non beveva, ma fumava come un turco), Alfredo Di Stefano e forse Lionel Messi, per limitarci al dopoguerra. Ma Messi, da lui eletto “erede”, è degno di Maradona solo per il piede sinistro: nonostante abbia vinto molto più del maestro, Messi non è un leader e non è un personaggio, e non a caso non ha mai combinato nulla in nazionale mentre Maradona ha vinto un Mondiale, e ne ha sfiorato un altro, con due Argentine modeste in tutto, tranne che in lui. In quanto a Pelè, che di Mondiali ne ha vinti tre, ricordiamo due cose banalissime: ha giocato in un Brasile in cui tutti, non solo lui, erano fuoriclasse e non è mai venuto in Europa, mentre Maradona è stato capace di vincere a Napoli, dove nessuno ci era riuscito prima e nessuno ci è riuscito, almeno a quei livelli, dopo.

Dalle cebollitas ai Mondiali

La vita calcistica di Maradona è nota. Nasce in un quartiere di Buenos Aires poverissimo, Villa Fiorito, dove ancora conservano come una reliquia il campetto pietroso in cui tirò i primi calci da bambino. Esordisce nelle “cebollitas” – le cipolline –, la squadra giovanile dell’Argentinos Juniors. Debutta nella serie A argentina il 20 ottobre 1976. Segna i suoi primi gol da professionista al San Lorenzo, la squadra per cui tifa il Papa. Nel 1980 passa al Boca Juniors, i “xeneizes”, i genovesi, uno dei due squadroni – l’altro è il River Plate – di Buenos Aires. Vince il campionato di apertura (in Argentina si assegnavano due scudetti all’anno) del 1981 con 28 gol in 40 partite. Al Boca era, è, un dio: e in nazionale i rapporti con quelli del River non sono mai stati idilliaci. Nel 1982 il Boca è costretto a cederlo al Barcellona. Diego arriva in Spagna subito dopo il Mundial che ha visto trionfare l’Italia, suo primo mondiale, abbastanza deludente, chiuso con una doppia sconfitta contro gli azzurri (leggendaria la marcatura di Gentile, che gli calpesta i piedi per 90 minuti) e l’odiato Brasile. Al Barça ci sarebbero tutte le condizioni per sfondare, ma è una brutta avventura: un’entrata assassina del basco Goicoechea gli provoca un infortunio gravissimo, e i due anni in blaugrana passano senza vittorie importanti. E così, nel 1984, inizia un’altra avventura, meravigliosa e incredibile: il giocatore più forte del mondo viene acquistato da una società che non ha mai vinto (quasi) nulla, il Napoli di Ferlaino.

L’arrivo di Maradona a Napoli è stupendamente raccontato nell’incipit del documentario “Diego Maradona” girato nel 2019 dall’anglo-indiano Asif Kapadia. Attingendo a filmati d’epoca, il film mette in scena il viaggio in auto verso il San Paolo e l’ingresso allo stadio, dove 80.000 persone lo aspettano semplicemente per vederlo, forse solo per esser sicuri che sia davvero lì, che non sia tutto un sogno. È il 5 luglio 1984: Diego entra in campo, fa due palleggi e tira il pallone in cielo. Quel pallone, per la gente di Napoli, non tornerà mai a terra. Dal 1984 al 1991 sono sette anni da sogno, fatti di vittorie e di follie, di amicizie discutibili (le famose foto con i boss del clan Giuliano) e di un amore che non ha eguali nella storia del calcio italiano: un’identificazione totale fra una città e un campione che viene da lontano ma sembra più “verace” dei napoletani veri.

L’oro di Napoli

Lo scudetto arriva nel 1987, ed è il primo per il Napoli. Su un muro che sovrasta il cimitero una mano scrive, rivolgendosi ai morti: “Guagliò, che ve site persi!”. Un’altra mano, assai più sapiente, aggiunge una riga: “E chi ve l’ha detto?”. È come se Diego entrasse in comunione mistica con il ventre della città. Diventa qualcosa di più di un campione, di un capitano. Diventa un capopopolo. Nel ’90, dopo aver vinto il secondo scudetto, arriva a Napoli da capitano dell’Argentina che sfida l’Italia nella semifinale del Mondiale. E lì, dice una frase a suo modo storica: “Io credo che i napoletani tiferanno Italia, come è giusto, ma vorrei che l’Italia non si ricordasse dei napoletani solo quando c’è da fare il tifo in una partita di pallone”.

L’Argentina vince quella partita ai rigori, stronca il sogno mondiale degli azzurri, poi va ad affrontare la Germania nella finale dell’Olimpico con mezza squadra squalificata o incerottata. È uno dei momenti a loro modo sublimi della carriera di Maradona, uno di quelli in cui rivela la propria capacità di manipolare i media e i cuori della gente: tutto l’Olimpico fischia l’inno argentino e mentre la tv inquadra i volti dei giocatori argentini, tesi e nervosi, Diego aspetta il momento in cui la telecamera arriva davanti a lui; sa che in quel momento il suo primo piano è in mondovisione, e IN QUEL MOMENTO dice, con un labiale chiarissimo, “hijos de puta”. Il suo “figli di puttana” fa il giro del mondo e da quel momento Maradona diventa un reietto. La Germania vince la finale 1-0, con un rigore molto dubbio.

Ma prima di quel ’90 c’è stato l’86, il Mondiale in Messico, l’apoteosi. Diego lo ha raccontato in un libro edito nel 2016 da Mondadori e intitolato, guarda caso, La mano di Dio. È un libro interessantissimo, uno studio quasi etologico sul comportamento di un maschio Alpha, sulla gestione dei clan, sulla costruzione di uno spogliatoio. Maradona racconta con la massima sincerità come, prima di quel Mondiale, abbia scientificamente fatto fuori Daniel Passarella (il “caudillo” del Mondiale vinto nel ’78) e Ramon Diaz, due “nemici”, due del River, due che non accettano la sua leadership. Maradona vuole solo scudieri fedeli. Guidandoli, li fa rendere al 200%: e sta qui il suo carisma, l’enorme differenza fra lui e Messi. Essere il “jefe”, il capo. Trasformare i compagni in guerrieri. Con una squadra non eccezionale, Maradona porta l’Argentina alla vittoria. E se in finale c’è la Germania, “la” partita di quel Mondiale è lo scontro nei quarti con l’Inghilterra, che Diego riesce a caricare di significati extra sportivi “narrandola” come la rivincita delle Malvinas. Rimuovendo con grande audacia politica il fatto che quella guerricciola assurda fu uno scriteriato gesto propagandistico della “Junta” militare, Diego trasforma lo scontro con gli inglesi in una crociata. Ma dove sta la sua grandezza? Che una volta costruita la strumentalizzazione del match, lo interpreta e lo domina in modo irripetibile. Prima segnando il famoso gol con la mano, in epoca pre-VAR; e poi, pochi minuti dopo, realizzando quello che in molti ritengono il più grande gol mai fatto, partendo dalla sua tre quarti e dribblando sei inglesi prima di depositare il pallone nella porta vuota.

La squalifica per droga

Sono quattro, i Mondiali di Maradona: Spagna ’82 (deludente), Messico ’86 (esaltante), Italia ’90 (drammatico) e poi USA ’94. E qui dobbiamo ritornare con la memoria a una giornata losangelina nella quale, intorno alle 5 di mattina, chi scrive riceve una telefonata di Nicola Fano, allora caposervizio dello sport a l’Unità. “Hanno squalificato Maradona per droga, devi andare a Dallas”. Premessa: l’Argentina ha iniziato il Mondiale alla grande, battendo 4-0 la Grecia e 2-1 la Nigeria. Maradona sembra in formissima. Dopo un inizio di decadenza a volte quasi patetica a Siviglia, dopo Napoli, è tornato magro come un’acciuga e gioca divinamente. Ma guarda caso, in entrambe le partite viene sorteggiato per l’antidoping… e alla seconda, zac!

Nelle sue urine – riprendo i pezzi scritti allora – vengono trovate “efedrina, norefedrina, metefedrina, normetefedrina e pseudoefedrina”: sembra una formula inventata da Archimede Pitagorico, invece è una condanna a morte. E la cosa triste è che la sentenza arriva prima che la FIFA, organizzatrice dei Mondiali, prenda una decisione: il presidente della FIFA Blatter (futuro pluri-inquisito) e il presidente della federazione argentina Grondona annunciano la squalifica di Maradona a braccetto, con un comunicato che vale la pena di citare a distanza di 26 anni: «Entrambe le analisi delle urine di Maradona, relative al match con la Nigeria, sono risultate positive. La federazione argentina ha informato la FIFA che Maradona è stato escluso dal Mondiale… In base ai principi che governano la FIFA, l’incidente non avrà alcuna influenza sul risultato della partita in questione». È un capolavoro di ipocrisia: è l’Argentina a squalificare Maradona, la FIFA prende solo atto, e in cambio l’Argentina si tiene i tre punti con la Nigeria e la possibilità di andare avanti nel Mondiale. Ma gli dei sanno essere vendicativi. La sera stessa di quel comunicato, in uno stadio-fornace che ancora popola i miei incubi, l’Argentina priva di Maradona, e sotto choc, perde 2-0 con la Bulgaria e si qualifica come terza del girone. Negli ottavi incontrerà la Romania di Gheorghe Hagi e verrà sconfitta a Pasadena in una partita tambureggiante e drammatica.

Sempre lo stesso giorno, Maradona parla per 6 minuti, con gli occhiali neri, in un’atmosfera da sfida all’OK Corral (siamo pur sempre in Texas). Le sue parole sono all’inizio concilianti, ma nel giro di 6 minuti diventano pietre: «Mi appello alla Fifa e alla federazione per poter continuare a giocare nel mondiale. Sono stato condannato senza appello: non capisco perché la Fifa sia stata così dura con me, dopo aver tanto insistito per avermi ai mondiali. Giuro sulla testa delle mie figlie che non ho preso alcuno stimolante, non ne avevo bisogno. Mi hanno distrutto l’anima. Ho promesso alle mie bambine di non piangere, ma non è facile. Ho visto la partita in tv, quella non era l’Argentina, era un’altra squadra, irriconoscibile. Tutto andava così bene, giocavamo bene, e ora sono fuori rosa, e senza di me non riescono a giocare… Aspetto un miracolo. Ma ho capito che non tutti in Argentina mi vogliono bene. Nel calcio c’è gente che fa schifo».

Col tempo si capirà che quelle sostanze servivano a non ingrassare, si parlerà addirittura di “raccomandazioni” della DEA (la Drug Enforcement Administration) per “sorteggiare” Maradona e liberare gli USA dalla sua presenza, di precedenti accordi per cui la FIFA gli avesse in realtà promesso l’impunità (Maradona ai Mondiali, sia pure a 34 anni, era comunque una manna per tv e sponsor) salvo rimangiarsi la parola nel momento in cui, con lui in campo, l’Argentina era apparsa troppo pericolosa per i favoritissimi e raccomandatissimi brasiliani… Un film giallo. Degno di Hollywood.

Il seguito della vita di Maradona, anziché di Hollywood, è degno di una telenovela. Che è poi lo stile scelto da Marco Risi nel suo film del 2007 La mano de Dios, dove lo interpreta (assai bene) Marco Leonardi. Le malattie, le schioppettate sui paparazzi, l’amicizia con Fidel, i ricoveri in ospedale, le comparsate televisive, i problemi con il fisco: tutto “larger than life”, tutto eccessivo, tutto molto kitsch. Anche la carriera di allenatore è un mezzo disastro, indegna del Maradona calciatore. Emir Kusturica lo coinvolge in un bruttissimo documentario che però è l’occasione per vederlo, nel 2008, al festival di Cannes. Fa uno show mica da ridere, in conferenza stampa, definendo Fidel “un eroe” e George Bush jr. “un assassino”. Ma soprattutto ha parole di fuoco per Pelè, con il quale ha avuto un rapporto difficile: troppo per benino e istituzionale il brasiliano, troppo anti-sistema l’argentino, per amarsi. Lo definisce “un affarista, indegno di parlare di me”. Ma poi forse i due geni del calcio si sono un po’ ritrovati, e oggi, alla notizia della morte, Pelè ha rilasciato una dichiarazione bellissima: “Sicuramente un giorno giocheremo insieme in cielo”. Cruijff, Di Stefano e Best sono già là, insieme a tanti altri: si sta organizzando un Dream Team pazzesco, del quale Diego sarà sicuramente il capitano.