La mission impossible di Rishi Sunak, il ricchissimo figlio dell’India

‘Back again? Dear, oh dear,’. Lo diceva Re Carlo all’ex prima ministra Liz Truss un paio di settimane fa al loro primo incontro in un’espressione abbastanza intraducibile (Di nuovo? Oh miei cari/o/a…) e non avevamo ben capito a chi o cosa si riferisse. Ora l’abbiamo capito. Di nuovo! Un altro primo ministro da incontrare, il secondo in nemmeno un mese del nuovo lavoro. Un inizio intenso per uno che non ha mai davvero lavorato in vita sua.

Questo lo ha dovuto pure incaricare, mentre Liz Truss toccò alla sua venerata madre, nel suo ultimo atto pubblico, due giorni prima di morire. Passando alla prospettiva dell’interlocutore: al secondo tentativo ce l’ha fatta, Rishi Sunak diventa il quinto primo ministro Tory in 6 anni di Brexit Britain, il quarto negli ultimi tre, il primo da una minoranza etnica, il secondo premier non bianco in Europa (dopo il socialista Antonio Costa in Portogallo). Il primo premier britannico di religione induista e quindi non cristiano. L’ennesimo che ha studiato a Oxford ma, a 42 anni, il più giovane Premier da due secoli a questa parte.

Il secondo tentativo di Sunak

Rishi Sunak (foto di HM Treasury and The Rt Hon da https://commons.wikimedia.org

Il secondo tentativo perché aveva provato anche durante l’estate quando con le sue dimissioni precipitò la fine del governo di Boris Johnson e si guadagnò il sostegno della maggioranza dei deputati, ma non dei membri del partito che al ballottaggio gli preferirono Liz Truss. Un errore pagato caro, non tanto da loro quanto dalle finanze pubbliche, e per Truss il governo più breve della storia: 44 giorni in carica più 4 da dimissionaria.

Rishi Sunak deve davvero ringraziare Boris Johnson. Non solo per averlo nel 2020 nominato cancelliere dello scacchiere (ministro dell’economia), permettendogli così di trovarsi al posto giusto quando all’inizio della pandemia il governo dovette pagare stipendi a milioni di lavoratori costretti a casa dal lock down: il furlough scheme che associò per tanti lavoratori l’80% del salario che ricevevano al nome di Rishi Sunak, una popolarità che ne ha sostenuto i passi successivi. Passò invece in cavalleria, nascosta dietro l’insostenibile leggerezza del capo di allora, la sua resistenza ai lockdown e il picco di contagi seguito a un suo tentativo di incentivare le persone a tornare a mangiare fuori.

Ma Boris Johnson lo deve ringraziare anche per il suo pervicace narcisismo. Il leadership contest iniziato giovedì scorso dopo le dimissioni improvvise della Truss (che il giorno prima si era astenuta per errore su una mozione del Labour contro il fracking su cui aveva ordinato ai suoi deputati di votare contro – un disastro, per l’ambiente e per la sua autorevolezza) e organizzato dagli arcani imperi del comitato 1922 prevedeva infatti soglie d’accesso altissime e tempi serrati: assicurarsi il sostegno di 100 deputati Tories (su 357) entro lunedì scorso.

La regola per scoraggiare Johnson

boris johnson
Boris Johnson

Una regola pensata per scoraggiare Boris Johnson dall’idea malsana di ripresentarsi. Ma Johnson, che non rinuncerebbe mai a un’idea malsana che lo metta al centro della scena, ha provato comunque e fino alla sera di domenica ha cercato il sostegno dei deputati Tory. Non è comunque riuscito a raggiungere la soglia (anche per le minacce di molti deputati di dimettersi qualora ce l’avesse fatta) ma ha di fatto impedito di farcela anche all’altra contendente alla leadership, Penny Mordaunt, arrivata terza nel leadership contest di luglio e a una manciata di firme dalla possibilità di sfidare Sunak. Rimasto dunque l’unico candidato a superare la soglia, Rishi Sunak è stato eletto direttamente da poco più della metà dei deputati conservatori, senza consultare i membri del partito conservatore che l’avevano bocciato in agosto e che l’avrebbero probabilmente bocciato ancora.

Un figlio dell’India sorge sopra l’impero, titola uno dei principali giornali indiani. Ma Sunak non vince in virtù delle sue origine indiane (i genitori entrambi originari del Punjabi e nati e cresciuti nell’Africa orientale durante il dominio britannico) che al massimo erano marginalmente fonte di pregiudizio per la membership bianca maschia e tendenzialmente avanti con gli anni del partito conservatore.

Vince, se possibile, perché è Tory fino al midollo, nel percorso educativo d’elite (dalla prestigiosa e costosissima scuola privata dell’Hampshire, dove è cresciuto, fino agli anni di Oxford, quando scherzava sull’idea di avere amici working class e faceva una internship al quartier generale del Partito Conservatore a Londra), nelle esperienze professionali nel mondo della finanza (Goldman Sachs) e ovviamente nel censo: sua moglie Akshata Murty, conosciuta durante un master in California, è figlia di Narayana Murthy miliardario “padre del settore IT indiano” (riservatissimo: una delle pochissime esternazioni pubbliche fu di contrarietà al lock down anti covid indiano, un’ostilità che condivide col suo genero) e patron di Infosys, seconda più grande compagnia IT indiana (impiega 345 mila persone, prevalentemente in India) di cui la figlia detiene l’1% delle share. Tutto ciò ha reso la coppia una delle più ricche di Gran Bretagna (con un patrimonio da 730 milioni di sterline, maggiore di quello del Re: dear oh dear!) e ha consigliato a lei di dichiararsi domiciliata all’estero per pagare meno tasse, una bella storia di emancipazione, di quelle che piacciono molto ai Tories. Ricco, ricchissimo, straricco, Rishi Sunak insomma, è il più classista della classe e in quanto tale, è apparso a molti deputati Tories il più indicato a difenderne gli interessi.

L’eccezione “ricca” tra milioni di indiani

Non esattamente gli stessi interessi e gli stessi trascorsi dell’enorme comunità di origini asiatiche, che comprende milioni di indiani, pakistani e bangladesi, tutti elettori britannici anche in assenza di passaporto UK (sono cittadini commonwealth) per i quali l’elezione di Sunak, che parla Hindi e Punjabi, alla leadership della vecchia capitale imperiale, costituisce comunque un momento simbolicamente importante, avvenuto peraltro durante il Diwali, la principale festa induista, perché se è vero che la classe non è acqua, a parere di chi scrive è anche vero che culture is thicker than water e non bisognerebbe sorprendersi aiutasse a fare arrivare l’agognato (dai britannici) accordo commerciale con l’India.

Ma oltre la cultura c’è la politica e tutti i problemi ereditati dalle precedenti gestioni: dell’indipendenza scozzese a un buco di bilancio da decine di miliardi a una Brexit che pure Sunak scelse nel 2016 convinto, bontà sua, avrebbe reso la Gran Bretagna più prospera, anche perché finalmente “libera dai dettami della UE sulla larghezze delle siepi” (parole sue!). George Eaton su the new Statemen lo definisce “il primo ministro più thatcheriano dai tempi della thatcher”, dichiarazione di fede thatcheriana fatta propria dallo stesso Sunak, all’inizio della sua campagna di luglio. E quindi? Per Sunak bisogna ridurre il ruolo dello stato senza dissestare il bilancio e dunque ai tagli delle tasse verranno sostituiti i tagli della spesa: una nuova ondata di austerity pare dunque inevitabile e se una gestione meno scriteriata delle finanze pubbliche farà probabilmente risalire i Tory dai sondaggi più apocalittici, il recupero nel nord bianco e post-industriale convertito nel 2019 alla causa Tory in nome della Brexit pare davvero difficile da immaginare. Un’unica certezza: dovesse perdere, Boris Johnson è già lì che scalpita…