La malattia e la prepotenza dell’esistere nei versi di Antonio Turolo

La malattia sa essere una faccenda molto personale; una di quelle solitudini tutte proprie, per citare Roland Barthes, nelle quali gli altri sanno lasciarci. Sofferenti in un letto di ospedale, in attesa della cura, guardiamo il resto del mondo scorrere nella sua normalità, nella banalità di chi chiede “Stasera cosa cucini?” mentre noi stiamo attraversando impauriti le onde alte del dolore.
Ben consapevole di queste dinamiche e capace di restituircele in tutta la loro forza disarmante è Antonio Turolo, che apre la prima sezione – Ospedaliera – della sua La bella vita (Le Lettere 2021) con questi versi:

MEDICINA D’URGENZA
chi xe morto, chi xe morto?
alle sei del mattino, primo turno
le garrule infermiere si informavano
con allegria

La bella vita

Turolo, omaggiando la vicenda umana di Amelia Rosselli, dà misura esatta di cosa possa significare la malattia per chi la malattia non la sta affrontando o per chi la vive come episodio routinante ed estraneo a sé o per chi, grazia sua, non l’ha conosciuta. Il divario enorme tra medico e paziente o tra infermiere e paziente. O il baratro, tra sano e malato.
Nella società contemporanea, e bene lo scrive, tra gli altri, Vittorino Andreoli, la condizione patologica, fisica o mentale, non sta nemmeno ai margini della nostra esistenza: non viene proprio contemplata.

Bellezza e bruttezza

Perché ciò che è vecchio o malato o deforme non è appetibile né attraente, cioè non è adatto a sostenere la fabbrica del consumo; non a caso il corpo, superficie prima dove il deterioramento si palesa, deve essere giovane e bello e sano, ritoccato senz’altro nelle foto e, molte volte, anche nella carne, come testimoniano le statistiche, che segnalano un aumento significativo dei soggetti che ricorrono alla chirurgia plastica e, più in generale, alle pratiche di body modification.
La bellezza diventa lo scopo della vita e il piacere esteticamente agli altri, al di là delle proprie preferenze personali, il fine da raggiungere (Andreoli 2012): la dimensione umana si ripiega sulla sola dimensione esteriore, fatta di corpo; le differenze estetiche di gender, che pure permangono, si attenuano all’interno di uno spazio d’espressione ambivalente in cui «essere brutti significa essere malati, moribondi, sofferenti di bruttezza» (Andreoli 2012: 102).

E se già la bruttezza, allora, è malattia, la malattia vera si avvicina a una non-esistenza, a un’esistenza declassata, di fronte alla quale molti chiudono gli occhi, dal momento che osservare da vicino la precarietà degli altri, e quindi si sé o di un sé potenziale, significa trovarsi di fronte al limes, alla barriera rigida di ciò che non possiamo essere. Significa mettere la propria impronta sul territorio della fine e, dunque, oscillare tra la vita e la morte come Turolo, di nuovo, puntualmente scrive:

LUTTO
passando ad argomenti più leggeri
te la cavi
e io ti capisco

capisco che ci vuole troppa forza
a non voltare pagina, a fissare
il mozzo della ruota

Il pericolo nascosto della malattia

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

La malattia, lontana dall’idea-ideale di efficienza che il capitalismo h24 promulga, è altresì pericolosa poiché, guardando fino in fondo un volto affetto da uno stato patologico, possiamo intravedere la fragilità di tutto un sistema, di un modo di vivere e di pensare. Possiamo scorgere la necessità di non separare asetticamente il soggetto potente dall’oggetto sottomesso (Magatti, Giaccardi 2020) e riscoprire così il valore della reciprocità e del processo di ri-significanza del tempo, altra dimensione che la malattia costringe, volenti o nolenti, a riconsiderare e riprogrammare, con ben sa e ben scrive anche Giovanna Rosadini nell’ultimo suo lavoro, intitolato, non a caso, Un altro tempo (Interno Poesia 2021).

Pure Roberto De Angelis in Racconti di uomini appesi (Non per forza per il collo) (Linee Infinite Edizioni 2020), attraverso un uso dissacrante e protettivo dell’ironia e una profonda corrispondenza tra scrittura e autenticità, osserva la malattia con la coda dell’occhio e, con essa, i comportamenti che alla malattia possono condurre, evidenziando i limiti dello stare bene a tutti i costi, pratica anche questa legata alla dinamica produzione/consumo.

La cura e la prepotenza dell’esistere

E infine, per tornare ancora a quella sezione della raccolta di Turolo che intorno alla malattia ruota, la necessità della compartecipazione emotiva verso chi soffre, la ricerca della cura nella prepotenza dell’esistere:

mi vede in ansia
adesso il Professore
le darà qualche cosa, ma ricordi
la vita non la cambia nessun farmaco

Il nostro tempo, impregnato di virus e di apatie, di contagio e di isolamenti, richiede una rivalutazione del concetto di malattia e, soprattutto, parole nuove per descriverla, per chiamarla, per farla acquietare, come già ha sottolineato Eugenio Borgna nel suo Parlarsi. La comunicazione perduta (2015) e come magnificamente ci ha lasciato scritto Mario Benedetti: «Sta solo fermo nella tosse. / Un po’ prende le mani e le mette sul comodino / per bere il bicchiere di acqua comprata, / come tanti prati guardati senza dire niente, / tante cose fatte in tutti i giorni. (…)».