Ma quale ponte, per il Sud meglio tutelare il territorio

Salvini nella sua demagogica e truffaldina propaganda dà per scontato che il ponte sullo stretto di Messina sia realizzabile in quanto sarebbe una priorità nazionale ed europea, un’opera sostenibile in termini economici e ambientali. Il governo Meloni, quindi, si è affrettato a rivitalizzare la società Stretto di Messina, (costituita nel 1981, controllata dal Gruppo Anas dal 2007 e messa in liquidazione nel 2013) che aveva lo scopo di progettare, realizzare e gestire il Ponte. Ma le cose stanno proprio come le racconta il vice-presidente leghista?

Oltre le suggestioni stimolate dai plastici e dalle immagini pubblicitarie del progetto/ponte non c’è altro di concreto.

Costi economici e sociali

I costi stimati sono enormi: 8 miliardi. Escludendo, ovviamente, gli aumenti non prevedibili dovuti all’inflazione e allo sport nazionale della continua revisione dei costi. Ma soprattutto le priorità sociali, economiche e ambientali sono altre.

Come è ben spiegato dallo studio dello Svimez (2022), il Mezzogiorno corre il pericolo di recessione e necessita di nuove politiche per aumentare i consumi dei cittadini (aumento dei redditi), per aumentare gli investimenti in macchinari, attrezzature, innovazioni industriali. Investimenti per ideare e produrre alta tecnologia. Serve, poi, una svolta nei trasporti e nella rete ferroviaria nazionale e locale. Di priorità poi ce ne sono anche altre che non indico per ragioni di spazio. Il ponte, quindi, proprio non serve.

Ora, il ministro alle infrastrutture e ai trasporti, che è Salvini, cosa fa? Pensa ad altro, pensa a garantire immediati affari (in questo ricorda Lunardi del governo Berlusconi) per pochi studi di progettazione e per le società proprietarie dei terreni, che allertano le mafie che da sempre, come è stato più volte documentato anche in sede europea, sono interessate ai milioni del ponte. Propone una spesa pazza per un progetto che non può essere finanziato dal Pnrr perché i tempi di realizzazione del ponte sono fuori tempo massimo previsto dall’Ue.

Un’occhiata all’orario dei treni

Tutti noi comprendiamo che Salvini ha difficoltà a leggere le slide figuriamoci i documenti. Però, un utile suggerimento gli si può dare, quello di leggere gli orari ferroviari da cui, come ministro dei trasporti, potrebbe farsi un’idea sullo stato delle infrastrutture ferrovie nel Mezzogiorno: un cittadino per andare da Catania a Palermo, 166 km, partenza ore 10,15, ci mette 5ore e 8 minuti con un cambio oppure altre 3 ore; per Reggio Calabria-Napoli si va dalle 4,38 ore alle 5,07; per andare da Bari a Reggio Calabria si passa prima a Caserta, poi a Salerno e infine a Reggio C., e ci si impiega dalle 9 alle15 ore.

L’orario ferroviario è un fatto e i “fatti sono ostinati”. Per le merci le cose non sono migliori e infatti si preferisce farle viaggiare su gomma con tutto quello che ciò significa in termini di sicurezza, di consumi energetici e di inquinamento atmosferico. Ignorare distorsioni di tale portata, come fa il governo Meloni e come hanno fatto i governi precedenti, significa continuare nel disinteresse, nel mantenere le diseguaglianze tra centro-nord e sud-isole e nel frenare lo sviluppo nazionale.

La drammatica vicenda di Ischia, che purtroppo non è la sola in Italia, ci squaderna ancora una volta lo stato emergenziale in cui si trova gran parte del nostro territorio perché quella frana rovinosa simboleggia l’assenza di attenzione alla cura della montagna, del territorio e ci parla del degrado portato dall’abusivismo e dalla cementificazione.

Colline di cemento per un ponte su una faglia

Ora la zona dello Stretto di Messina, su cui dovrebbe sorgere il ponte, è a forte rischio sismico, in quanto c’è una faglia che è in grado di scatenare terremoti di magnitudo 6.9, un’energia molto simile a quella liberata durante il terremoto del 1908, ( 75-85.000 vittime). Questa è la valutazione di uno studio condotto sui fondali marini dello Stretto di Messina e sulla sismo-tettonica dell’area, frutto di una collaborazione internazionale tra il Dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali dell’Università di Catania, il Center for Ocean and Society Institute of Geosciences dell’Università di Kiel in Germania e l’Osservatorio etneo dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Quindi, quell’area non è affatto sicura. E che fa il governo Meloni? dice: me ne frego!

Anche gli aspetti tecnici della costruzione dell’opera non sono di facile e immediata soluzione. Se consideriamo che le tecnologie più avanzate sono dimensionate per ponti che hanno una campata di circa 2 km, (distanza da appoggio ad appoggio), si comprende come un balzo di oltre 1,3 km per coprire i 3,3 km del ponte dello stretto richieda un ulteriore incremento tecnologico che è ancora tutto da verificare concretamente. Per ora si dispone solo di calcoli teorici che danno ai lavori di esecuzione un carattere sperimentale, una sperimentazione a carico delle risorse collettive che farebbe correre forti rischi in termini di lievitazione dei costi e di allungamento dei tempi di realizzazione che sarebbero assolutamente imprevedibili. Il buon senso, i vincoli finanziari e i veri bisogni del paese, dovrebbero sconsigliare l’avventura.

La maggiore opera pubblica: la tutela del territorio

Già ai tempi dei governi Berlusconi, il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici (CSLP) approvò un progetto (forse l’unico) di cui, però, segnalava un insieme di criticità che difficilmente potranno essere bypassate da qualsiasi altro progetto e che sono da sciogliere. Per nostra memoria.

Il progetto consisteva in un ponte ad una campata di 3.3 km, che in presenza di estreme condizioni climatiche veniva sottoposto ad oscillazioni orizzontali di almeno 30 metri, ad oscillazioni verticali di 12 metri e tutto ad un’altezza di circa 80 metri dal livello del mare. Ciò imponeva il blocco del transito sul ponte e richiedeva la presenza permanente ed efficiente del trasporto marittimo, quello che già c’è. Andavano poi realizzati cavi di diametro di oltre un metro per circa 5000 metri, composti da 44.000 fili d’acciaio saldati tra loro, prima avvolti e poi stesi ad un’altezza di quasi 400 metri, cosa questa che sarà comune a tutti i progetti che verranno; si calcolava che l’ancoraggio dei cavi aveva bisogno di 329.000 metri cubi di cemento in Sicilia e di altri 237.000 in Calabria cioè occorreva realizzare vere e proprie colline di cemento armato che ovviamente distruggono il paesaggio naturalistico e storico delle coste, anche questa condizione appare essenziale per ancorare i cavi di un qualsiasi ponte; sulla costa siciliana, poi, per accedere al ponte si prevedeva una galleria di 14-15 km da scavare in colline a composizione ghiaiosa e cedevole e che richiedeva altre enormi colate di cemento armato per sostenere il terreno sotto cui far passare la galleria, cosa analoga sulla sponda calabrese. Insomma gallerie scavate nel cemento armato e ricoperte di terreno ghiaioso e cedevole.

Queste criticità tecniche sollevate dal CSLP sono state risolte? Non sembra, tanto che, addirittura, si è pensato di progettare un ponte a più campate cioè con pilastri piantati sul fondo marino, quello stesso dove passa la faglia sismica, Quindi, la realizzazione del Ponte non è cosa semplice e per ora quello che appare sono solo propaganda per giustificare una pioggia di milioni per progettazioni futuribili.

La questione di fondo rimane la visione che le destre hanno del paese e del Mezzogiorno che è vecchia e reazionaria in quanto ignorano volutamente che la più grande opera pubblica per l’Italia e il Mezzogiorno è la tutela del territorio inteso come suolo, zone naturalistiche, acque e mare. Questa è la maggiore opera pubblica di cui ha urgentemente bisogno il nostro paese e che rappresenta un enorme bacino di nuova occupazione che può mantenere al sud quelle migliaia di giovani meridionali che emigrano altrove.

La faglia nello Stretto

Ma il governo cosa fa? Oltre ad affamare ancora di più i poveri, dà qualche milione ad Ischia e contemporaneamente propone di tagliare del 45% i fondi per l’acqua e riattiva la società stretto di Messina in presenza di rischi sismici accertati e di costi incontrollabili. Il governo attuale assiste colpevolmente inerte alla deindustrializzazione e al crollo degli investimenti nel Sud e nelle isole (in 15 anni meno 36%). Mentre dovrebbe prendere provvedimenti per incentivare investimenti, per realizzare luoghi di eccellenza nella ideazione e produzione industriale di tecnologia per le fonti rinnovabili, per i pannelli solari, per il riciclaggio dei rifiuti, per l’innovazione della rete idrica e dei sistemi idraulici delle città e delle campagne, per la difesa dei beni storico-ambientali e per tanti altri interventi.

La verità è che e destre hanno una visione di paese che guarda al passato (un passato in cui, purtroppo, anche le sinistre hanno galleggiato) mi riferisco al rapporto “ambiente e lavoro” che è stato sempre presentato dai reazionari in termini antitetici mentre è vero esattamente il contrario.