Il governo si spacca su Orbán: l’Ue nega fondi a Budapest

Ah, Viktor… Certi vincoli di fedeltà non si spezzano. Come Ingrid Bergman in “Casablanca” non rinnega il marito perduto e ritrovato, l’eroe della Resistenza Viktor Laszlo, così Giorgia Meloni resta fedele al suo, di Viktor, che di cognome fa Orbán, non è ceco ma ungherese e certamente con la Resistenza non ha proprio nulla a che vedere. E così succede che un voto al Parlamento europeo su una risoluzione che condanna le ripetute e gravi malefatte del regime di Budapest mandi a gambe all’aria mesi e mesi di “democratic washing”, di duri sforzi e autodisciplina per far dimenticare certi trascorsi e accreditarsi in Italia, in Europa e nel vasto mondo come Giorgia l’europeista convinta e l’atlantista di ferro. E succede pure che la maggioranza delle tre destre che a Roma tiene in piedi il governo si spacchi come nemmeno l’opposizione italiana quando ci si mette d’impegno: Giorgia e i suoi fratelli (d’Italia) votano compattamente per salvare il loro Viktor; la Lega si accoda entusiasta con la sola eccezione di una coraggiosa deputata, tale Cinzia Bonfrisco, mentre i deputati di Forza Italia, immemori delle antiche affettuosità di Berlusconi con il despota danubiano, votano tutti a favore della condanna salvo uno, Massimiliano Salini, che si astiene.

Giorgia Meloni con Viktor Orbán

In frantumi l’asse Meloni-Salvini-Berlusconi

La spaccatura della maggioranza del governo Meloni è per noi osservatori dall’Italia il dato più clamoroso. Non è una novità assoluta: qualcosa di simile era accaduto il 15 settembre quando sempre su una mozione di condanna delle violazioni di Orbán e soci allo stato di diritto era successa più o meno la stessa cosa. Con una differenza non di poco conto però: allora – si era a pochi giorni dal voto del 25 settembre – i tre partiti erano alleati ma non formavano una maggioranza di governo: non avevano ministri, viceministri, sottosegretari e responsabilità di sorta. Ora invece lo sono, formano la compagine che guida il paese e però con i voti divergenti su una questione molto importante, che attiene ai princìpi fondamentali dell’Unione europea (ma anche ai miliardi che Bruxelles deve farci arrivare), dimostrano che una posizione dell’Italia non c’è. O meglio ce ne sono due, o forse tre: quella secondo la quale la sovranità significa fare in casa propria come se il diritto della comunità non esistesse, quella per cui ci sono comunque obblighi che vanno rispettati magari senza esagerare e poi anche quella di chi un’opinione ferma non ce l’ha e passa da una posizione all’altra: sovranisti nei giorni pari (e pappa e ciccia con l’amico Orbán), europeisti nei giorni dispari.

Il succo politico di quello che è successo a Strasburgo, comunque, non riguarda solo l’Italia e le fortune, o le sfortune, del suo attuale governo. Il voto con cui l’assemblea a larghissima maggioranza (463 sì, 124 no e 33 astensioni) ha rinnovato la condanna del regime di Orbán e ha invitato la Commissione a esigere e a controllare che il cosiddetto vincolo dello stato di diritto sia rispettato da Budapest prima di erogare i fondi del Next Generation EU è destinato ad avere conseguenze molto significative. Su quella più importante cominciano a girare già indiscrezioni a Bruxelles. Secondo anticipazioni del Financial Times e di agenzie italiane la Commissione sarebbe sul punto di rispedire al mittente tutto il PNRR presentato dal governo di Budapest. Se fosse davvero così l’Ungheria sarebbe l’unico paese dell’Unione escluso dal programma NGEU. Un durissimo colpo finanziario per un paese la cui economia già prima della creazione dl Recovery Fund era fortemente dipendente dai fondi europei, ma anche la conferma di una posizione eccentrica (per usare un eufemismo) nel concerto dei 27 paesi dell’Unione: l’Ungheria ha già ottenuto di non partecipare alle sanzioni petrolifere contro la Russia, il suo governo continua a coltivare buone relazioni con Putin, sta cacciando o ridimensionando le intese a livello culturale e universitario in ambito europeo. Inoltre si chiama regolarmente fuori da ogni accordo collettivo in materia di accoglienza dei profughi, cosa che danneggia la già difficile posizione dell’Italia in materia di migranti in arrivo e dovrebbe inquietare anche il governo di Roma, se non ci fosse ancora, a tacitare le rimostranze, la special relationship Orbán-Meloni-Salvini con l’aggiunta delle antiche affettuosità, saldamente ancorate negli affari, dell’eterno Berlusconi. È vero che il thank you no-refugees dell’autocrate ungherese è stato superato dall’accoglienza di almeno 250 mila profughi ucraini, ma anche questa generosità rischia di essere compromessa dai soprassalti di nazionalismo. Come quello per il quale Orbán si è presentato in pubblico, giorni fa, con una sciarpa sulla quale era raffigurata la Grande Ungheria dei tempi asburgici: una specie di manifesto geopolitico nello stile delle felpe salvinesche che deve aver fatto correre brividi sulle schiene dei governanti di tutti o quasi i paesi vicini. A cominciare proprio dall’Ucraina.

commissione europeaL’eccentricità della posizione ungherese

È un segnale, l’ennesimo, della (ri)emergenza di istanze nazionalistiche che si va manifestando nell’Europa centro-orientale in conseguenza, soprattutto ma non solo, della avventuristica aggressione putiniana all’Ucraina. Un fenomeno cui osservatori e politici anche in questa parte del continente dovrebbero cominciare a guardare con attenzione. Intanto, se ne può trarre qualche conclusione anche a Bruxelles e dintorni. L’eccentricità della posizione ungherese (se così vogliamo chiamarla) richiama possibili sviluppi futuri che potrebbero riguardare anche le destre italiane e il loro governo. Nelle due mozioni del parlamento europeo, quella di settembre e quella di ieri, viene evocata la prospettiva dell’apertura a carico dell’Ungheria di una procedura in forza dell’articolo 7 del Trattato europeo, quello che prevede sanzioni fino alla sospensione del diritto di voto per i paesi i cui governi non rispettino i princìpi essenziali della Carta dei diritti dell’Unione. Questa prospettiva in passato era resa molto incerta dal fatto che nell’ultimo dei vari e complicati passaggi previsti dall’articolo 7 c’era comunque almeno un voto all’unanimità ed era ampiamente prevedibile che, nel caso che sul banco degli imputati fossero stati l’Ungheria o la Polonia, l’uno o l’altro avrebbe opposto il veto alla condanna dell’altro. L’asse tra Budapest e Varsavia, però, si è rotto dopo lo scoppio della guerra in Ucraina a causa della divaricazione tra le posizioni ultra-atlantiste dei polacchi e gli amorazzi con Putin degli ungheresi. Ci sono altri (ex?) amici del fronte sovranista di Visegrád che potrebbero forse correre in soccorso di Budapest, come i cechi o gli slovacchi, ma senza la Polonia la posizione di Orbán si è fatta certamente più difficile.

Qualcuno a Bruxelles si chiede: se si arrivasse al redde rationem potrebbe essere il governo italiano a compiere quel gesto di porre il veto che i polacchi rifiuterebbero? È un’ipotesi estrema, almeno nella configurazione dei rapporti politici e di potenza nell’Europa di oggi. E ancora più estreme – francamente incredibili – paiono le illazioni su una possibile apertura di una procedura ex articolo 7 anche contro l’Italia. E però…Però quanti avrebbero pensato che nella difesa dell’amico Orbán la parte più dura della destra italiana si sarebbe sbilanciata come ha fatto, a costo di offrire una imbarazzantissima dimostrazione di divisione della maggioranza di governo?

 

Il rischio di un’alleanza Ppe-destra

Il dubbio è legittimo nella misura in cui si considerano, appunto, i rapporti politici e di potenza attuali nell’Unione. Ma essi possono cambiare. Molti segnali indicano che c’è un disegno politico, ormai abbastanza chiaro e delineato da incontri e contatti come quelli promossi dalla presidente dell’europarlamento Roberta Metsola o dal presidente del gruppo popolare Manfred Weber, per un rovesciamento delle alleanze che dovrebbe portare il PPE, prevedibilmente molto indebolito elettoralmente, all’alleanza con le destre più estreme per abbattere la große Koalition tra il PPE stesso, i socialisti e i liberaldemocratici che ha retto finora gli equilibri a Bruxelles. L’operazione ribaltamento dovrebbe concludersi con le elezioni europee della primavera 2024 dalla quale, secondo qualcuno, con il metodo dello Spitzenkandidat, oppure di una Spitzenkandidatin, al femminile, verrebbe portata alla presidenza della Commissione una personalità garante di questa nuova alleanza, forse la stessa Metsola. La nuova costellazione politica traghetterebbe l’Unione verso una governance assai meno federalista di quella attuale e più vicina all’idea confederativa dell’”Europa delle Nazioni” che è nelle corde politiche delle destre in diversi paesi, a cominciare dall’Italia.

Dobbiamo aspettarci un simile scenario futuro? Non è detto. Anche dal voto nel parlamento europeo in cui le destre italiane non hanno dato proprio una prova di forza, è venuto un dato confortante, che merita qualche attenzione. I primi firmatari della risoluzione che condanna l’Ungheria di Orbán sono due esponenti proprio del PPE, Petri Sarvamaa e Jeroen Lenaers. Il primo proviene dalle file del Partito della Coalizione Nazionale finlandese, il secondo dall’Appello Cristiano Democratico dei Paesi Bassi. Si tratta di due formazioni di ispirazione cristiana e di orientamento liberal-democratico conservatrici ma nient’affatto inclini alle tentazioni autoritarie e i numeri ci dicono che la risoluzione di cui sono primi firmatari ha raccolto una buona percentuale di voti, probabilmente la maggioranza, nelle file del PPE. C’è in Europa un centro moderato democratico che non sta scivolando irrimediabilmente verso destra.