La lunga e inquieta
notte di Roma

Suonava mezzanotte e mezza; il cuore di Clément faceva il suo rumore di orologio malato. Senza fiato, s’appoggiò alla balaustrata del Foro Traiano sconvolto dai recenti scavi. Senza simpatia per quei lavori che a profitto di un passato più remoto devastavano un passato più prossimo, si chinò, guardò vagamente sotto di sé, in quello spazio situato a qualche metro e a qualche secolo più in basso dal nostro, come al cimitero si scruta in una vecchia tomba aperta con la sola emozione della paura di caderci dentro. I suoi occhi di presbite cercavano invano le pupille luminose, i balzo leggeri dei gatti che un tempo s’aggiravano intorno ai tronchi delle colonne, disputandosi i resti buttati dai cocchieri e dai turisti inglesi, offrendo in scala ridotta l’immagine di pantere ruzzanti nell’arena su ossa umane.

Disgustato, si ricordò che li avevano soppressi tutti prima di dar inizio ai lavori di rimozione. Il suo malessere aumentò, come se la sua angina si aggravasse per la loro asfissia. Solo la gente del popolo, si diceva, si era commossa per quel massacro; una paura superstiziosa gli aveva fatto prevedere la vendetta di quelle simpatiche piccole belve; quando la moglie del governatore di Roma era morta tragicamente qualche settimana più tardi, si erano sentiti rassicurati da quella sorta di espiazione. Clément Roux la pensava come loro. Né l’immemorabile pregiudizio che riserva il possesso di un’anima ai soli membri della specie umana né il grossolano orgoglio che fa sempre di più dell’uomo moderno il villan rifatto della natura erano mai riusciti a persuadere Clément che un animale sia meno degno di un uomo della sollecitudine di Dio. L’unica cosa che gli era restata delle sue lezioni di storia romana non erano forse i begli atteggiamenti da belve di certi imperatori? Quei gatti vittime dell’igiene edilizia l’interessavano quanto un mucchio di Cesari morti.

“Non è più così bello,” si dice, cercando di non pensar troppo all’oppressione che ingrossa, raggiunge il limite in cui a poco a poco diventa sofferenza. “Le rovine troppo pulite, tirate a filo… troppo demolite, troppo ricostruite… ai miei tempi queste viuzze zigzaganti in pieno passato che ti portavano al monumento di sorpresa… hanno sostituito tutto con queste belle arterie per autobus, e, nel caso peggiore, per carri armati. Il luna-park delle rovine, l’Esposizione Permanente della Romanità… Laudator temporis acti *? No, è proprio brutto. E, tutto sommato, troppo faticoso… Decisamente, questo dolore…”.

***

Nei musei di Roma la notte riempie le sale dove sono custoditi i capolavori: la Furia Dormiente, l’Ermafrodito, la Roma, di KendrigeVenere Anadiomene, il Gladiatore morente, blocchi di marmo sottoposti alle grandi leggi generali che reggono l’equilibrio, il peso, la densità, la dilatazione e la contrazione delle pietre, per sempre all’oscuro del fatto che artigiani morti da migliaia d’anni ormai hanno foggiato la loro superficie a immagine di creature di un altro regno. Le rovine dei monumenti antichi fanno corpo con la notte, frammenti privilegiati del passato, al riparo dietro le loro cancellate, con la sedia vuota del guardiano a fianco dell’arganello d’ingresso. Alla Triennale d’Arte Moderna, i quadri non son più che dei rettangoli di tela montati su telai, inugualmente incrostati da uno strato di colori che al momento tendono al nero.

Nella sua tana guarnita di sbarre, sulle pendici del Campidoglio, la Lupa urla alla notte; protetta dagli uomini ma inquieta per dover subire la loro vicinanza, non sapendo di essere un simbolo, trasalisce alle vibrazioni dei rari camion che lambiscono i piedi del colle. È l’ora in cui nelle stalle vicino al mattatoio, le bestie che domani andranno a finire nei piatti e nelle fogne di Roma masticano una manciata di paglia, appoggiano sul collo delle compagne di catena i musi addormentati e dolci. È l’ora in cui negli ospedali i malati affetti da insonnia aspettano con impazienza il prossimo giro dell’infermiera di notte e in cui le ragazze dei locali notturni si dicono che andranno presto a dormire. Nelle tipografie dei giornali, le rotative girano, producono per i lettori del mattino una versione arrangiata degli incidenti della vigilia; notizie vere o false crepitano nei ricevitori; binari luccicanti prefigurano nella notte le partenze.

Lungo le strade, dall’alto in basso delle case buie, i dormienti si sovrappongono come i morti nelle fiancate delle catacombe; gli sposi dormono, portando nei loro corpi umidi e caldi i viventi del futuro, i ribelli, i rassegnati, i violenti e i valenti, i santi, gli sciocchi e i martiri. Una notte vegetale, piena di linfe e di respiri, piega e freme nei pini del Pincio e di Villa Borghese, resti degli immensi giardini patrizi d’un tempo distrutti dalla speculazione che infierisce sulle città. Il canto delle fontane si eleva più puro e più acuto nella notte silenziosa; e, in piazza di Trevi, là dove un’onda nera colava ai piedi del Nettuno di pietra, Oreste Marinunzi, l’operaio delle Condotte Pubbliche, avendo riparato la fuga d’acqua, scavalcò rapidamente il bordo della vasca, affondò tutt’e due le mani in un anfratto tra le rocce, razzolò a caso, e ne tirò fuori qualche moneta gettata in acqua dagli imbecilli.

(Marguerite Yourcenar, Moneta del sogno, 1933-1959)

* “Lodatore del tempo passato” (Orazio, Ars poetica)