Come e perché l’egoismo dei partiti ha abbattuto il governo Draghi

Il Governo Draghi è caduto. L’esecutivo nato dalle ceneri del Conte II, volto a raccogliere la sfida della pandemia e del PNRR prima, nonché la guerra, l’inflazione e la crisi energetica poi, ha ceduto sotto i colpi della sua stessa maggioranza, con una fronda che ha molteplice natura: per motivi elettorali da una parte, nonché politico-programmatici dall’altra. Possiamo dirci effettivamente stupiti da questo accadimento? Probabilmente no, e non unicamente per la problematica italiana della durata dei suoi governi, bensì per la particolarità dello stesso. Come sappiamo un governo di unità nazionale, nomen omen, raccoglie (quasi) tutte le forze dell’emiciclo parlamentare al fine di affrontare crisi di estrema emergenza e straordinarietà. Tuttavia, allo stesso tempo, è caratterizzato da forti limiti che si riconducono all’estrema eterogeneità di interessi, motivazioni e visioni che possiamo rintracciare fra i membri dell’esecutivo. Molti ovviamente si sarebbero aspettati un atteggiamento di maggiore unitarietà e responsabilità da parte delle forze in campo, attirandosi di conseguenza l’onta dell’immaturità e la fuga da quello che, in teoria, doveva rappresentare un dovere politico e morale verso i cittadini e verso il Paese. Mettendo tuttavia da parte quelli che sono i giudizi di valore sulle forze politiche, o sullo stesso Governo, possiamo vedere come, al di là di quello che è lo stato di salute delle istituzioni e dei rappresentanti nostrani, la formula adottata, e i suoi presupposti, potevano evidenziare già dal principio forti criticità e debolezze. Questo sarà fatto attraverso le idee e gli studi di Mancur Olson, principalmente contenuti in uno dei suoi scritti più famosi: “La logica dell’azione collettiva”. Lo scienziato sociale americano, il quale si concentra su un approccio prettamente economicista, mira a spiegare i paradossi rinvenibili nella creazione dei beni collettivi, mettendo in evidenza per l’appunto come i grandi gruppi siano caratterizzati da maggiori difficoltà rispetto alle organizzazioni con dimensioni più ridotte.

Mancur Olson

Olson, nella sua opera, evidenziava difatti che, nonostante le organizzazioni siano costituite al fine di ottenere beni collettivi, le stesse accoglieranno al loro interno soggetti “autointeressati” che non saranno interessati a partecipare attivamente alla creazione dello stesso. Nei gruppi più grandi, infatti, le azioni portate dagli individui non avranno alcun effetto concreto; dunque, saranno poco incentivati a prendervi parte, rendendo i gruppi più deboli e meno incisivi e, al contempo, comportandosi come free-rider. Al contrario, invece, nei gruppi più piccoli si avrà un utilizzo più incisivo delle risorse a disposizione e si potrà al contempo fare più facilmente ricorso a incentivi selettivi volti a garantire una partecipazione totale.

Bene collettivo

Ci si potrà domandare come questo possa essere ricollegato alla questione del Governo Draghi. Innanzitutto, è opportuno rimarcare quello che abbiamo evidenziato in precedenza: tali tipologie di governi sono volte a garantire l’interesse nazionale, il quale può essere quasi considerato come un bene collettivo, per il quale tutti i cittadini possono beneficiare delle sue azioni. Tutti infatti avrebbero goduto delle ipotetiche esternalità positive degli investimenti del PNRR. Inoltre, anche questo già rimarcato, tale esecutivo comprendeva pressoché tutte le forze politiche ad esclusione di Fratelli d’Italia. Considerando dunque tutte queste caratteristiche, e ricordando che per definizione i partiti stessi sono organizzazioni, è possibile vedere come anche tale maggioranza soffra del medesimo paradosso descritto dal politologo ed economista statunitense.

Assodato ciò diamone una precisa definizione, offertaci da Sartori e Weber che convergono nel definirli organizzazioni che gareggiano all’ottenimento di cariche pubbliche, le quali dovrebbero essere funzionali al raggiungimento di interessi e creazione di beni collettivi. Un governo può quindi apparire come un gruppo di organizzazioni partitiche. Nella realtà, soprattutto in una post-ideologica come la nostra, i partiti si avvicinano di più alla definizione che gli attribuisce Olson, ovvero “strutture organizzative massicce […] un apparato interessato al clientelarismo, o peggio alla corruzione”, che va in concerto con il giudizio posto da Schumpeter, il quale definisce i politici come soggetti che ricercano “il reddito, il prestigio e il potere che derivano dall’essere in carica”. Alla luce di tali considerazioni teoriche possiamo vedere come le forze politiche agiscano talvolta (è comunque una generalizzazione N.d.A) come soggetti economici, volti a massimizzare il proprio profitto elettorale al fine di guadagnare potere e sostegno da parte degli stakeholders che rappresentano.

Un puro calcolo economico

Ciò illustra pienamente come gruppi così eterogenei e grandi dimostrino solide debolezze. Per conseguire tale fantomatico interesse generale, sempre secondo l’economista, avrebbero dovuto agire come soggetti “razionali” in relazione all’obiettivo perseguito, indipendentemente da quello che sarebbe stato un comportamento egoistico o altruistico. Tuttavia, dal punto di vista empirico, l’atteggiamento risulta egoistico ma proprio nell’ottica della massimizzazione del guadagno personale, quello in cui gli stessi singoli individui del partito possono ottenere il massimo beneficio: nel caso in fattispecie possiamo vedere che, se da una parte, il M5S ha agito per tentare di fermare la propria emorragia di consensi, i partiti di centrodestra hanno optato per il “tradimento” per incassare il consenso che, in questa legislatura, la coalizione ha maturato. L’interesse generale è stato prontamente soppiantato da un puro calcolo economico, cosa che si rintraccerà pure nel problema dell’eterogeneità del gruppo: le varie forze rappresenteranno interessi e stakeholders diversi; dunque, dovranno tentare di massimizzare il loro consenso. Inoltre, gli stessi gruppi d’interesse attraverso pressione, e soprattutto fondi e finanziamenti, spingeranno per modificare l’agenda politica in cambio delle risorse necessarie per la sopravvivenza della stessa. Tale condizione, alla luce dei fatti, ha minato la stabilità di una coalizione tanto grande quanto, obiettivamente, fragile. Sebbene quindi il problema della stabilità dell’esecutivo sia un problema endemico nel nostro sistema politico, l’imputabilità può essere attribuita alla volontà da una parte di voler legittimare in modo schiacciante le decisioni di policy, dall’altra la volontà di influenzare l’attività dell’esecutivo ottenendo successi o ostacolando le policy delle controparti politiche, ricalcando un altro presupposto avanzato da Olson: la capacità delle minoranze di dominare e controllare la maggioranza, come abbiamo visto con riguardo al salario minimo, il DDL Zan o ancora per il reddito di cittadinanza.

I difetti principali

In conclusione, seppur sommariamente e con tutti i limiti della teoria che Mancur Olson ha coniato, è possibile inquadrare quelle che sono state fra le principali fallacità di questo Governo, presupponendo che un ipotetico interesse comune e la responsabilità potessero essere collanti adatti per quello che si è dimostrato un gigante dai piedi d’argilla, evidenziando i limiti dei campi larghi e dell’unanimità (o quasi). L’interesse egoistico e il calcolo economico impediscono, o rendono particolarmente complicato, prendere decisioni condivise. Inoltre, costruire gruppi di tali dimensioni intrappola in quello che è un deleterio ottimo paretiano, il quale ha come risultanza il malcontento e il logoramento del consenso dei portatori di interesse e degli elettori che non si vedono rappresentati, o che sono lesi a vantaggio di minoranze capaci di essere più incisive nella determinazione della scelta collettiva. Come la storia politica recente di questo paese spesso ci testimonia.