È la lingua che fa i cittadini:
Jhumpa Lahiri e Marcello Fois,
“stranieri” che scrivono in italiano

Un felice incontro? Di più. Quando due persone intelligenti e sensibili si confrontano davvero, il risultato è felice. E’ avvenuto questa mattina al Festivaletteratura di Mantova tra Jhumpa Lahiri e Marcello Fois, due scrittori singolari. Sardo lui, e quindi con un rapporto complesso con l’italiano. Bengalese di origine lei, poi vissuta negli Stati Uniti ma anche a Roma, premio Pulitzer. Così che i suoi primi romanzi sono stati tradotti dall’inglese in italiano, ma l’ultimo romanzo, “Dove mi trovo”.  lo ha scritto solo in italiano, come il precedente, “Il vestito dei libri” e il saggio “In altre parole”.
In parole altre, nuove e insolite, “siamo due stranieri all’italiano, per ragioni diverse”, dice Fois: “ambedue sappiamo che è il superamento dei confini a salvare la nostra lingua. Così è stato per me, così è stato per Jhumpa. I nostri bambini vanno a scuola con compagni che vengono da lingue straniere, e sanno che dovranno imparare bene la nostra, non la danno per scontata. Chi si accosta a una lingua non sua prova rispetto e meraviglia: come fa Jhumpa, che la usa con pienezza, anche in modo funambolico, con parole desuete e bellissime”.

Jhumpa Lahire. Foto di Ella Baffoni

E’ stato un innamoramento. Perché l’amore è l’inizio di tutto, spiega la giovane scrittrice, amore e disciplina: la lingua va rinnovata, lo mostra il lavoro dei traduttori, l’opera resta immutabile, ma c’è sempre bisogno di tradizioni nuove, fresche.
L’italiano, del resto nasce proprio da un progetto, unificare l’Italia. In questo paese, dice Fois, “il dibattito si attorciglia su problemi tutto sommato risolvibili, poco rilevanti, invece di occuparsi delle questioni vere, fondanti: il disastroso problema dell’istruzione pubblica, ad esempio, ormai a un pessimo livello. E’ la postura nei confronti della lingua che ci fa cittadini. Molti italiani non lo sanno, ma ignorare la lingua ci fa colonizzati, non padroni”.
Il primo libro in italiano di Lahiri è nato da appunti iniziati tre anni fa, quando è venuta a vivere a Roma. Poi sono cresciuti. Li ha fatti leggere a amiche scrittrici, come Francesca Marciano, che l’hanno incoraggiata. Intanto traduceva Domenico Starnone, scrittura densa e asciutta che, dice, le è entrata dentro. Anche lui ha letto le sue cose, anche lui le ha dato consigli utili. Poi c’è stato l’editore (“mi sa che qui abbiamo un romanzo, Jhumpa”) e l’incontro fecondo con l’editor, Lara Bosio.
Lei parla bengalese con i genitori, scrive e lavora in inglese ma anche in italiano. Tradurrà in inglese il suo libro? Forse. Forse lo affiderà a un traduttore, ancora non sa. “E’ che la lingua ti spinge – dice Fois – E’ come portare a spasso un cane, un po’ tira lui, un po’ tu lo guidi. Pensate a Manzoni, che ha scritto un grande romanzo nazionale italiano prima che ci fosse la nazione Italia”.


Quando parla dei Promessi sposi, Fois s’anima e s’indigna: “basta lagne su questo libro. Va studiato, non c’è discussione: come i test della patente. La nostra cultura da coraggiosa è diventata pusillanime. Quanto fu pubblicato, uno dei più entusiasti recensori fu Edgard Allan Poe che lo descrisse così: un romanzo di avventure e mistero. Nei Promessi sposi c’è l’Iliade e l’Odissea (il rapimento della fanciulla, Renzo che vaga nella bergamasca come Ulisse nell’Egeo), c’è l’Innominato, c’è la Peste. Un grande romanzo europeo. A leggerlo bene si scopre che la mafia a Milano c’è dal ‘600”.
Dai Promessi sposi si impara che siamo italiani perché siamo una mescolanza di genti, di culture, di lingue che si sono fatte una. Rifiutarne altre in nome dell’italianità è una grossolana sciocchezza, un tradimento. Quando qualche straniero si accosta all’italiano con rispetto e stupore, da lui bisogna imparare. Come da Jhumpa Lahiri, che trova il suo stile in una scrittura asciutta, scremata dal superfluo, così che i pensieri siano più sciolti ed essenziali. E che scrive molto meglio di molti italiani.