La lezione politica
del caso Morisi:
basta vittime sacrificali

Del caso Morisi non dobbiamo occuparci per stabilire il giusto o lo sbagliato che c’è in una storia che da giorni occupa le pagine dei giornali e gli spazi dei tg. Né dobbiamo farlo entrando nella vita privata e intima di una persona che, dopo essere salita sulle stelle, è caduta rovinosamente a terra. Né infine dobbiamo pensare di infierire in forma di vendetta su un uomo che ha costruito le sue fortune proprio sulla denigrazione e sull’odio social. Lasciamo che sia la magistratura a decidere se e quale reato è stato commesso. E lasciamo ai parenti e agli amici il compito di capire le “fragilità esistenziali” che hanno spinto Luca Morisi in questo vicolo cieco. Noi non partecipiamo al gioco sporco al quale lui e i suoi compagni si sono dedicati per tanto tempo.

Del caso Morisi dobbiamo invece occuparci perché è l’immagine dell’ipocrisia e del fallimento della politica di oggi. O meglio di una certa politica di oggi. Il giovane social media manager è stato fatto entrare nella cabina di comando di un partito consentendogli la prepotenza di chi pensa di avere il mondo nelle proprie mani. Armato di algoritmi, tag o Seo ha contribuito a creare un mostro che ha trasformato la politica della Lega in un regolamento di conti continuo. L’ha fatta diventare ancora più feroce. Ha denigrato, offeso, insultato, messo alla gogna centinaia di persone solo perché avevano idee diverse o appartenevano a uno schieramento politico diverso da quello del suo datore di lavoro. Poco importava se le accuse che venivano lanciate come frecce fossero vere o false. Importava il risultato: il successo di quello che veniva chiamato “il capitano” e che, grazie alle miracolose virtù social, doveva diventare l’uomo più potente d’Italia. Quello che solo due anni fa pretendeva, ricorderete, i pieni poteri.

Ecco, è questo impasto di ferocia e di ipocrisia – vizi privati pubbliche virtù – che si è liquefatto in un attimo. Dimostrando che la politica non può essere un gioco on line. Che la vita delle persone – e anche la morte, come nel caso di Stefano Cucchi oltraggiato da quella macchina infernale – non è, non può essere, un affare da campagna elettorale permanente alimentata ad arte. Viviamo in un’epoca nella quale l’odio si respira ovunque: nelle strade, sui bus e soprattutto sui social, dove chi si nasconde dietro un video può permettersi le peggiori nefandezze, dove qualsiasi confronto finisce spesso in una rissa tra accuse e controaccuse che prescindono dal tema su cui si discute.

Ma la politica deve essere questo? Assolutamente no. Anzi, la politica dovrebbe contrastare questi fenomeni che stanno incarognendo le nostre società e avvelenando i rapporti sociali. Basti guardare a quali livelli è arrivata la “guerra santa” dei no vax o dei no green pass, anche questi vezzeggiati da una destra irresponsabile, per capire il pericolo che stiamo correndo.

Matteo Salvini per anni ha impersonato, con l’aiuto di Luca Morisi – uno, sia detto per inciso, che pur non essendo eletto ha contato più di qualunque deputato, senatore o presidente di regione della Lega – questo tipo di politica. E se ora anche lui scivola giù non è per quei grammi di cocaina trovati nella casa del suo braccio destro. Questo episodio semmai è l’epilogo di un fallimento politico drammatico cominciato già da qualche tempo. Le cause sono molteplici. Su tutte una: pensare che un uomo solo al comando, con l’aiuto di qualunque Bestia social, possa dominare il mondo passando come un carrarmato su tutto, alla fine è un’illusione. In questo modo si riduce la politica a esercizio algoritmico per poter sputare in faccia agli avversari il veleno invece che fare confrontare le idee e si iniettano pericolose tossine nel corpo della società. Si alimenta la guerra, si appicca il fuoco.

La crisi della Lega nasce su questo terreno e lo scontro tra Salvini e Giorgetti (e con lui buona parte degli amministratori leghisti) ha un senso solo se letto alla luce di questa involuzione e della dicotomia tra una Lega che pur con tutte le contraddizioni e gli estremismi vuole essere di governo, nordista e, certo ancora vagamente, europeista e una che unisce con la ferocia e la vendetta il populismo e il sovranismo. Anche se in un modo del tutto diverso anche il Movimento Cinque stelle ha dovuto fare i conti con il fallimento di questa idea di una politica dopata con gli anabolizzanti del vaffa continuo o del blog stellare che vedeva, provvedeva e condannava.

Se una lezione dunque il caso Morisi può offrire a chi agisce nel campo della politica – a tutti i livelli, dall’alto verso il basso o viceversa – è in questa ennesima dimostrazione che una leadership non s’inventa con un clic, non cresce su un cumulo di vittime sacrificali né sull’ipocrisia (o sulla doppia morale) che fa predicare il bene assoluto tenendosene poi volontariamente lontano. La politica non è, non può e non deve essere, fanatismo. Come diceva Enrico Berlinguer, un uomo che ha rappresentato un’idea lontana anni luce da questo modello: “Io le invettive non le lancio contro nessuno, non mi piace scagliare anatemi, gli anatemi sono espressioni di fanatismo e v’è troppo fanatismo nel mondo”. Ecco, se seguissimo questo consiglio sicuramente riusciremmo a capire meglio qual è lo spazio vitale che può ancora avere oggi una politica sana.