La lezione di Przewodów: più dura la guerra più crescono i pericoli

Passata la grande paura, l’incidente di Przewodów porta con sé qualche utile lezione per chiunque voglia ragionare senza preconcetti sulla guerra che sta insanguinando ormai da nove mesi quella parte d’Europa. La prima, la più evidente, ha un forte segno negativo. Che si sia trattato di un caso fortuito e non di un deliberato atto di guerra è stato per fortuna stabilito molto presto. Dal momento in cui nelle cancellerie del mondo è arrivata la notizia di “missili russi caduti sulla Polonia” al momento in cui da Washington e da Varsavia sono arrivate le prime ragionevoli certezze che non si era trattato di un attacco russo a un territorio della NATO, con le tremende conseguenze che una cosa simile avrebbe portato con sé, è passato un lasso di tempo calcolabile in poche ore, se non in minuti. Per fortuna l’evento si è verificato quando in Polonia era ancora la prima serata e sulla costa orientale degli Stati Uniti il primo pomeriggio. Per fortuna dai rottami che hanno distrutto l’essiccatoio del grano e hanno ucciso due contadini è stato relativamente facile dedurre che l’immediata smentita di Mosca – non era un nostro missile – era quanto meno plausibile. Per fortuna le comunicazioni tra i comandi militari russo e americano e le rispettive agenzie di intelligence hanno funzionato bene.

Tre “per fortuna”

Abbiamo messo in fila uno dopo l’altro tre “per fortuna” e già questo è materia di dubbi inquietanti sullo scenario che avrebbe potuto aprirsi in quel paesino dal nome difficile e dannato dalla sventura di trovarsi a 12 chilometri dal confine con l’Ucraina tempestata dai missili di Putin. E se l’ordigno invece che in prima serata fosse caduto in piena notte? E se la smentita russa non fosse stata abbastanza credibile, se, per esempio, a Mosca non fossero stati in grado di disconoscere senza dubbi l’utilizzo di quel tipo di razzo (cosa plausibilissima visto che tutte e due le parti fanno uso di armi ex sovietiche)? E se gli apparati di sicurezza, da una parte o dall’altra avessero travisato il senso di quanto era accaduto?

putin 1La risposta a queste domande, o alle tantissime simili che sarebbe legittimo porsi, dà la misura di quanto il proseguimento della guerra scaturita dall’aggressione russa all’Ucraina sia pericoloso. Di quanto possa sfuggire di mano non solo ai protagonisti del conflitto armato – cosa che purtroppo è già avvenuta – ma anche ai responsabili delle potenze e delle alleanze militari. Stavolta è andata bene, ma niente garantisce che andrà bene in eterno. Chi può escludere che un qualche missile per niente “intelligente” cada per sbaglio su un centro abitato fuori dall’area che l’assurdità della guerra pretende sia “territorio nemico” dove si possono radere al suolo i palazzi con la gente dentro, o un colpo di cannone indirizzato male, un drone impazzito, un reparto di soldati che sconfina senza rendersene conto? Oppure l’iniziativa di un folle – la storia della guerra fredda ci insegna che ce ne sono stati e sono arrivati a un passo da innescare il conflitto – o di un fanatico, di un provocatore senza il senso della misura…

Scenari di terrore che ognuno può disegnarsi da solo, ma che sono più che fantasie solipsistiche: sono possibilità reali. Nelle settimane e nei mesi scorsi si è molto ragionato intorno al pericolo assoluto, l’impiego di armi nucleari tattiche da parte dei russi. In realtà molti, presumibilmente anche a Mosca, ritengono questo scenario improbabile. Ma questa considerazione consola fino a che non ci si rende conto di quanto siano terribili i pericoli che stanno “sotto” la soglia nucleare. Di morti e distruzioni se ne possono provocare in misure spaventose anche con le armi “convenzionali”, create e messe in circolazione da chi studia, ricerca e investe somme colossali per produrre cose che uccidono gli esseri umani.

Legge delle probabilità

Dovremmo tutti pensare a un fatto semplice e tremendo: per una banale legge delle probabilità più la guerra dura più la possibilità di un incidente irrimediabile aumenta. È, per così dire, un fatto matematico. Non dovrebbe bastare solo questo a spazzare tutte le obiezioni che vengono opposte al parere di chi chiede che la guerra in Ucraina finisca il più presto possibile e non quando Putin sarà sconfitto e dovrà andarsene, oppure quando l’Ucraina avrà riconquistato tutti i territori perduti? A chi ritiene che non si potrà parlare d’un cessate il fuoco finché non ci sarà sul campo un equilibrio tra le parti che nessuno capisce in che cosa dovrebbe consistere?

Le altre lezioni che si possono trarre dall’incidente di Przewodów non sono così lugubri. Lasciano, anzi, trasparire spiragli di speranza. La sensazione, chebiden circola da qualche settimana, dell’esistenza di un canale di dialogo tra Mosca e Washington esce chiaramente rafforzata dalle reazioni cui abbiamo assistito. Lo stesso presidente Biden ha per primo gettato acqua sul fuoco e invitato a considerare subito che si trattasse di un evento fortuito e non di una aggressione premeditata. La contromossa del portavoce del governo russo è stata altrettanto moderata. Le primissime dichiarazioni infuocate che denunciavano una “provocazione” degli ucraini e/o degli americani sono state subito sostituite dal pubblico riconoscimento da parte del portavoce Dmitrij Peskov del carattere “misurato, riservato e professionale” della reazione di Washington, ben diversa da quella “assolutamente isterica della Polonia e di un certo numero di altri paesi”. Il riferimento di Peskov alla Polonia è apparso alquanto improprio: quando si sono chiariti i particolari tecnici che accreditavano la tesi secondo la quale a provocare l’esplosione è stato un razzo della contraerea ucraina, il presidente Adrzej Duda in persona ha fatto una dichiarazione molto distensiva, ben diversa nei toni dalle prese di posizioni consuete del governo di Varsavia, molto aggressive nei confronti dei russi. I quali – va detto anche questo – non sono proprio del tutto innocenti nella vicenda in questione. Il missile sparato da Kiev e finito in Polonia era uno dei tanti che gli ucraini sono stati costretti a lanciare per contrastare la vera e propria pioggia di ordigni con i quali i russi bombardano da settimane le infrastrutture civili delle città ucraine e che proprio ieri, martedì, hanno raggiunto il livello parossistico di più di cento in un giorno.

È quanto ha fatto rilevare il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg nella conferenza stampa indetta a conclusione della riunione straordinaria del Consiglio Atlantico a Bruxelles. Stoltenberg ha fatto sapere che in nessun momento è stata evocata la possibilità che entrasse in vigore l’articolo 5 del Trattato di Washington, quello in base al quale tutti gli stati della NATO entrano in guerra a difesa di un membro aggredito. In realtà non si è fatto ricorso neppure all’articolo 4, in base al quale sono previste consultazioni a livello governativo ogni volta che uno dei paesi senta minacciata la propria integrità territoriale, la propria indipendenza politica o la propria sicurezza.

Note stonate

Una nota stonata, molto stonata, in questo concerto distensivo è venuta da Volodymyr Zelensky, il quale ha continuato a denunciare la deliberata intenzione russa di “attaccare la NATO” anche molte ore dopo che Washington, Varsavia e la stessa NATO avevano escluso che si fosse trattato di un’azione di guerra e rivelato che anzi l’ordigno caduto a Przewodów era stato lanciato dagli stessi ucraini. Il leader ha accompagnato la sua denuncia con la consueta richiesta agli occidentali di una no fly zone sull’Ucraina, che per l’ennesima volta è stata respinta sia da Washington che dal quartier generale della NATO. zelenskyL’atteggiamento di Zelensky induce a pensare che si stia creando una frattura profonda tra i dirigenti di Kiev e l’amministrazione di Washington, la quale starebbe cercando di dialogare con Mosca in vista se non della composizione del conflitto almeno di un cessate il fuoco.

C’è infine una terza lezione da trarre dall’incidente. Che Zelensky abbia cercato di sfruttare in senso propagandistico anti-Putin quello che è successo è criticabile ma si può anche capire. Ma sono davvero incomprensibili la fretta e la furia con cui altri si sono gettati nella propaganda guerresca prima ancora di sapere quel che era davvero accaduto. Il governo lettone ha fatto sapere a Varsavia di essere già pronto a entrare in guerra sulla base dell’articolo 5 e qui da noi si sono avventurosamente lanciati nella mischia in difesa della “Polonia aggredita” il solito Carlo Calenda e – spiace dirlo – il segretario del PD Enrico Letta. A dimostrazione di quanto hanno ragione quelli che propongono di togliere twitter dai telefoni dei politici.