Umbria, un modello
è morto e la sinistra
non se n’è accorta

“Oggi non esistono più le roccaforti rosse”. È la dichiarazione dal tono trionfalistico che Giorgia Meloni ha rilasciato ai media nazionali all’indomani della vittoria del centrodestra in Umbria. E, ahinoi, non si può darle torto: al di là della stucchevole polemica sulla rilevanza nazionale o meno di quest’elezione, il dato importante consiste nella tendenza inarrestabile, manifestatasi per la prima volta in Liguria, che ha portato il centrodestra a governare ben dodici Regioni su ventuno. Un dato senza precedenti nella storia repubblicana. E l’ultimo tassello, infatti, è proprio l’Umbria, governata ininterrottamente per ben cinquant’anni dalla sinistra. Perugia, Spoleto, Todi, Terni, Foligno erano i segnali che avevano preannunciato, prima o poi, la sconfitta anche a Palazzo Donini.

È indubbio che si sia di fronte alla fine di un modello che ha costituito il nerbo del PCI e dei partiti da esso derivati. Se prima era addirittura proverbiale la rettitudine con cui i comunisti amministravano i servizi pubblici, oggi Catiuscia Marini si dimette per il caso scoppiato sulla sanità. E se la loro azione di governo era tesa ad attuare grandi operazioni di eguaglianza sociale, lottando senza quartiere in primis contro la rendita fondiaria, oggi il centrosinistra propone una candidatura dal profilo perfettamente berlusconiano quale Vincenzo Bianconi, Presidente di Federalberghi ed elettore storico di Forza Italia.

Regioni rosse addio?

Ma il voto di domenica è solo l’esito di un processo dalla portata storica e politica ben più ampia, ovvero la corruzione e la fine del modello delle “Regioni rosse”. Togliatti, già dalla seconda metà degli anni ‘40, aveva capito che, per governare le Regioni al fine di creare centri di potere alternativi al governo nazionale, occorreva che la classe operaia si allargasse ai “ceti medi”, aprendo le maglie del partito nuovo a tutto quel popolo di mezzadri, fittavoli, artigiani e piccoli e medi proprietari terrieri che, solo poco più di vent’anni prima, era stato fondamentale nella vittoria del fascismo sulle rivendicazioni contadine e nel fermare qualsiasi tentativo di rivoluzione in Italia.

Il mezzo principale di questa strategia era il “nuovo corso” dell’economia con cui, attraverso l’azione dell’amministrazione pubblica, comunale e regionale, i comunisti guidavano lo sviluppo delle forze produttive incoraggiando la sana iniziativa privata di questi ceti collocati a metà strada tra il lavoro salariato e i capitalisti e contrastando in questo modo i monopoli e la speculazione. Insomma, un’alleanza inedita, ma dal segno fortemente progressivo e il cui risultato furono proprio le “roccaforti rosse” centroitaliane di cui anche l’Umbria era parte.

La modernizzazione promossa dal PCI

L’apporto fondamentale del PCI – che controllava il territorio grazie alla rete capillare di sindacati, cooperative, case del popolo, polisportive e associazioni culturali – a queste Regioni fu l’enorme impulso di modernizzazione attraverso l’istituzione di un sistema di welfare all’avanguardia in Italia e in Europa, e il passaggio guidato da un’economia esclusivamente agricola ad una fortemente industrializzata.

Quel modello, purtroppo, è entrato in crisi con i grandi sconvolgimenti mondiali e nazionali degli anni ’90: la globalizzazione ha fatto sì che chiudessero molte fabbriche, restringendo la base sociale storica della sinistra, che i piccoli e medi imprenditori fossero messi in ginocchio da una concorrenza aggressiva e spietata, che il taglio di fondi agli enti locali e la privatizzazione dei servizi pubblici rendessero questi, da mezzi di trasformazione sociale, a macchine di clientelismo. Ecco che quei ceti medi, perno della strategia togliattana, sono tornati ad assumere un ruolo di natura reazionaria. La prima ed evidente conseguenza di tuttoi questo è stato proprio il forte consenso che Berlusconi ha raccolto per lungo tempo presso questi gruppi.

Una nuova egemonia

Possiamo dunque dire che è in atto uno sconvolgimento di segno opposto: ora non è più la classe operaia che egemonizza i ceti medi, ma sono i gruppi industriali del Nord ad aver esteso la propria egemonia su un ceto medio ormai incattivito e individualizzato, e poi, addirittura, sugli operai. Se si deve parlare di “calata dei barbari”, lo si faccia in questi termini, più che in quelli di un presunto fascismo di ritorno: siamo di fronte alla marcia inarrestabile del vento del Nord, che con le sue pulsioni secessioniste e l’individualismo proprietario spezza ogni legame sociale, politico e comunitario. E l’ascesa di Salvini è solo la naturale conseguenza di tutto questo.

Il guaio è che al PD da qui a poco non resterà più niente, perché se ha mantenuto un consenso forte e stabile è grazie all’enorme rendita delle conquiste del partito nuovo togliattiano, nonostante il suo gruppo dirigente provi da anni a picconare tutto questo. Occorreva interrogarsi sui processi produttivi, su quali gruppi sociali rappresentare e quali nuove alleanze strategiche tessere, ma la risposta è stata il partito liquido con i suoi ras e le sue clientele a livello locale e regionale. Ora quel che resta è solo qualche casamatta in rovina, difesa da uno sparuto gruppo di amministratori locali. Ed è tutt’altro che scontato anche l’esito delle prossime elezioni in Emilia Romagna e Toscana, come dimostra il sempre più aggressivo radicamento della Lega nelle Regioni rosse per antonomasia.

Dunque, se la destra ha trovato un suo insediamento storico e territoriale, partendo da Veneto e Lombardia (governate, rispettivamente, da venticinque e diciannove anni), per poi estendersi alle altre Regioni del Centro-Nord e recentemente al Sud e alle Isole, il centrosinistra sembra totalmente inadeguato nel trovare una risposta all’altezza. Nel 2005 si pensò che la soluzione potesse essere lo sfregio del Titolo V, oggi l’autonomia differenziata. Praticamente, il regalo migliore che si potesse fare al nemico, istituzionalizzandone le istanze una volta e per tutte.