La lezione della sinistra francese: lottare contro lo sfruttamento paga

È del tutto prematuro analizzare i dati complessivi delle legislative francesi, ma intrecciando quanto emerso in esse con quanto già risultava dalle recentissime presidenziali, dei ragionamenti possono essere azzardati. La sinistra, fra la popolazione che in modo nettamente maggioritario respinge Macron come il principale avversario, risulta dalle legislative una forza assai superiore alla destra nazionalista (mentre alle presidenziali vi era stato un pareggio). Tuttavia si conferma che Nupes, rispetto al partito di Le Pen, si compone di soggetti disarticolati.

L’estinzione del partito socialista significa assenza di un perno, con il quale sarebbe forse già stato possibile battere il centrismo tecnocratico di Macron. Il Ps rimane rilevante nel potere locale ma già dalla catastrofica esperienza di Hollande, partita con proclami di profondo cambiamento sociale e poi prona all’austerità, nonché prigioniera di un presidente mediocre, perdeva voto popolare.

Contrastare lo sfruttamento

Nelle recenti elezioni solo il 14,1% del suo elettorato veniva dal lavoro manuale, il quale a sua volta solo in percentuali bassissime votava il partito (solo il 7,6%). Inoltre, poiché negli assetti produttivi odierni i ceti operai non spariscono affatto, ma anzi invadono anche i servizi, va notato che nei servizi a bassa qualifica il PS raccoglieva già da tempo risultati minimi: il 7,8%. Il voto per il Ps in queste due categorie operaie era sceso costantemente: dai primi anni 2000 è precipitato del 23,7% presso i lavoratori manuali e del 10,3% fra quelli dei servizi a bassa qualifica. Inoltre, nello stesso lasso di tempo il Ps era crollato anche nei cosiddetti ceti nuovi del “post-fordismo”: i lavoratori socio-culturali. Anche in questi il Ps era crollato da oltre il 25% a poco più del 10%.

I risultati del voto in un grafico di Le Monde

Tali dati confermano come non rappresentare i ceti avversi all’economia dello sfruttamento (classe operaia tradizionale e nuova) porta solo ad una picchiata più generale dei consensi, confermata dall’apporto scarso o negativo di “nuovi ceti” (spesso mitizzati dal “nuovismo”, ma sovente anche essi soggetti a precarietà e sfruttamento). Ebbene la notizia è che oggi con Nupes, mentre la trasformazione della Francia politica è in pieno movimento, una sinistra in gran parte socialista appare in grado di ricostruire la compagine sociale tipica del socialismo democratico vincente: presenza nei ceti popolari più “enragés”, ma sapendo fare richiamo ad un consenso più ampio. In effetti, a parte le caratteristiche di leaderismo personali non del tutto tipiche nella tradizione socialista (ma più solite per la sua versione francese) pare che Melenchon/FI possa riprodurre una caratteristica storica delle socialdemocrazie egemoni: consensi molto rilevanti (superiori alla media elettorale generale raggiunta) sia fra gli impiegati, sia fra gli operai, sia nelle classi intermedie.

Il “partito della classe”

Infatti, mentre la lotta per le risorse nel welfare e nella scuola pescano da sempre nei ceti medi impiegatizi, ciò permette di essere forti anche nella classe lavoratrice, nuova e vecchia, sensibile alla palese relazione fra welfare e lotta allo sfruttamento. Un socialismo democratico incentrato sulla riduzione dello sfruttamento può poi anche convincere (ideologicamente, ma soprattutto empiricamente) porzioni dei ceti più elevati (i quadri dirigenziali) ma consci della maggiore razionalità di un’economia che rifiuta la competizione a sfruttamento crescente. Tutto questo si chiama “partito della classe”: cioè non classista, ma nemmeno genericamente interclassista, identità quest’ultima che non può mai pagare davvero. Tanto per essere chiari, da noi ciò comporta porre dei “pavimenti” indistruttibili sotto il mercato del lavoro (di cui RdC, reddito minimo, SSN efficiente, e Salario Minimo sono parte essenziale) rifiutando le manipolazioni delle campagne contro il Reddito di Cittadinanza.

jean-luc mélenchonContemporaneamente occorre molto altro: cambiare con investimenti innovativi di ogni tipo il modo in cui tutte le classi e tutte le imprese competono e lavorano (ponendo particolare attenzione alle piccole e piccolissime imprese, soggette ad “auto sfruttamento”). Ad ogni modo, la forza politico-sociale raccolta intorno alla personalità di Melenchon, oltre a crescere in consensi, lo fa avvicinandosi allo schieramento ideale: ampio, ma radicato in un voto popolare ed operaio che rifiuta lo sfruttamento. Ciò mentre il Pd italiano e il Ps francese se ne allontanano e infatti o non esistono più come partito del socialismo (il Pd è anomalo anche nella debole socialdemocrazia odierna, in quanto scelto da porzioni ampie di borghesia classica, e disertato dai ceti popolari, di vecchio e nuovo conio) o non esistono più del tutto (il Ps francese).

Le sfide per la sinistra francese

Certo, nel primo turno presidenziale francese come nelle legislative, fa riflettere che i ceti popolari più colpiti dallo sfruttamento abbiano votato due opzioni opposte (di destra e di sinistra), sentendo per il momento soprattutto l’esigenza di individuare in Macron il proprio avversario. Inoltre, la sfida che si trovano di fronte le forze della sinistra francese è che esse, al contrario della destra, non sono impegnate solamente nella lotta per l’egemonia politica sulla Francia periferica (che semplificando contrappone Melenchon a Le Pen) ma anche per definire la propria struttura interna. Se la fase “populista” di richiamo ad un popolo sprezzante verso la politica (vista l’astensione maggioritaria) può anche necessitare di meccanismi leaderistici “semplici” e “di contrapposizione noi-loro” (mai da dismettere, ma sempre da usare con prudenza) tuttavia la sfida di compattamento (ideologico, organizzativo, strategico) deve ancora essere vinta, e forse persino affrontata. Con le legislative un passo avanti è stato fatto poiché (per quanto si tratti di percentuali da prendere con molta cautela visto il sistema elettorale e il loro essere essere frutto del secondo turno) Nupes ha valicato il 32% del voto popolare, laddove Le Pen è rimasta sotto il 18% (Macron oltre il 38%).

Tre considerazioni sul voto in Francia

Pur con tutta la cautela, comunque, stupisce davvero la tendenza della nostra stampa a occultare o sminuire il successo Nupes, tendenza che vuole prefigurare anche per l’Italia una scelta esclusiva fra “centro tecnocratico” e “destra nazional-populista”. Ma le riflessioni più fruttuose sono ben altre.

1) Il “centro tecnico” (e così le “grandi coalizioni” germanico-austriache, precipitate sotto il 50%) non ha i voti per governi stabili basati su una reale e vitale volontà popolare. Nemmeno, paradosso, con il “trucco” maggioritario/presidenziale. Si moltiplicano anzi, riproponendo modelli sociali e politici regressivi, i paesi in cui è impossibile una formula di governo stabile almeno per due legislature, che era la norma.

2) Fine anche in Francia dell’ideologia presidenziale-maggioritaria. Come asserisce un vecchio democristiano: “il voto francese interroga noi italiani: chi ritiene esista un sistema elettorale perfetto coltiva un’illusione. Alla fine di ogni competizione elettorale è sempre la politica e la fantasia degli uomini a decidere per il meglio”.

3) Fine del “voto utile” a sinistra. Come qualcuno ha notato “Il risultato Nupes può essere un’importante novità anche a livello italiano”. Costruire una reale rappresentanza sociale e critica del capitalismo è non solo necessario, ma paga. Occorre però insistere nel tempo e non produrre ad ogni occasione sigle e liste del tutto occasionali e sempre più evidentemente gestite dai soliti noti.
Occorre affidarsi alla politica, e ad alla costruzione di una reale rappresentanza sociale, prima e dopo le urne, non a sigle e formule avvilenti, o alla coppia maggioritario/voto utile, per dovere ricorrere poi immancabilmente ad un “governo del presidente”. Alla fine del quale ricominciare puntualmente la corsa per il proprio seggio.

Infine, da oltralpe si conferma che il modello fortemente destrutturato e non organizzato della politica francese appare un’avanguardia negativa di una tendenza europea nella quale anche noi siamo ormai immersi. La combinazione, anzi la sequenza logica, di scarsa e decrescente inclusione sociale, scarsa rappresentatività, scarsa presenza territoriale dei partiti, scarsa diffusione di culture e valori politici produce risultati pessimi: si è astenuto al secondo turno delle legislative il 53,77% dei votanti, l’alleanza di Macron ha ottenuto il 16,49% degli aventi diritto, la coalizione di sinistra guidata da Melenchon Il 13,94%, e il cosiddetto grandissimo avanzamento della destra lepenista non più del 7,39%.

Ora, non c’è dubbio che vadano rispettate, e nel caso di Melenchon anche auspicate, iniziative elettorali capaci di fare esprimere nonostante tutto il dissenso e l’insostenibilità dei “centri tecnocratici” o (nel caso del Pd) dei “partiti delle istituzioni”. Ma occorrono soluzioni in cui i partiti siano messi in condizione di competere in quanto tali (un proporzionale con soglia di sbarramento al 3-5%, vietando gruppi parlamentari non eletti direttamente alle urne) e prima ancora di radicarsi nei territori (un finanziamento pubblico in parte proporzionale ai voti e in parte ai piccoli fondi raccolti e dichiarati, con proibizione tassativa di ogni donazione oltre i 5 mila Euro, e offrendo sedi pubbliche di dibattito e ritrovo per tutte le forze politiche).

Emerge (specie in Francia ma molto oltre la Francia) che le forme carismatiche sono insufficienti rispetto alla necessità di riorganizzare e rivitalizzare le democrazie. Se davvero si tiene alla democrazia e alla sua vitalità nel mondo, la strada più errata è quella di favorirne l’attuale asfissia illudendosi poi di rimediare con la tecnocrazia, il maggioritario o il puro carisma. Oppure con l’espansione mondiale della NATO e del suo modello di sicurezza unilaterale.