La lezione afghana? Nessuno l’ha ancora studiata e compresa

“La lezione afghana” è il titolo più gettonato del momento – convegni, seminari, articolesse. Ma al netto di vaghezze e luoghi comuni, quale sia questa lezione afghana resta confuso anche nell’area del progressismo. La sinistra cosiddetta radicale ha idee perentorie, legge nella rotta americana la fine di un’era imperialista cominciata con la dissoluzione dell’ex Jugoslavia: ma questo è un modo sbrigativo di fare storia, chi si pigliasse la briga di studiare scoprirebbe che, per esempio, l’amministrazione di Bush senior e di James Baker tentò di salvare la federazione jugoslava mentre gli europei si davano da fare per smontarla (in Italia gli sfascisti, guidati da Pannella, Martelli e dalla dc, poterono contare sulla timidezza intellettuale degli ex Pci).

Mancano concetti idonei a leggere il mondo attuale

A sua volta la sinistra non radicale ripete da un mese che il trionfo dei Taliban segna una svolta storica sulla quale bisognerà riflettere: ma quando qualcuno prova appunto a riflettere (per esempio Massimo D’Alema nell’intervista a Domani) quell’esercizio di pensiero critico, condivisibile o no, pare suscitare disagio, quasi che le idee non attinte dai media puzzino di stravaganza. Appare all’improvviso, e talvolta è confessata, una clamorosa mancanza di strumenti concettuali idonei a leggere il mondo attuale.

La fuga degli occidentali dall’Afghanistan pare averci svelato questioni in cui, a essere onesti, ci siamo smarriti molto tempo fa – quale debba essere la relazione tra Usa ed Ue, tra interesse nazionale e diritti umani, tra strumenti militari e diplomazia… E adesso che questi dilemmi ci suonano nuovissimi, avvertiamo la mancanza di una visione del mondo originale e nitida che funzioni da bussola. Di conseguenza il campo progressista resta occupato dall’eclettismo offerto dai grandi giornali d’area, un bazar di contenuti contraddittorii ma a loro modo ciascuno politically correct nel quale ogni lettore/elettore può trovare lo scaffale a lui più affine – chi l’atlantismo anche in versione impettita, chi pacifismi integrali e integralisti cui preme soprattutto ostentare un primato morale, chi culturalismi e determinismi geopolitici poco simpatetici con l’umana aspirazione alla libertà. Non manca una spruzzata di liberalismi e libertarismi. Ma nel complesso con uno strumentario così incoerente né il Pd né qualsiasi altro partito riuscirebbe a costruire una prospettiva nuova (tantomeno un’identità forte).

Eventi afghani ancora opachi

Sia riconosciuta una seconda attenuante: gli eventi afghani non sono ancora nitidi, almeno in dettagli rilevanti. Perfino l’epilogo, l’eccidio all’aeroporto di Kabul, attribuita in fretta e furia all’Isis quando l’anno scorso un rapporto del Consiglio di sicurezza asseriva: gli attentati nella capitale rivendicati dall’Isis in realtà sono compiuti dal Haqqani network, la struttura spionistico-militare che permea i Taliban ed è impegnata in una sorda lotta di potere con la vecchia guardia. Sicché non sarebbe inverosimile che gli Haqqani abbiano organizzato il massacro in parte per gli stessi motivi per i quali hanno marciato su Kabul e l’hanno occupata: costringere gli americani a scappare di corsa, senza lasciare retroguardie in Afghanistan; e mettere in difficoltà i mullah che nel negoziato di Doha avevano costruito una relazione distesa con Washington.

Terzo obiettivo della strage, non meno rilevante: far passare lo schema, ormai universalmente accettato, che vuole i Taliban ‘male minore’, necessario per combattere l’Isis. Se tutto questo fosse vero (e il silenzio del’Isis a Kabul da allora sempre confermarlo) dovremmo concludere che è possibile e necessario tentare di spaccare i Taliban per decostruire l’emirato.

La vittori dei Taliban: far apparire la guerra una caotica carneficina

Quanto alle riflessioni che vari esponenti del Pd auspicano, così come si può auspicare che domani faccia bel tempo, suggerirei la lettura del testo che segue. L’ha scritto sul sito Afghan Eye il blogger Farhan Hotak, cinque giorni prima che cadesse Kabul. Spiega perché almeno una parte dell’Afghanistan rurale ha tirato un sospiro di sollievo quando i Taliban hanno preso la capitale. Non perché laggiù i Taliban non siano disprezzati e detestati quanto lo sono nelle città. Ma perché con i mullah a Kabul finivano gli orrori di un conflitto divenuto col tempo disumano. E questa è stata la vittoria dei Taliban, riuscire a trasformare la guerra, complice la stupidità occidentale, in una caotica carneficina, nella quale i contendenti si comportavano entrambi come bande di gangsters. Assecondando questo loro progetto gli occidentali hanno commesso un errore catastrofico.

(…) Nella mia provincia di Zabul, nel sud dell’Afghanistan (…) le opportunità economiche sono praticamente inesistenti (…). Questo lascia solo poche alternative, una delle quali è la migrazione. Le altre includono unirsi ai talebani o alle milizie (aggregati all’esercito afghano), gli arbaki. che hanno contribuito alla rovina di gran parte della gioventù afghana. Gli arbaki sono noti per la loro corruzione, la loro crudeltà verso la popolazione locale e il (…) loro profondo coinvolgimento nel consumo e nello spaccio di droghe. In questo, sono distinti dai talebani; Mentre i talebani e i gli arbaki sono entrambi coinvolti nel traffico di droga, i talebani sono generalmente meno inclini a diventare consumatori.

Poi ci sono le notti lunghe, buie e preoccupanti. Il sole tramonta e gli abitanti del villaggio tornano a casa dalle attività della giornata. I negozi chiudono, i contadini tornano dai loro campi e tutti vanno a casa con paura. La vita fuori dalle quattro mura domestiche cessa proprio come la luce del sole. In lontananza, o nelle vicinanze, le battaglie infuriano, si sentono proiettili, anche di carri armati. e puoi fiutare il fumo del campo di battaglia. Spesso nelle campagne afghane non arriva l’elettricità. E gli abitanti evitano di usare le torce per illuminare le loro case di notte. Molti afgani che avevano illuminato le loro case sono stati bombardati dagli aerei americani che volano in alto nel cielo buio. Era così quando andavo a trovare i miei nonni. Evitavamo persino di usare la torcia sui nostri telefoni cellulari. Nel buio, a malapena in grado di vederci, mangiavamo, bevevamo tè e conversavamo. Questo è l’impatto della guerra. I suoi tentacoli raggiungono ogni aspetto della nostra vita.

Nell’Afghanistan rurale di fatto non esistono diritti umani. Spesso gli abitanti evitano di raggiungere le loro case di campagna durante le ore diurne per paura di finire nel fuoco incrociato di una battaglia. E devono temere gli ordigni che i talebani piazzano lungo le principali strade: sono diretti a convogli dell’esercito afghano ma spesso uccidono anche civili. Né è sicuro viaggiare su strada verso una città vicina. Nessuna delle due parti si fida dei civili perché non sanno da che parte stanno. In caso di emergenza medica, quasi sempre occorre aspettare fino al mattino per portare la persona malata in ospedale, in quanto uscire di notte aumenta il pericolo.

Anche quando riesci ad arrivare alla strada principale, non si riesce a trovare un passaggio. Le motociclette sono generalmente vietate nelle città, essendo utilizzate dai talebani per attacchi e omicidi. In territorio talibano, guidare una moto risulta sospetto, Poi ci sono i banditi che cercano di rapinare gli automobilisti e spesso li uccidono se esitano. Come se non bastasse, sono apparsi i lupi e rendono la pastorizia nei mesi invernali estremamente pericolosa. Al di fuori delle zone sicure dei centri urbani non c’è legge. La terra appartiene a chi se la prende. Quando il sole tramonta, tutto e tutti sono in pericolo.

Nelle corrispondenze dall’Afghanistan, queste realtà non compaiono, Le lacrime della madre, l’ansia e il dolore di un padre, la frustrazione del bambino mutilato e le spavento delle famiglie non sono importanti per i media globali.