La legge uguale per tutti: Australia batte Novax Djokovic

“Sono il numero 1, ci siamo capiti?”. La marmorea convinzione di Novax Djokovic, il suo complesso di superiorità condito di anarchismo comportamentale con racchetta e senza, l’ha fatto volare alto nella considerazione di milioni di sportivi e dei “patrioti” serbi. Ma, in egual misura, lo ha messo, da sempre, sotto i riflettori. Una luce amata e cercata dall’indiscusso campione, che spesso può trasformarsi da booster (ehm…) per l’immagine a handicap presso larghe fette di opinione pubblica: e che pretende, di mettersi sotto i tacchi le regole che valgono per tutti?

Sta forse qui, nei gesti e nelle parole sbagliate e in un senso neanche troppo latente di onnipotenza, l’autogol di Novax, che ha perso, com’era previsto, il ricorso alla Corte federale contro l’espulsione dall’Australia, una sentenza definitiva dopo giorni di altalena legale. Gli avvocati di Djokovic avevano provato a mettere in discussione non il merito bensì la correttezza formale delle decisioni del governo australiano di chiudere le porte in faccia al tennista tutto d’oro diventato una vittima per il presidente serbo Aleksandar Vucic. Un ultimo sgambetto fallito. Niente Open, su in aereo, via a casa (Montecarlo? Marbella?) e schiaffo incancellabile, con la possibile coda avvelenata di un divieto d’ingresso in Australia per tre anni. Perché la mediasfera è una macchina crudele, esalta e annichilisce, propaga viralmente incenso e fango in un battere di ciglia.

Atterrato a Melbourne sull’onda di un infelicissimo messaggio al mondo in cui rendeva partecipi con magnanimità i suoi milioni di tifosi che lui, notoriamente contrario ai vaccini in genere e a quello anti Covid in particolare, stava per giocare gli Open Down Under in virtù di una speciale esenzione, Novax ha sollecitato le speciali attenzioni del ministero dell’Immigrazione australiano, notoriamente severo e per di più in stato d’allerta dopo il lunghissimo lockdown vissuto dal Paese causa pandemia. Super Racchetta, quindi, a bagnomaria, con soggiorno al Park Hotel, struttura utilizzata per i rifugiati, non esattamente un cinque stelle lusso, e documenti d’ingresso in Australia sotto attento esame. Ed ecco le magagne spuntare e la revoca del visto, col modulo mal compilato e sbagliato (sbagliato proprio per sbaglio?), dove Novax, che aveva dichiarato di essere risultato positivo al Covid il 16 dicembre, attesta di non aver viaggiato nei quattordici giorni precedenti l’arrivo a Melbourne mentre invece è stato in Spagna. E, tanto per fare buon peso, perfino il più scalcagnato dei social lo ha “registrato” presente, dopo la positività (quanto vera?), a numerosi incontri pubblici, intervista all’Équipe senza mascherina compresa.

“Come Gesù”. Addirittura

Ora, va bene che ai capi del tennis australiano interessava non solo per filantropismo avere Djokovic in campo agli Open e che al pane dello sport e dell’agonismo si accompagnavano quintali di caviale, ma come poteva un governo sovrano chiudere entrambi gli occhi rischiando pesanti e politicamente micidiali malumori popolari? A corroborare sentimenti non esattamente amichevoli verso il ragazzone di Belgrado sui media australiani e non solo, ha contribuito gagliardamente tutto il suo clan, con i genitori offesi per il transito del pargolo nell’“impresentabile” Park Hotel e il padre Srdjan in evidente stato di eretismo verbale. Aveva iniziato paragonando il figlio a Gesù, ingiustamente umiliato, a un prigioniero in catene, nonostante fosse evidente che poteva benissimo tornarsene, volendo e volando, in Serbia: “Novak è lo Spartaco di un nuovo mondo che non soffre l’ingiustizia, il colonialismo e l’ipocrisia, ma combatte per l’uguaglianza di tutte le persone sul pianeta” (Norberto Bobbio, da buon torinese avrebbe commentato: esageruma nen).  Srdjan si era poi fatto interprete dell’orgoglio di un paese “piccolo ma eroico come la Serbia”, definendo il suo ragazzo un “leader del mondo libero, delle persone povere e con necessità” (come no!). Ha chiuso, a battaglia rovinosamente perduta, con un acuto: “«Il tentativo di assassinare il miglior sportivo del mondo è finito, 50 proiettili nel petto di Novak».

La brutta storia australiana ha attizzato un certo revanscismo serbo, subito appoggiato dalla Russia, e un vittimismo ancora presente che indica come le drammatiche vicende vissute dal Paese balcanico non siano ancora state ben digerite. Un discreto starnazzare messo a tacere da una semplice decisione perfettamente legale, come nella famosa scena di Indiana Jones che assiste imperturbabile al roteare minaccioso di scimitarra di un egiziano nerovestito e poi lo fulmina con un “normale” colpo di pistola. E quant’è piacevole, alla fine, quel retrogusto di “la legge è uguale per tutti”, in barba alla fama, alle protezioni, alle convenienze. Caro Novax, vien quasi voglia di dirti grazie.