La guerra si fa lunga e il partito di Putin carica la propaganda

Vladimir Putin non la chiama guerra. Ma la sera i russi sono davanti al televisore. Alle nove in punto va in onda il tg “Vremja” del Primo Canale. In maniera inattesa, del tutto davvero imprevedibile, in diretta appare per un momento una ragazza con un cartello che invita alla pace. Mai successo. Clamoroso di questi tempi. L’agenzia Ria-Novosti dice che la direzione della tv ha aperto un’inchiesta. Non sapremo mai, di sicuro, come andrà a finire. I russi vedono anche il ministro della Difesa, Serghei Shoigu, aggirarsi tra le stanze di un ospedale. Non è un luogo di cura qualsiasi. È un ospedale militare della capitale e il ministro sta visitando i soldati feriti nella cosiddetta “operazione speciale” in Ucraina. La guerra c’è e mostra ai russi i loro “rebjata”, i ragazzi, che hanno combattuto e che sono tornati, per fortuna. Il Cremlino, questi feriti, non può nasconderli e, allora, li espone al Paese come “eroi”, nei loro pigiami a righe sottili bianche e blu perché meritano una medaglia. Dunque, il generale in capo passa accanto ai letti e procede ad appuntare le onorificenze sul petto sempre a favore di telecamere. Stringe mani Shoigu e dice: “Molodiez! Bravi, avete onorato la Russia”.

La campagna d’Ucraina si fa lunga. Costa in termini di vite, di risorse e di consenso. Il partito del presidente si chiama “Russia Unita”, ha il 70% dei deputati della Duma di Stato, la Camera bassa, e si mobilita. Con i suoi dirigenti e i suoi “volontari”. È palese lo sforzo di mobilitazione a sostegno della speciale operazione di guerra. Organizza rally automobilistici, con sventolio di bandiere e, soprattutto, con l’invito a “stare vicino ai ragazzi” che sono sul fronte, nel cuore della battaglia. Sul sito del partito si dice che “si stanno svolgendo in tutto il Paese azioni patriottiche a sostegno del nostro esercito”. Un’associazione di motociclisti chiamata “Le volpi della notte” organizza un evento con gruppi rock che si sono più volte esibiti nelle due repubbliche “indipendentiste” di Donetsk e Lugansk. Risalta, nell’azione di partito, una forte carica di retorica. Si insiste sulla richiesta di inviare lettere e disegni ai soldati al fronte. Anna Kuznetsova, del Consiglio generale del partito e vice presidente della Duma, spiega: “Vogliamo dire che crediamo nei nostri ragazzi, che siamo grati a loro, che ammiriamo il loro coraggio. Sappiamo che la vittoria sarà nostra, perché la verità è dalla parte del soldato russo”. E, poi, una sorta di giustificazione dell’azione di guerra. I soldati e gli ufficiali? “Sono in prima linea a proteggere i civili in Ucraina, nel Donbas e in Russia”.

“No alla guerra – Fermate la guerra, non credete alla propaganda, questi vi imrogliano

Il mantra della denazificazione

La “denazificazione” è il mantra. La ragione strategica dell’intervento. La costruzione ideologica fa presa in una importante fascia dell’opinione pubblica. Meno nelle città grandi, più nella immensa periferia della Russia. Dove il potere statale che emana dal Cremlino ed il potere della Chiesa ortodossa, in sinergia tra loro, hanno radici storiche profonde che si alimentano dello spirito panrusso, della Madre Russia. Un cemento che passa sopra persino su scarse condizioni di vita materiale. Era così e sembra esserlo ancora adesso nel Terzo Millennio. C’è la chiamata a raccolta con le “Giornate dei Difensori della Patria” e, come dice la Kuznetsova, “è importante per noi stare insieme, essere uniti per resistere e restituire la tanto attesa pace al Donbas, per proteggere la gente dal nazismo”. È ancora indelebile, sarebbe del resto incomprensibile il contrario, il ricordo della vittoria nella “Grande Guerra Patriottica”, quella che è sempre stata al centro della sfilata del 9 maggio sulla Piazza Rossa.

La propaganda del partito di maggioranza si fa intensa. Il Cremlino sente il bisogno di sollecitare il sostegno popolare che, sinora, sembra poco visibile. I russi, come ai vecchi tempi, guardano e rimuginano. I più giovani protestano e si fanno arrestare. Non hanno paura. Ma il corpaccione della società appare in sospensione. Le sanzioni sono ormai evidenti per gli effetti che producono nella vita quotidiana. Un ex premier, Mikhail Kasianov, che è stato al governo nel 2004, fa un quadro drammatico della situazione. Ha scritto senza timore: “Gli esperti prevedono un calo dell’8% del PIL nel 2022, l’inflazione al 20%. Le esportazioni di petrolio e gas stanno diminuendo rapidamente. Non c’è valuta nel paese e il default sui debiti esteri è inevitabile. Il 1998 è vicino, ma sarà peggio. Le riserve della Banca centrale sono congelate, non c’è nessun posto dove prendere la valuta. Se volete, solo yuan cinese”. E si comprende, pertanto, perché la Duma è alle prese con un piano straordinario, annuncia “pacchetti di misure” per sostenere l’economia. C’è, per dire, un aiuto alle famiglie con più basso reddito: dal 1 maggio, riceveranno un sostegno per i figli dagli otto ai sedici anni. Il partito di Putin spinge per la nazionalizzazione delle società estere che hanno sospeso la loro attività in Russia: “Queste imprese vanno trasferite a quelli che davvero vogliono lavorare”!

Il partito vuol mostrare la propria capacità di direzione, in parlamento e sul territorio. Il 6 marzo, ha inviato un totale di 400 tonnellate di cibo, beni di prima necessità, forniture igieniche, alimenti per bambini, prodotti chimici per la casa, elettrodomestici, vestiti, libri di testo e cancelleria per bambini agli indipendentisti del Donbas. Hanno fatto sapere che ben 4 mila volontari sono partiti per “aiutare” quei rifugiati. E l’azione di “Russia Unita” viene documentata con un video su Twitter (prima che fosse interdetto). Un alto dirigente è andato sul posto e mostra scene di file ordinatissime, di gente quasi festante: “Da tempo vi aspettavamo”, dice una donna. I volontari distribuiscono pacchi insieme ai volantini del partito. Aiuti e propaganda. Una pensionata osa: “Io prendo tremila rubli ma il carbone è arrivato a settemila”. Tremila rubli sono, adesso, meno di 24 euro.

Picchia duro la condizione materiale e la propaganda in questo caso si sbriciola. C’è la controprova. Si va a guardare cosa fa e, soprattutto, cosa dice il partito di Ghennady Ziuganov, immarcescibile leader del Partito comunista russo, il secondo del Paese ma, ufficialmente, all’opposizione. Sulla guerra è perfettamente allineato a Putin, usa persino toni più guerreschi. Con la stessa parola d’ordine: la denazificazione. Dice: “Quelli di Bandera, i nazisti ucraini, si nascondono dietro gli scudi umani, donne, bambini e anziani. Come faceva Hitler”. Ma, poi, passa al tema della condizione economica e sociale della Russia e promette che “i comunisti sono pronti a dare una mano per salvare il Paese”. E svela i punti critici: “Va fermato l’aumento incontrollato dei prezzi dei generi alimentari e dei medicinali”. Di più: la benzina ed il gasolio vanno assolutamente garantiti nei villaggi e il costo dell’elettricità va bloccato. Infine, la pulsione autarchica per fronteggiare i guasti delle sanzioni: “Siamo in grado di sfamare 500 milioni di persone e importiamo ancora dall’estero”.

Ed ecco scendere in campo un personaggio di peso, Dmitry Rogozin, il direttore del “Roscosmos”, l’Agenzia spaziale russa. È un duro e puro. È stato vicepremier con Putin nel 2008, ambasciatore alla Nato ma, soprattutto, un combattente in Transnistria, per questo motivo un nemico feroce della Moldavia, ed anche in Donbas. Nel suo profilo social ha messo una frase che la dice lunga: “Russian Live Matters”. La battaglia dei russi come quella dei neri americani. “Gloria alla Russia”, grida Rogozin mentre elenca quanto hanno caricato i lavoratori del Centro missilistico proprio alla volta del “rinato Donbas”: 5 tonnellate di grano saraceno, 5 di riso, 5 di zucchero, 3 di carne stufata, 2 di latte condensato. Nelle stesse ore, la campagna di sensibilizzazione di “Russia Unita” si sposta anche nei centri commerciali. Immagini da Kemerovo, città di mezzo milione di abitanti nella Siberia sud-occidentale.

I distintivi con la “Z”

Si vedono gli attivisti della “Giovane guardia russa” distribuire distintivi con la famosa “Z”, la lettera dipinta sui carri delle truppe d’invasione in Ucraina, e cartoline con un codice “QR” che si può scannerizzare in modo da accedere alle istruzioni per fare un versamento in danaro a favore della causa. Propaganda e raccolta fondi. Insieme all’annuncio dei risultati elettorali per il rinnovo degli organi di governo locale. Il partito di Putin annuncia la vittoria con il 67% dei voti a Krasnodar, in Buriazia, nella Jakutia, nel Tatarstan, nelle regioni di Kirov e Smolensk e nella lontanissima penisola di Sakhalin, di fronte al Giappone. Mentre giungono inquietanti notizie dal campo di battaglia. Intervistato dalla Komsomolskaja Pravda, il leader ceceno Ramzan Khadirov afferma sibillino: “Potrebbe anche essere che siamo già a Kiev e stiamo solo aspettando il comando giusto”.