La guerra mostra la frattura profonda che segna la sinistra

Con il passare dei giorni, appare sempre più evidente che questa guerra distruttiva, che si consuma nel cuore dell’Europa, si combatte a due livelli non coincidenti. Da un lato, assistiamo a un conflitto anacronistico, fondato su ideologie del passato che ricordano la logica del primo conflitto mondiale (non a caso variamente evocato dai commentatori), per le quali popoli ed etnie dovrebbero corrispondere ai confini fortificati di Stati nazionali.

È una logica vecchio-europea o imperiale, che potremmo definire come un vero e proprio residuo antiquario e che, d’altronde, nessuna delle “grandi potenze” contemporanee (a cominciare dall’America, dalla Cina e dall’India) ha mai ritenuto o ritiene di adottare.

Ridefinire gli equilibri mondiali

Dinanzi al compito di immaginare una nuova morfologia della politica moderna, siamo ricacciati nei peggiori fantasmi del passato. D’altro lato, dietro le macerie di città distrutte e di vite umane spezzate, si gioca una partita più grande, che vede come protagonisti Cina e Stati Uniti, insieme, però, ad altri attori di rilievo, e che mira a ridefinire gli equilibri mondiali, rimasti precari e critici dopo il crollo dell’Urss e la fine dell’ordine bipolare. Ed è bene essere consapevoli che “pace” e “pacifismo” (cioè la fine di questa guerra e la auspicabile costruzione di un mondo di pace) possono realizzarsi soltanto in un nuovo “ordine mondiale”, equo e stabile. Il resto sono parole, nobili ma abbastanza inutili.
Sappiamo già che questa guerra avrà conseguenze devastanti per il futuro dei popoli, a diversi gradi e per molte ragioni. Sotto il profilo economico, le sanzioni deprimeranno il livello di vita dei sanzionati e degli stessi sanzionatori, mentre il rischio di una carestia nelle aree depresse del mondo, con prevedibili movimenti migratori, appare ormai una certezza.

Così l’umanità torna indietro

In generale, ci avviciniamo a una regressione economica globale (anche se differenziata, perché i ricchi diventeranno più ricchi e i poveri più poveri), a una di quelle epoche della storia dove l’umanità torna indietro e che, perciò, rischiano di innescare ulteriori pericoli per la pace.

Sul piano sociale e politico, gli effetti della guerra saranno ancora più gravi, perché risulterà interrotto o rallentato il flusso unificante di una società civile globale, fatto di scambi culturali e di benefici influssi reciproci, e verranno amputati quei processi sovranazionali di democratizzazione che rappresentano gli unici fattori, veramente efficaci, per trasmettere germi democratici anche nei così detti regimi “autocratici”.

Una interruzione della circolazione delle merci e delle idee non potrà che tradursi in un arresto e in un decremento del tasso di democrazia nel mondo. Inoltre, tornerà il rischio di una deflagrazione nucleare, più minaccioso che in passato, perché nulla garantisce che, come accadeva nell’ordine bipolare, l’arma nucleare conservi un significato prevalente di deterrenza.

Il valore positivo della globalizzazione

Dobbiamo insistere, anche in termini autocritici, sul valore positivo della “globalizzazione”, su cui tanto si è discusso negli ultimi decenni. Certo, la globalizzazione economica comporta asimmetrie e ingiustizie, quando manca un governo razionale dei processi. Ma il contrario della globalizzazione è il conflitto e la guerra. Il problema, reso più chiaro dalle vicende ucraine, è di oltrepassare la dimensione puramente economica dei processi globali, di estendere (non di ridurre) la globalizzazione alla costruzione di una società civile mondiale e a una vera interdipendenza politica. Questo dovrebbe essere il problema fondamentale di una sinistra moderna.

Foto di Angelo Giordano da Pixabay

La guerra in Ucraina non ha rivelato solo la fragilità dell’ordine mondiale e dischiuso nubi tempestose sul futuro, ma ha posto un problema culturale di singolare importanza. Anche se non sono mancate analisi lucide (in America e in Inghilterra, da Kissinger a Paul Kennedy a Jeffrey Sachs, o in Italia, con le posizioni espresse da Sergio Romano o da Romano Prodi), il Partito democratico, cioè il principale partito della sinistra italiana, e tutti i maggiori organi di informazione (Repubblica, Corriere, Stampa, per limitarci alla carta stampata), hanno fin dall’inizio adottato una posizione schematica, sostanzialmente coincidente con la National Security Strategy dell’amministrazione americana.

La metamorfosi della sinistra

Si è generato un clima di estesa aggressività verbale, con critiche stereotipate, condanne aprioristiche e persino irrisioni verso coloro che hanno sostenuto idee diverse e, aggiungerei, più comprensive. Con la guerra, abbiamo visto emergere alla luce del sole una ideologia che da circa un trentennio era cresciuta sottotraccia, senza particolari clamori, ma che ha via via trasformato il paradigma della sinistra italiana. È interessante osservare che questa metamorfosi ha riguardato sostanzialmente il mainstream, perché l’opinione pubblica, come risulta dai frequenti sondaggi, non sembra particolarmente sensibile a tali argomenti.
Come possiamo qualificare questa nuova ideologia? In generale si tratta di un liberalismo fuori tempo, non della grande tradizione liberale di cui il pensiero democratico non può che essere erede e continuatore, ma di quel liberalismo, neoconservatore o, d’altro lato, genericamente progressivo, che è sorto in Occidente negli anni Settanta e Ottanta del Novecento.

Noi e loro, la rappresentazione dicotomica

Questa ideologia presenta due caratteri specifici. In primo luogo, rifiuta il multilateralismo e l’interdipendenza sulla base di una lettura dicotomica del mondo contemporaneo (democrazie liberali-autocrazie), rinunciando a esaminare le analogie e le differenze tra le diverse forme politiche. Fin dai tempi più antichi (greci/barbari, cattolici/protestanti e così via) la raffigurazione dicotomica del mondo ha rappresentato una ideologia destinata, prima o poi, a tradursi in una logica di guerra.

Alighiero Boetti, tappeto

Il secondo carattere fondamentale è il presentismo, cioè la tendenza (particolarmente visibile nei talk televisivi) a restringere l’analisi di un evento a uno spazio di tempo puramente attuale (per esempio: aggressore/aggredito), senza allargare la visuale al processo di formazione del problema politico e alle sue prevedibili conseguenze.
Con questi due princìpi (schema dicotomico, presentismo) rischia di determinarsi una frattura profonda nella cultura politica della sinistra, che ha sempre parlato il linguaggio dell’interdipendenza, del policentrismo, dell’analisi storica. Al di là degli aspetti ideologici, rischia di essere vanificata la principale acquisizione politica della sinistra italiana dopo il 1968, cioè la visione originale dell’unità europea.

Pensare l’Europa significa oggi riflettere sul destino degli Stati nazionali (cioè sulla loro fine irreversibile come forma della politica moderna), sul rapporto tra questa area del mondo e la dinamica della globalizzazione, sulla relazione tra Est e Ovest, in un orizzonte di crescente interdipendenza. Nello schema facile della dicotomia tra democrazie liberali e autocrazie e nella cultura del presentismo che lo accompagna, si chiude ogni spazio per pensare il futuro europeo, almeno in una ottica, come vorremmo, di progresso.