La guerra in Ucraina a una svolta? Attenti al topo nell’angolo

In soli quattro giorni le forze russe hanno lasciato sul terreno 338 mezzi militari, tra aerei, carri armati e blindati. Il successo della contro-offensiva ucraina è stato talmente fulmineo e scioccante che persino a Mosca non hanno potuto fare a meno di ammettere almeno una “ritirata strategica”, per riposizionare le truppe. Che non sia così lo dice il malumore sui canali Telegram, mentre un qualunque Kadyrov può permettersi di strigliare la Difesa russa, promettendo a breve “una sorpresa” cecena ai danni di Kiev.

Le forze ucraine hanno indubbiamente segnato un punto importante a proprio favore, dopo settimane di stallo sostanziale sul terreno mentre la determinazione occidentale faceva letteralmente i conti con i costi (energetici) del sostegno offerto a Zelensky e Mosca contava – e conta – sui rigori imposti dal taglio delle forniture di gas per aprire un fronte interno alla Ue con la collaborazione dei populismi locali.

il presidente dell'Ucraina Volodymyr Zelensky visita il fronte 27-05-2019
Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky

Quello che è accaduto in questi ultimi giorni, con le truppe ucraine ad un passo dalla frontiera con la Russia, è un successo che si deve tanto all’assistenza militare offerta dalla Nato e dagli Stati Uniti in particolare quanto alla determinazione di Kiev. E’ un successo delle tecnologie militari messe a disposizione dell’Ucraina, a partire dai sistemi lanciamissili Himars, che consentono un rapido spostamento dell’artiglieria così da non poter essere individuata dopo il tiro, così come dell’intelligence militare e dell’addestramento fornito alla difesa ucraina. E’ anche un successo delle capacità strategiche della leadership militare di Kiev, che ha stornato forze dal fronte sud a quello nord-orientale, quando ha colto la debolezza della presenza russa in una regione che pure era uno snodo necessario a garantire i rifornimenti alle truppe di Mosca.

Punto di svolta?

L’avanzata ucraina – secondo fonti diverse dai 3 ai 6mila chilometri quadrati – chiama sicuramente in causa le difficoltà di Mosca in questa “operazione militare speciale”, ideata per durare una manciata di giorni e impantanata in un conflitto molto più sanguinoso di quanto il Cremlino avesse messo in conto – o fosse stato indotto a credere per compiacenza. Difficoltà logistiche, vista la lunghezza delle linee di rifornimento ora ulteriormente peggiorata dopo la recente ritirata e la necessità di garantire l’approvvigionamento muovendosi ormai dentro i confini russi. Difficoltà legate alla qualità delle forze e dei mezzi impiegati: poco addestrate e improvvisate le prime per evitare di mobilitare i militari di leva, racimolate nelle regioni più povere e periferiche del Paese con promesse di bonus e di saccheggi, mentre armi e mezzi si sono rivelati insufficienti e poco aggiornati, grazie soprattutto alle sanzioni che hanno bloccato le forniture necessarie all’industria bellica russa, per garantire produzione, pezzi di ricambio e soprattutto elettronica militare. La durata della guerra ha svuotato gli arsenali di Mosca tanto che secondo Londra ci vorranno anni per ripristinare le forze convenzionali, e la Russia, stando all’intelligence Usa si sarebbe rivolta alla Nord-Corea e all’Iran per nuovi rifornimenti.

La guerra è arrivata ad un punto di svolta? Zelensky può certo vantare un risultato di peso che può pagare in termini di sostegno, in un momento in cui questo potrebbe vacillare con l’enorme costo della crisi energetica. Ha detto e ripetuto che Kiev può vincere e la rapida avanzata di queste ore da credibilità politica al suo obiettivo. Ma la vittoria riportata non è ancora in grado di ribaltare le sorti della guerra a detta di diversi analisti (lo stesso Biden ha ammesso che “la strada è ancora lunga” e il Pentagono è prudente), anche se le colonne di russi e filorussi in fuga fanno bene al morale della truppa.

Nei territori appena ripresi a nord, le forze ucraine sono esposte al rischio di accerchiamento, il risultato è tutt’altro che consolidato, mentre un’avanzata a sud risulta anche tecnicamente più difficile per la presenza di ampi spazi aperti maggiormente esposti: qui le truppe di Kiev si troverebbero in una situazione analoga a quella incontrata dai russi nella fase iniziale dell’invasione, quando diventavano un facile bersaglio.

Il topo nell’angolo

Che cosa farà Mosca? Putin non è tipo da ingranare la marcia indietro tanto facilmente. Al momento sembra che stia concentrando le forze nel Donbass, ma sconta una forte penuria di uomini. Si stima che abbia dispiegato 120.000 unità su un fronte lungo 1300 chilometri (Analisi Difesa). Per rinforzare le prime linee, il Cremlino potrebbe decidere di introdurre la mobilitazione generale o qualcosa di simile, magari non dichiarato, mobilitando forze fresche. Ma a questo punto non potrà continuare a definire l’intervento in Ucraina come un’operazione speciale, dovrà chiamarla per quella che è: una guerra, appunto.

Sistema lanciamissili Himars

Non è solo una questione di termini. Putin ha finora evitato, per minimizzare le ricadute interne di uno stato di guerra. Mentre crollava il fronte nord, Mosca festeggiava alla presenza del presidente gli 875 anni della capitale inaugurando una gigantesca ruota panoramica tra il crepitio dei fuochi d’artificio – ruota subito fermata, forse per un guasto. Ma un conflitto dichiarato ufficialmente, in una situazione in cui il Cremlino ha ricordato più di una volta che il sostegno all’Ucraina da parte dell’Occidente – e degli Usa in particolare – è a un soffio dal configurarsi come un atto di guerra, porterebbe ancora più vicina la linea di attrito est-ovest. Con tutte le possibili conseguenze.

Putin sceglierà la mobilitazione generale, facendo leva sul sentimento patriottico di fronte ad una sconfitta che attribuisce essenzialmente all’impegno Nato? Messa in questi termini dovrebbe trovare facile sostegno nell’opinione pubblica nutrita a disinformazione. Il capo del Cremlino ha comunque sempre trovato a suo modo vie d’uscita, più spesso con l’uso della forza – tutti ricordano l’aneddoto del topo messo all’angolo nel cortile dove Putin ragazzino cacciava le pantegane che infestavano i palazzoni dell’era sovietica: messo alle strette il topo lo morse, una lezione imparata in giovane età e da lui stesso raccontata.

Ora il presidente russo ha nelle mani 2000 armi nucleari tattiche, questo è il momento in cui potrebbe essere tentato di usarle se non dovessero aprirsi alternative ad un’umiliazione sul campo. Umiliare un nemico non è mai stato un sistema foriero di paci stabili, anche se questo come nel caso di Putin ha provato a cancellare uno stato dalla cartina geografica e a imporre le sue regole neo-imperiali all’Europa. Forse è arrivato il momento di ricominciare a parlare, senza incorrere nella tentazione di stravincere – azzerare tutto, inclusa la conquista della Crimea – sul campo di battaglia.