La guerra in Europa
rischia di affamare
il mondo intero

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, parlando all’Assemblea Generale dell’ONU il 14 marzo scorso, ci ha avvisato: la guerra in Ucraina innescherà “un uragano di fame ed il tracollo del sistema alimentare”. L’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa è di fatto solo l’ultimo atto, rispetto a un succedersi di crisi alimentari cui abbiamo assistito a partire dal 2008, al 2011, alla guerra in Siria, all’Afghanistan, la pandemia da Covid 19 fino a quanto accade oggi nella regione del Mar Nero, situazione che riporta la guerra in Europa.

Gli impatti alimentari di questa guerra sono destinati a ripercuotersi non solo sulla popolazione ucraina, già costretta a fuggire dal paese, ma rischiano di ricadere a catena su altri paesi, già vulnerabili e particolarmente dipendenti dalle importazioni, scatenando una crisi globale. L’Ucraina e la Russia, infatti, rappresentano circa un quarto delle esportazioni mondiali di grano, forniscono inoltre significative quantità di olio di girasole e mais, e la Russia è un importante esportatore di fertilizzanti.

Il porto di Odfessa, fermo dall’inizio della guerra

Da una valutazione preliminare, la FAO stima che, a causa del conflitto, tra il 20 e il 30% delle aree coltivate a cereali invernali, mais e semi di girasole in Ucraina non saranno piantate o rimarranno senza raccolto durante la stagione 2022/23, con rendimenti influenzati negativamente dalla mancanza di fertilizzanti e trattamenti.

Perse milioni di tonnellate di grano

Il conflitto porta con sé un’improvvisa e prolungata restrizione delle esportazioni: parliamo di circa 6 milioni di tonnellate di grano in meno dall’Ucraina e di 8 milioni di tonnellate dalla Federazione Russa solo per il periodo tra marzo e giugno. Questa situazione spinge al rialzo il prezzo delle materie prime alimentari, a detrimento dei paesi già vulnerabili, ed alimenta una corsa a frenare le esportazioni da parte di altri paesi. Marzo ha visto il prezzo del grano e di altri cereali raggiungere livelli record, con aumenti che hanno superato il 50% nel giro di pochi giorni.

Questo potrebbe comportare un incremento stimato tra 8 e 13 milioni di persone sottoalimentate a livello globale, solo per il periodo 2022/23. Ricordiamo che già il COVID-19, ha provocato l’aumento di 161 milioni di persone in un solo anno in una situazione di insufficienza alimentare grave. A soffrire maggiormente dell’attuale situazione di conflitto sono la regione Asia-Pacifico, seguita dall’Africa Subsahariana, e dalla regione Mediterranea che comprende Vicino Oriente e Nord Africa. Per paesi come Egitto, Turchia, Bangladesh ed Iran le importazioni di grano dai due paesi in conflitto rappresentano più del 60% del fabbisogno interno. Anche per Libano, Tunisia, Yemen, Libia e Pakistan circa la metà degli acquisti di grano provengono dall’Ucraina e dalla Federazione Russa.

Se a il conflitto continuasse a mantenere alto il prezzo del petrolio grezzo, e ad ostacolare le esportazioni oltre la stagione attuale, l’offerta globale di grano e semi di girasole ne risentirebbe in modo significativo, anche tenuto conto dell’aumento della produzione da parte di altri paesi.

Un altro fattore critico rispetto all’aumento dei prezzi dell’energia è la competizione tra la produzione di mangimi animali e quella di biocarburanti, particolarmente interessata a prodotti come mais, zucchero, oli vegetali. Vista l’ampiezza del mercato energetico rispetto a quello alimentare, ciò potrebbe avere un effetto di rialzo anche sui prezzi alimentari.
Inoltre cereali del mar Nero erano fonte di approvvigionamento anche per il Programma Alimentare Mondiale, per le derrate fornite in aiuto nelle zone di emergenza e di conflitto in tutto il mondo. Oggi il PAM si dice costretto a pagare circa 71 milioni di dollari in più al mese per le operazioni umanitarie alimentari rispetto al 2019: un aumento del 44%.

La fragilità dei nostri sistemi

È chiaro che le crisi, succedutesi nel tempo ed in particolare questo conflitto mettono in evidenza le fragilità e fanno emergere i nodi al pettine dei nostri sistemi alimentari, tra i quali in primis la concentrazione della commercializzazione di materie prime nelle mani di pochi attori. Solo 10 paesi, oggi sono origine del 100% delle esportazioni globali di soia, meno di 10 paesi lo sono per il 92% delle esportazioni mondiali di riso, 88% delle esportazioni di grano, 90% del cotone, 70% dell’esportazione di carne.

La concentrazione si ritrova anche tra gli attori della catena di approvvigionamento alimentare: tre compagnie private controllano il 60% del mercato dei semi; mentre il 90% del commercio mondiale del grano è nelle mani di 4 grandi imprese.

In una situazione del genere, è chiaro che qualsiasi perturbazione delle catene di approvvigionamento globale avviene su scale enormi, e può causare grandi impatti sui segmenti più poveri della società nei paesi a basso reddito, cioè coloro che per potersi alimentare spendono più del 60% del reddito, con conseguente dilagare della povertà e delle disuguaglianze.

La speculazione finanziaria potrebbe peggiorare ulteriormente la situazione, amplificando l’effetto di incremento sui prezzi degli alimenti.

Le crisi alimentari, multiple e sovrapposte -pensiamo anche al cambiamento climatico- devono essere un campanello di allarme per ripensare i sistemi alimentari: c’è urgente bisogno di lavorare per aumentare resilienza e diversificazione, ricostruendo i sistemi alimentari locali e facendo leva su forme più sostenibili di agricoltura, come l’agroecologia, meno dipendenti dai fertilizzanti chimici. Purtroppo, invece, la guerra viene presa anche come pretesto per tentare di rimettere in discussione, in nome di un’ideologia produttivista, le poche iniziative intraprese in termini di una maggiore sostenibilità, come ad esempio la strategia Farm to Fork, recentemente lanciata dall’Europa.

Se così fosse, questa sarebbe un’altra occasione persa per imparare dalle crisi, e ritrovarci ancora una volta a discutere di un nuovo fallimento, di fronte ai non raggiunti obiettivi di sviluppo.

L’autrice dell’articolo, esperta in politiche agroalimentari, lavora per ONG come Terra Nuova e l’Ufficio dell’Alto Commissariato dell’ONU per i diritti umani.